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Raccontami una storia…

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di Silveria Aroma

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Una sera di rilassato ciondolamento davanti alla tv, col telecomando in mano, mi sono imbattuta in un’intervista ad un signore. Non chiedetemi come si chiamasse, i nomi delle persone sono fra le cose che dimentico con più facilità. Il tutto aveva un contesto, però, quello della Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno allo “storytelling”, ossia al narrare.

Nelle sue parole il racconto aveva un ruolo centrale, non il racconto letterario bensì quello personale, quello della tradizione orale. Non la storia ma la propria personale storia, ornata di sensazioni e sentimenti privati. Tipo: io, essere umano fragile, a tratti debole, pronto all’errore, ti racconto chi sono.
La conoscenza dell’altro attraverso il raccontarsi, lo storytelling come strumento d’apertura all’altro, passaggio di condivisione per sconfiggere pregiudizio e discriminazione. Il contatto verbale speso “in presenza” e non solo sui social. Ovviamente questo è quanto ne ho tratto io.

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe,
percorri il cammino che ho percorso io.
Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io
e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.
(Luigi Pirandello)

Mi piace sempre chi si racconta, specie se riesce a farmi vedere cose che non ho mai vissuto né vivrò mai.
La mia storyteller prediletta è stata nonna Silvia.

C’era una volta…
un’imbarcazione tirata a secco in un cantiere di Santa Maria, l’unico uomo dell’equipaggio rimasto sull’isola era un marinaio, di nazionalità greca, pare. Più volte al giorno passava dalla nonna per comperare birra.
Entrava, pagava quanto dovuto, prendeva le bottiglie a andava via. Questo i primi tempi.
Da un certo punto in poi prese a far segnare sul quaderno le birre che lasciava da pagare.
Segna oggi e segna domani, il numero crebbe e arrivò il giorno in cui Silvia gli negò l’ennesima birra. Dicendogli… Primme m’he paga’ i birre ca tengh’ signate ’ncopp’u quaderne!

Ie a tte e tu a mme
Ie a tte e tu a mme
Parte l’alterco
L’uomo insistette e insistette finché spazientito, ma poco in equilibrio per via dell’alcol, provò a tirare un pugno a mia nonna: errore madornale!

Lei fece un passo indietro, si abbassò leggermente piegando le ginocchia, – e la sua narrazione a questo punto si caricava di enfasi – schivò il colpo. Furente si drizzò, lo mise bene a fuoco e…

E… Mo’ te faccie a vede’ buone ie!
Preso il marinaio per la collottola gli fece salire all’indietro i tre scalini che da ’u malazzèn’ portano all’esterno; il greco ne affrontò – da gambero – anche un quarto prima di arrivare alla strada. Ancora qualche passo in avanti di lei, all’indietro di lui, e – con un solo tentativo di lancio – lo scaraventò nel canale (lavo), allora senza parapetto. Il povero straniero, rimasto appeso con un piede al ponticello, cominciò ad urlare. Gli uomini che si trovavano nei paraggi accorsero – un tantino divertiti – in suo aiuto.

Mentre lo tiravano su di peso, il marinaio ripeteva: – Signora cattiva, Maestro buono.
Chi era presente alla scena ancora ride.

Nota
Le foto degli uccelli sono dell’Autrice

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