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Chi nel mare vive il mare difende

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di Francesco De Luca

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L’isolano sa che gli compete la funzione di ‘guardiano’ del mare. E’ un impegno che gli proviene dalla conoscenza delle dinamiche socio-economiche generate dal consumismo, ma deve diventare un imperativo morale. L’isolano che ha la nota culturale più significativa nell’essere circondato dal mare deve darsi l’obbligo morale di controllarne lo stato di salute. Non a livello scientifico perché non ha le competenze ma a livello di osservazione e di attenzione.

Tanti sono gli studi che denunciano il suo stato di ‘pattumiera’ dei popoli. Non c’è paese costiero che non lasci al mare il nocivo che produce e che deve essere occultato. E tanti sono gli autori che avvertono, ammoniscono, auspicano affinché al mare sia lasciata intatta la sua funzione vitale. Quella stessa per mezzo della quale la vita ha potuto esprimersi e diversificarsi.

Ponza gode di una posizione geografica per cui assiste ai fenomeni di inquinamento provenienti dalla terraferma, ed evidenzia le ricadute provvidenziali del periodo invernale allorquando le acque si rimescolano, si disintossicano della pressione antropica estiva.

Essa non è all’interno di un golfo, di cui patire gli scarichi, ma non è nemmeno tanto lontana dalla costa da poter vantare una sua incontaminazione.

Inoltre, essendo quasi nel centro del Tirreno vede gli influssi che il Mediterraneo soffre per il riscaldamento delle acque, per l’eccessiva pesca, per gli scarichi che gli Stati costieri liberano. Tanto è vero che ogni anno gli amanti del mare denunciano morìe di bivalvi, morìe di posidonie, presenze sui fondali di oggetti aberranti.

Il sito Ponzaracconta registra questi appelli in attesa che qualche Ente si faccia carico di intervenire.

A sostenere questa condotta , che non ho timore a definire “morale”, c’è la testimonianza di Peter Godfrey-Smith. Un filosofo dalla riflessione ‘divergente’ perché va a cercare argomenti per supportare le sue tesi nel mondo animale. E’ un frequentatore delle coste australiane dove intrattiene ‘rapporti’ di osservazione continuata coi cefalopodi. Polpi, seppie e calamari. Ne registra i comportamenti, li valuta e li inserisce nel discorso sull’autocoscienza.

Un punto di vista interessante e dirompente rispetto alle analisi psicologiche, giacché tenta di spiegare il fenomeno, tutto umano, dell’autocoscienza, cercando nei comportamenti intelligenti dei cefalopodi addentellati. Che, anche se non significativi, risultano forieri di interrogativi.

Godfrey-Smith termina il libro con queste parole: “…(la nostra) creatività biologica è talmente vasta che per secoli abbiamo potuto farle quello che volevamo esercitando un impatto minimo; adesso però la nostra capacità di stressare il suo sistema è molto più grande. L’oceano assorbe gli stress in modi non invisibili, ma spesso difficile da vedere – e facili da ignorare quando è coinvolto il denaro. In alcuni luoghi il fenomeno si è già spinto troppo oltre. In molti mari del mondo esistono “zone morte” dove – soprattutto per via della perdita di ossigeno – gli animali non possono sopravvivere e poco altro riesce a resistere. Con ogni probabilità, di tanto in tanto le zone morte comparivano spontaneamente anche prima che gli esseri umani esercitassero la loro azione stressante sull’oceano; oggi però si formano su scala molto più vasta. Alcune di esse vanno e vengono seguendo una cadenza stagionale, un ritmo sinistro scandito dal dilavamento dei fertilizzanti provenienti dai terreni agricoli nell’entroterra; altre sembrano invece più permanenti. “Zona morta” : esattamente l’opposto di un oceano.

Le ragioni per apprezzare i mari e prendercene cura sono molte, e spero che questo libro ne abbia aggiunta una: quando ci tuffiamo nelle loro acque, ci immergiamo nella comune origine di tutti noi”.

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