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A Edimburgo, la casa di Stevenson (3)

di Lorenza Del Tosto
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E a proposito di incubi, per richiamarlo dalle sue fantasticherie, gli chiediamo se sua moglie sa per caso dove è andato a finire l’armadio di mogano che era nella stanza di Stevenson bambino, uno degli unici due mobili rimasti opera del falegname William Brodie uomo pio di giorno e ladro di notte, morto impiccato, che ossessionò i sogni di Stevenson fino a trasformarsi nel dottor Jekyll. Scritto di getto in sei giorni dopo un incubo spaventoso, una notte che suo padre non era lì a confortarlo.
E il russo salta su emozionato e dice che quello lo ha scovato lui nel piccolo museo su nella città vecchia.
– Ma è chiuso – dico io.
– Oh sì lo hanno chiuso da poco per restauro. Ma prima io ci ho passato tanto tempo (da quanto tempo dura allora questa storia? Ci chiediamo con gli occhi io e il mio compagno) – E ora mi hanno chiuso fuori, gli ho chiesto se potevano fare un’eccezione non avrei dato fastidio a nessuno, ho detto. E loro erano così mortificati…sono gentili questi scozzesi. La signora ha detto che mi avrebbe pure fatto entrare ma avevano rimosso comunque tutte le teche. E ora non rimane niente di lui solo quel triste mausoleo nella cattedrale, una cosa tristissima, non credo che a lui sarebbe piaciuto vedersi sdraiato così sui cuscini di marmo. Si era sempre fatto ritrarre come un pirata sul ponte di una nave…E ora ci si è messa anche mia moglie … non resta niente, se te ne vai, di te non resta niente.
Scuote la testa e ci versa altro whisky. Ha un bellissimo sorriso adesso, e gli occhi brillano di immagini lontane. Vorremmo chiedergli da dove viene, e quale casa ha lasciato in quale lontano paese. Vorremmo chiedergli perché lo ossessiona la scomparsa degli oggetti di Stevenson quando restano pur sempre i suoi libri.
Eppure quante volte anche noi siamo venuti qui a cercare chissà cosa. Vorremmo chiedergli di lui, del suo lavoro, dei suoi abiti di altre epoche, altri secoli. Ma lui non ci direbbe nulla. E’ di Stevenson che vuole parlare…

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E allora ci aggrappiamo alla memoria e raccontiamo quanto sappiamo, nell’ordine confuso, caotico della notte e della stanchezza. Raccontiamo di certe strade che portano al mare, dove Stevenson passeggiava con suo padre, che sono ancora lì piene di vento e salsedine. Di un pub isolato accanto all’imbarcadero di Queen’s Ferry. Gli parliamo del testo scritto da Stevenson sulla stesura de L’isola del tesoro. Una meravigliosa lezione di scrittura dove racconta con ironia e leggerezza delle tante volte che aveva iniziato un romanzo senza mai riuscire a terminarlo; dei romanzi ingenui, povere cose, scritti da ragazzo; del senso di fallimento in cui si trascinava e di come poi un giorno, recluso malato in casa, si trovasse a disegnare la mappa di un’isola misteriosa per un bambino che non amava la letteratura (il figlio di sua moglie) e di come nel disegnarla con accuratezza e precisione, con i suoi golfi e i suoi boschi, i personaggi gli siano balzati davanti agli occhi e la storia abbia preso forma lì sulla carta.
Gli raccontiamo di suo padre e del figlio di sua moglie che aspettavano trepidanti il pomeriggio per ascoltare dalla sua voce la lettura del capitolo scritto la mattina. E di come poi arrivato al capitolo quindici, il capitolo su cui sempre si incagliava, di nuovo avesse perso il filo. Ma quella volta si è fatto forza ed ha aspettato, ha pensato ad altro ed una mattina la storia gli è sgorgata dalle labbra, dice lui, come un pettegolezzo. E di come concluda il testo raccomandando agli amici scrittori di disegnare sempre mappe per le loro storie. Di conoscerne alla perfezione i luoghi siano essi veri o immaginari, come isole su cui abbiano passeggiato a lungo, fino allo sfinimento.
Il russo ci ascolta incantato con i suoi occhi lucidi e tristi di bambino.
– Oh… ecco cosa raccontavano su al museo, era una voce registrata, per me era un po’ difficile capire – mormora.

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Ha ripreso la sua posizione languida e assorta sui gradini umidi di casa. E’ solo un uomo bisognoso di una piccola consolazione, un misero conforto in questa notte mondana di luci e stelle. È per questo che ci ha fermato.
Ed è per questo forse che mi induco a dirgli – anche se come posso saperlo io per certo? -, che Stevenson è morto da uomo felice.
Che mai come negli ultimi anni a Samoa ha avuto negli occhi le notti di Edimburgo, il profilo del castello all’orizzonte, le torri e i camini e il cielo immenso che aspetta alla fine di ogni strada, bastano pochi passi per entrarci dentro. Mai ha scritto in modo più intenso della sua città come quando era laggiù. Accompagnato dal suono marziale delle sue cornamuse lontane.
Il russo guarda nel buio con un sorriso beato.
– Lo chiamavano Velvet Coat, lo sapete?… per quel suo cappotto rosso bizzarro che non si levava mai… Anche a me mi chiamavano Velvet Coat o forse no.. forse era Giubba di Velluto… – scuote la testa – non importa…

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Si è alzato il vento e fa freddo, ora. È ancora buio qui, ma di certo è quasi mattina. Sua moglie deve essersi addormentata nell’attesa. E anche gli spiriti che ci accompagnano, quelli di Stevenson o gli altri che stasera hanno spinto quest’uomo fuori di casa.
Ringraziamo per il whisky, promettiamo di ripassare presto. Rimangono tante cose da dire.
– Scusate se non vi ho fatto entrare, ma la clausola per avere l’appartamento è che non vi entri nessuno – dice l’uomo quasi avvenendosi solo ora di averci tenuto sulla porta – …E comunque non c’è più nulla che valga la pena…

Ci voltiamo in fondo alla strada e lui è ancora lì. A guardare gli alberi e le luci lontane.
Aveva ragione la bambinaia calvinista di Stevenson quando, sollevandolo tra le braccia, gli diceva che quelle luci che si vedevano erano altri bambini come lui che aspettavano il mattino.

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Robert Louis Stevenson: Edimburgo, 13 novembre 1850 – Samoa, 3 dicembre 1894. Celebrative stamps

 

 


[La casa di Stevenson (3) – Fine
[Per la prima parte: leggi qui [7]]
[Per la seconda parte, leggi qui [8] ]

Appendice: foto allegate al commento di Sandro Russo

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Fanny Van de Grift – Osborne – Stevenson (1840 – 1914)

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[11]

Il libro – Fanny Stevenson – che parla tanto anche di Robert – è stato scritto da Alexandra Lapierre [Ed. francese Laffont, 1993; Ed. Mondadori, 1995)