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Di isola in isola. Ireland’s eye

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di Silveria Aroma

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Lasciamo Dublino per andare a Howth.
Trentacinque minuti con un treno della DART (Dublin Area Rapid Transit), il servizio ferroviario suburbano di Dublino.

Siamo in tre in questo piccolo viaggio in Irlanda. In treno ci confrontiamo fra noi sull’Irish breakfast (mi raccomando mai English, da queste parti potrebbero guardarvi di traverso), uova, bacon, salsiccia, fagioli, funghi. Se la giornata che vi attende si prospetta freddina e di lunghe camminate non è una cattiva idea, anzi.

Il vagone è riempito a gusti misti, per caratteristiche, lingue e provenienza.
Qualcuno fa – Oh! in un altro idioma… Lo stupore del verso ci porta guardare fuori dal finestrino. Sabbia e acqua sotto un cielo vagamente grigio; una piccola isola sullo sfondo, Ireland’s Eye (Inis Mac Neasáin, in irlandese).
Le isole grandi o piccole sono sempre il mio sistema preferito.

Volti si illuminano trepidanti di scendere, il sole fuori cerca di aprirsi un varco, non la spunta col grigio ma rende la temperatura gradevole.
Pochi minuti e il treno si ferma. Scendo avida di immagini antiche ma nuove ai miei occhi.

E’ un porto di pescatori quello lungo il quale cammino, fra le reti a maglie grosse spuntano anche dei contenitori bianchi usati per la pesca.

Ovunque le scritte sono prima in gaelico irlandese poi in inglese.
L’inglese imparato un po’ a scuola, in parte con un’insegnate madrelingua direttrice di una scuola di lingua in Irlanda, molto dovuto alla voglia che ho sempre avuto di incontrare l’altro, l’altro con occhi interessanti, con luoghi e riti a me sconosciuti da raccontare. La lingua diventa uno strumento indispensabile, specie quella inglese. Qualche fidanzatino straniero (non italiano all’estero) mi ha agevolato il compito nell’apprendimento. Il gaelico resta un invito interessante, al momento per me del tutto sconosciuto.
In definitiva: chi tenètte ’a lengua iètte ’n Sardegna, diceva la nonna mia.

Punto verso il faro. Anche qui su tutti vigila la Garda, il corpo di polizia della Repubblica d’Irlanda.

Procedo velocemente ma qualcosa attira la mia attenzione e mi fermo. Ci sono due occhi a pelo d’acqua. Cos’è? Sembra quasi un cane che nuota. No! E’ una foca, libera di entrare e uscire dal porto. Aspetta di ricevere un pesce omaggio. Peccato nuoti in una macchia colorata. Nel piccolo porto chiuso l’acqua si tinge dei colori di scarico. Poco più avanti scorgo un’altra foca. Sono proprio lontana da casa, allora.

Soltanto pochi passi e cambio idea.
Sul molo, in piedi, un uomo fa un lancio con la sua canna da pesca, accanto a lui un piccolo cane vigila aspettando di poter esultare per ogni giro di mulinello che richiama il filo, non importa se ci sia o meno un pesce attaccato all’amo.

Passeggiamo per un po’ senza una meta precisa, ciascuno immerso nel proprio sguardo sulle cose.
Ci viene proposta una breve gita in barca attorno a Ireland’d Eye, l’isolotto oltre il faro, a nord di Dublino.

Velocissimo consulto: sì!
Per l’imbarco si scende una piccola rampa. I biglietti?
A bordo, risposta secca.
Sono due le imbarcazioni ormeggiate, una rossa l’altra blu. Ci invitano a salire sulla seconda.
A bordo ci siamo noi tre ponzesi e un gruppetto di sei o sette tedeschi, una decina scarsa in tutto.
Mi siedo a poppa e non mi sento più una straniera. Quel gozzo, quel legno, il disordine funzionale della cabina… sono a casa, il fatto che si chiami Atlantico non fa differenza per me.

L’uomo avvia il motore, controlla qualcosa sulla plancia, poi – muto – passa a raccogliere il prezzo del pedaggio. E siamo tutti pronti, senza parlare, a passare la banconota da dieci euro nelle sue mani.

Usciti dal porto l’acqua è verde senza arcobaleni in superficie.
Un grosso pesce si inabissa mostrando la coda, un delfino, credo. Nessuno ci bada più di tanto. La maestosità del luogo ci rende attenti – chiusi a capsule separate – in silenzio più che in processione.

Sull’isola una torre Martello e i resti di una piccola chiesa dell’VIII secolo sono gli unici segni del passaggio dell’uomo; tra il verde basso e intenso e la roccia è un fiorire di bianco. Sono margherite, crescono ovunque anche fra pietra e pietra del molo. Le piante piccole ospitano fiori grandi dai capolini gialli molto pronunciati.

L’imbarcazione rallenta. Il comandante ci indica una coppia di foche con il piccolo, un batuffolo bianco. Sentendomi sicura in barca, anche in un altro mare, chiedo al marinaio irlandese di poter andare verso prua. Mi guarda. Per un istante mi perdo nei suoi occhi di un colore mai visto prima, eppure dell’occhio ceruleo sono una profonda estimatrice, ne ho sposato un paio di celesti. Un istante, un tuffo, in un azzurro liquido sotto il cielo d’Irlanda. Allunga una mano e batte sul legno della cabina dicendomi di fare attenzione alla testa: è un sì. Camminando verso prua mi sento pienamente isolana, anche se in uno splendido altrove.

Il giro finisce. Sbarcando incontriamo un signore di Frosinone, sorride scambiando qualche parola con noi nella sua lingua madre. E’ partito per una vacanza trentuno anni prima, a casa ci torna di tanto in tanto ma nei suoi occhi non trovo traccia di nostalgia, è con gioia che dice: la mia vacanza non è ancora finita!

Qui si mangiano molti granchi ma io punto direttamente sul dolce, brownie con gelato alla vaniglia, un dolce che servono quasi ovunque nei paesi anglosassoni, di solito senza panna… sì, la mia via per l’inferno più che popolata da granchi e creature mitologiche è lastricata di cioccolato.

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Nota
Le foto sono tutte dell’Autrice (NdR)

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