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Cambiamenti climatici: Adriano Madonna torna dalla Patagonia

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di Adriano Madonna

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Il professore Adriano Madonna, biologo marino, è tornato da pochi giorni da un spedizione scientifica in Patagonia, dove si è recato per continuare i suoi studi sulle mutazioni genetiche che caratterizzano le capacità di adattamento dei pinguini, iniziato con due precedenti viaggi di studio alle isole Galàpagos.
Riportiamo qui di seguito integralmente, le sue dichiarazioni al quotidiano Latina Oggi (Cfr. in Rassegna Stampa cartacea di ieri 13 nov. 2018 e anche il file .pdf in fondo all’articolo).
La Redazione

“La spedizione in Patagonia, terra di grandi contrasti ad un passo dal Polo Sud, non solo mi ha dato la possibilità di continuare i miei studi di biologia, ma è stata anche l’occasione per raccogliere un’importante documentazione sull’attuale e preoccupante fenomeno dei cambiamenti climatici”, ha detto il professor Madonna nell’intervista, subito dopo il suo rientro in Italia.

“Mentre ero laggiù, in quell’angolo del pianeta noto come “la fine del mondo” poiché è l’ultimo lembo di civilizzazione prima dei ghiacci dell’Antartide, e mi crogiolavo tra balene ed elefanti marini, pinguini, orche e strani delfini bianchi e neri che mai avevo visto prima, ho potuto rendermi conto di quanto stia accadendo al nostro pianeta a causa del global warming e dei suoi effetti disastrosi. Nella seconda parte del viaggio, infatti, ho raggiunto Ushuaia, nella Terra del Fuoco, dove, notoriamente, la temperatura è molto bassa poiché Ushuaia è una finestra sull’Antartide. E invece ho trovato una situazione climatica molto diversa da quella che mi aspettavo, con temperature decisamente più alte della media solita a quella latitudine. Ho quindi approfondito le mie osservazioni in quella direzione, soffermandomi sugli effetti che questi evidenti cambiamenti climatici hanno sulla vita di quell’angolo di mondo.

Innanzitutto, vorrei precisare che un paio di anni fa ho intrapreso una serie di spedizioni scientifiche in particolare per studiare le capacità di adattamento di alcune specie di pinguini in grado di passare dalle acque gelide dell’Antartide a quelle equatoriali delle Galàpagos. Queste sortite all’altro capo del mondo, dunque, mi hanno dato la possibilità di studiare una fauna ben diversa da quella mediterranea, ma, nello stesso tempo, mi hanno anche rivelato come stia mutando il nostro pianeta a causa dei cambiamenti delle situazioni climatiche, che non seguono più gli standard classici in funzione delle latitudini e degli altri parametri geofisici. Queste mutazioni le ho trovate “in grande” all’estrema punta del Sud America.

Purtroppo, tra gli effetti del global warming in Patagonia, si osserva, oltre all’aumento di temperatura, anche un considerevole incremento delle precipitazioni come mai si era osservato in precedenza. Ciò è estremamente deleterio per le popolazioni di pinguini che vivono laggiù, in particolare a Punta Tombo, immediatamente a sud della penisola di Valdés, dove sono stato. I cambiamenti climatici, infatti, stanno infliggendo seri danni ad una delle più grandi colonie di pinguini di Magellano (Spheniscus magellanicus) della Patagonia argentina, provocandone una forte mortalità, e le cause sono due: i temporali forti e frequenti, che uccidono in particolare i nuovi nati, e il caldo eccessivo. A ciò si aggiunge la penuria di cibo causata da un mare sempre più avaro di pesce e anche questo è un effetto del riscaldamento globale: i valori di temperatura più alti del normale, infatti, bloccano quella dinamica nota come modello dell’oceano a due compartimenti, che trasporta i nutrienti dal profondo allo strato superficiale per la fertilizzazione del fitoplancton e, quindi, per la costituzione di una valida piramide alimentare”.

Interrogato su quali forme di vita ha avuto modo di osservare e studiare durante questa ultima spedizione in Patagonia, il professor Madonna ha detto:

“La Patagonia, al pari delle isole Galàpagos, dove sono stato in precedenza, possono essere considerate una sorta di scrigno che racchiude cose meravigliose non solo per un biologo ma per tutti coloro che amano le espressioni più straordinarie della vita di questo nostro mondo.
Ad esempio, nelle acque di Porto Piràmides, nel Golfo Nuevo della Penisola di Valdés, ho trascorso molto tempo ad osservare le balene, che in questo periodo dell’anno si radunano in popolazioni di migliaia di esemplari e le femmine partoriscono. Non c’è nulla di più emozionante di trovarsi a tu per tu con una balena che prima ti saluta sventolando in aria una coda immensa e poi emerge con il testone a due metri dalla murata della barca, così, per pura curiosità. Le balene che frequentano il mare della Patagonia sono della specie Eubalaena australis, comunemente nota come balena franca australe. Misurano circa una ventina di metri di lunghezza con un peso di una trentina di tonnellate. Questa specie di balena è tipica delle acque dell’Antartide e si avvicina normalmente alle coste. Ciò consente di osservare e studiare con facilità questo grosso cetaceo, che un tempo veniva sterminato dai balenieri. A causa dei suoi movimenti lenti rispetto alle altre specie di balene, infatti, era una facile preda.

La Patagonia è anche una terra dove scienza e avventura si uniscono in un affascinante connubio. Me ne sono reso conto una volta di più quando il gestore della fazenda “La Armonia”, di cui siamo stati ospiti, ha accompagnato me e i miei compagni di viaggio (il professor Cianfrone e l’architetto Valerio), alle falde di una enorme duna che sembrava una montagna e ci ha detto: “Dall’altra parte di questa duna c’è una spiaggia che frequento solo io, dove troverete una colonia di elefanti marini enormi, i più grandi del mondo, ma prima di scendere sulla spiaggia voglio mostrarvi qualcosa”. E infatti, sulla sommità della duna spuntavano dalla sabbia alcuni scheletri umani.
Ci ha spiegato Daniel “Questi sono i resti di un piccolo nucleo di aborigeni primitivi che vivevano quassù, certamente perché si nutrivano di ciò che il mare offriva loro, compresi gli elefanti e i leoni marini della spiaggia sottostante. I chiamo questo posto l’antico cimitero degli Indios”.

E gli elefanti marini erano davvero i padroni incontrastati di quella spiaggia sconosciuta del “pianeta Patagonia”, come ebbi modo di osservare. La popolazione era costituita da diversi gruppi. Ogni gruppo di elefanti marini ha il suo maschio dominante, il cosiddetto maschio alfa, incontrastato signore e padrone, che protegge il proprio harem e assicura la perpetuazione della specie accoppiandosi con le femmine. Gli elefanti marini, della superfamiglia dei pinnipedi, sono animali incredibili che sembrano essere scappati fuori dalle pagine di un libro di fantascienza. Sono mammiferi che in epoche lontane della storia della Terra hanno abbandonato la dimensione terrestre per diventare animali semi-acquatici, trasformando gli arti per la deambulazione terrestre in pinne per nuotare: vivono, infatti, fra terra e mare e si nutrono prevalentemente di pesci.Gli antichi aborigeni australiani chiamavano questi giganti del mare, che possono superare le 4 tonnellate di peso, miouroung, e questo nome è rimasto: la sua trasformazione in Mirounga, infatti, indica, il genere a cui gli elefanti marini appartengono: Mirounga leonina è la specie di elefante marino del Polo Sud e Mirounga angustirostris la specie del Polo Nord. Gli elefanti marini, infatti, vivono ai due estremi del mondo. Il nome comune di questo pinnipede si deve ad una corta proboscide che caratterizza il muso dei maschi”.

Giovani elefanti marini

Il professor Madonna termina così il racconto della sua spedizione in Patagonia: “Alla fine del mondo, così viene chiamato questo estremo lembo del pianeta prima del continente antartico, ho trovato cose interessantissime che vanno a comporre il mosaico della storia della vita. Mi rendo conto, però, che un certo tipo di completamento degli studi che sto facendo forse le troverò solo tra i ghiacci dell’Antartide”.

File .pdf dell’intervista al prof. Madonna su LT Oggi di ieri 13/11: Madonna torna dalla Patagonia

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