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Roma di periferia

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di Gabriella Nardacci

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Non è un bel palazzo quello in cui abito. Non ci sono grandi balconi fioriti di gerani rossi ne’ con piante esotiche.
Intorno e dentro il palazzo, si respira ancora quell’aria antica di povera gente con tanti figli da crescere. È un “palazzo dei ferrovieri” ed è grigio come sono grigi i binari dei treni. Il cortile interno è buio anche quando c’è il sole e pare che un grosso nuvolone scuro vi proietti la sua ombra.
Qualcuno dice che somiglia a un casermone e non importa che gli appartamenti siano con stanze ampie e dai soffitti alti, come certe case costosissime al centro. Vi abitano attualmente centodieci famiglie di diverse tipologie e ci si conosce tutti. Potrei dire che è come un paese.

Se chiudo gli occhi, sento l’urlo straziante di Nannarella o “mamma Roma” proveniente dalla strada di via Montecuccoli a due strade parallele alla mia, un po’ più su dopo il Torrione e se guardo dalla finestra, immagino tutti i ragazzi del quartiere Prenestino che corrono a giocare sui prati del dopolavoro dei ferrovieri e mi pare di scorgere fra essi anche l’alunno Pier Paolo Pasolini che tira calci al pallone insieme a loro. Così come vedo la terrazza dove Mastroianni e la Loren parlavano tra le lenzuola stese in quella “giornata particolare”.

L’altra sera nell’uscire dal portone con mio figlio ci siamo fermati per guardare il palazzo in questo suo interno e abbiamo avuto la sensazione che ci abbracciasse.Le finestre delle cucine erano quasi tutte illuminate mentre, a intermittenza, si accendevano e si spegnevano le luci nelle altre stanze.Lo spettacolo ci sembrò degno di nota e ci catturò a sbirciare da vicino la vita degli altri dentro le loro finestre accese.Tutti sembravano indaffarati a sparecchiare, apparecchiare, a friggere e ad arrostire. Arrivavano a noi profumi di minestre e di cibi orientali e le voci di bambini che urlavano, ridevano e piangevano, di litigi tra gli adulti ma anche i silenzi dei sognatori. La voce del giornalista nel tg della sera, tuonava forte e si mescolava a canzoni o a spot pubblicitari.

Suoni e rumori che facevano da sfondo a tutto questo scenario acceso che a noi è apparso come un palcoscenico grande e meraviglioso in cui gli attori recitavano gratis e con maestria, la loro vita a noi due, unici spettatori.
Sarà pure un brutto palazzo ma così acceso, quando il buio comincia a far paura, è bellissimo! Quando a sera rientro tardi, mi basta arrivare in questo cortile e già mi sento al sicuro come dentro casa… – ha detto mio figlio.
Era la dolcezza della sera che, scandita dal ritmo gocciolante di un nasone in un angolo del nostro cortile e regalo di una Roma d’altri tempi, accendeva una luce nella stanza della nostra anima.
È stato il momento perfetto in cui abbiamo capito che la bellezza, a volte, indossa abiti lisi.

Immagine di copertina. Roma, periferia; opera di Francesco Sessa

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