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“Il mare insegna” vince l’edizione 2018 del premio Pieve Saverio Tutino

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di Sandro Vitiello

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Siamo – mia moglie e io – particolarmente legati ad un luogo sacro della memoria culturale popolare: l’archivio diaristico nazionale a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo, Toscana.
Fondato da Saverio Tutino, grande giornalista e uomo di cultura, nel 1984 l’Archivio è diventato il luogo dove si stanno conservando migliaia di storie scritte da uomini e donne semplici, con un linguaggio spesso approssimativo, usando strumenti forse impensabili, ma che raccontano la voglia di ognuno di noi di far sapere al mondo che la nostra storia personale è stata comunque importante.
Ci sono diari di guerra, diari di festa, di miseria e di speranze.
Diari di vite vissute e di sogni mai realizzati.

Spesso raccontano i successi ottenuti e a volte raccontano i tradimenti che la vita ci ha regalato.
Da diversi anni associato all’archivio c’è un museo che presenta alcuni tra i cimeli più importanti raccolti.
Il pezzo più originale è sicuramente il lenzuolo di Clelia Marchi, una donna che decise di scrivere la storia della sua vita su un lenzuolo matrimoniale.
Quel lenzuolo che era parte della sua dote di sposa e che “non avrebbe più potuto consumare” con il suo amato marito.
“Nessuna busia, solo la verità” ci fa sapere Clelia con la sua scrittura minuta.

Dal 1984 è stato creato il premio Pieve dedicato successivamente alla memoria di Saverio Tutino.
Tra le opere arrivate all’archivio nell’anno precedente ne viene scelta una che secondo la giuria ha maggiori meriti per essere fatta conoscere al grande pubblico attraverso la stampa e la messa in commercio del testo.
Quest’anno la giuria ha scelto nei giorni tra il 16 ed il 18 settembre le memorie di Luca Pellegrini, un uomo che ha navigato i mari del mondo per tanti lunghi anni nel diciannovesimo secolo.

Riportiamo le motivazioni che hanno portato a questa scelta e… buona lettura.

La vittoria della 34a edizione del Premio Pieve Saverio Tutino viene attribuita alla memoria “Il mare insegna” di Luca Pellegrini.
Nato nel 1806 in una famiglia agiata, dopo l’improvvisa morte del padre notaio deve rivedere le sue prospettive di vita. Abbandonati gli studi, a 16 anni si imbarca come mozzo su un piccolo veliero. Dal golfo di Trieste arriva a Smirne e a Costantinopoli, naufraga, riparte per l’Africa e il Sud America. Segue in prima persona il progresso tecnico che porta dalle navi a vela a quelle a vapore, e in soli quattordici anni diventa capitano di una delle prime che solca il Mediterraneo.

Da ognuno di questi viaggi riporta racconti eccezionali. Lo sguardo curioso di un uomo libero dai preconcetti del suo tempo è la cifra che contraddistingue questa narrazione rispetto a memorie analoghe dell’Ottocento. Mirabili in particolare le considerazioni e la condanna della schiavitù dei neri nelle grandi piantagioni brasiliane, come le riflessioni sulla religione. Senza dimenticare il piglio antropologico con cui si stupisce davanti agli usi e i costumi delle popolazioni che incontra, dal Marocco alla Grecia passando per il Brasile e il Medio Oriente. Non perde occasione, nelle città in cui sbarca, di notare le bellezze artistiche, ma neppure quelle femminili, regalandoci bellissime pagine romanzesche esaltate da un linguaggio vivace arricchito da parole dal forte gusto ottocentesco.

Le avventure per mare che ci ha lasciato Luca Pellegrini sono pervase da uno spirito critico straordinario, unica chiave che, anche nel mondo contemporaneo, possa dirsi valida per indagare il proprio tempo vivendolo da protagonista.

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