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Zannone e Cala Acqua. Il mio parere

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di Franco Schiano

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Di solito evito d’intervenire direttamente nel dibattito politico ponzese (quel poco che c’è), per una serie di motivi anche personali. Ma alcuni temi toccati da Vincenzo Ambrosino nell’ultimo suo intervento (leggi qui l’articolo e i commenti finora pervenuti – NdR), mi stimolano per questa volta a derogare.
Senza alcun intento polemico nelle righe che seguono cerco di dare un contributo al dibattito.


Zannone/Parco.
Trovo veramente interessante l’idea di un Parco dell’Arcipelago Ponziano. Pur essendo da sempre un fautore di una politica di collaborazione inter-isolana, confesso di non averci mai pensato.
Bene sarebbe perciò lavorare su questa idea, anche se non sono del tutto sicuro a che a Ponza – dove la parola “Parco” fa venire l’orticaria ancora a molti – i tempi siano maturi per un’idea del genere.
Ma anche ammesso che ci sia la volontà di farlo, mi sembra evidente che ci vorrebbero comunque tempi lunghi.
Nel frattempo che facciamo? Usciamo dal Parco del Circeo?
Far dichiarare nero su bianco che Zannone non è più un’area protetta a me sembra del tutto impossibile.
“Riprendiamoci Zannone”, come qualcuno va ripetendo dal 2012? Anche questa ipotesi, diciamo “sovranista”, mi sembra inutile e dannosa, oltre che puramente strumentale.
Non c’è nulla da “riprenderci”:  Zannone è già nostra! Il Parco la sta gestendo male? Allora stimoliamo l’Ente Parco a fare meglio collaborando, spronando, proponendo e progettando.
Per mettere a posto la villa ci vogliono milioni che non hanno né il Parco né il Comune. Se si mettono insieme ci sarebbe qualche possibilità in più di trovare un finanziamento.
Il Parco ha più volte detto che non ci sarebbe alcun problema a far gestire il tutto a gente dell’isola. Lo scrisse pure in un protocollo d’intesa, che prevedeva un primo investimento di 100mila euro e che, nel 2012, fu fatto cadere nel nulla.
In conclusione lavoriamo all’idea Parco dell’Arcipelago, ma nel frattempo stimoliamo una collaborazione costruttiva col Parco, evitando inutili e strumentali polemiche, che non portano nulla di buono.
Il mancato accordo col Parco ha fatto saltare anche un giusto adeguamento del canone di affitto.

Porto di Cala Acqua/Area ex SAMIP
Insieme al risanamento dell’area ex SAMIP il porto a Le Forna è il problema dei problemi. Sarebbe ora che si mettesse mano a progettare un piano di bonifica e risanamento di quel comparto.
Se non sbaglio c’era un finanziamento regionale di circa 200mila euro per il Piano Regolatore di quel comparto. Mi sembra di ricordare che nel 2010 ci furono anche alcune riunioni in Regione per avviare la cosa. Cosa fare di quell’area è una questione complessa su cui si dovrebbe cominciare a discutere insieme a tecnici e politici.
Il porto è il legittimo desiderio di fornesi. Cala dell’Acqua è il posto giusto per sviluppare un polo portuale con annessi servizi cantieristici.
Ma il porto turistico privato che si vorrebbe fare, non risolve le esigenze portuali di Le Forna, e soprattutto dei fornesi:
1) – Priverebbe i fornesi per almeno due generazioni della disponibilità di quell’area.
2) – Non risolverebbe i problemi di ormeggio delle centinaia di barche da pesca, da noleggio e da diporto di cui gli abitanti della frazione hanno bisogno. I posti per loro disponibili previsti nel progetto di porto turistico non soddisfano tutte le esigenze. Pertanto una gran parte dovrebbe continuare a restare a Cala Feola, limitandone così fortemente la sua vocazione di zona balneare.
3) – Il porto turistico privato servirebbe ad arricchire i pochi investitori, con ricadute sull’economia della frazione tutte da verificare. Anzi essa sarebbe danneggiata dalla mancanza totale di discese a mare e di zone vocate esclusivamente alla balneazione. Situazione resa ancora più drammatica dal recente crollo di Cala Fonte.

Il porto a Le Forna è necessario! Generazioni di giovani potrebbero vivere sull’isola grazie ad esso. Per questo obbiettivo il porto deve e può essere pubblico.
Si dovrà sviluppare, lasciando spazio alla piccola iniziativa nautica locale, all’interno di una scogliera che ridossa Cala Acqua. La scogliera dai costi contenuti sarebbe comunque finanziabile con i fondi PAI (circa 5,6 milioni di euro) servirebbe anche per proteggere dall’erosione del mare le case della Cavatella a pochi metri dallo strapiombo.

Spero di aver dato un contributo costruttivo, per un sereno dibattito.
Franco Schiano

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