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A Santa Teresa di Gallura c’era Cecchino…

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di Sandro Vitiello e Tonino Impagliazzo

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Tra quattro giorni a Ponza arriverà una nutrita delegazione di amici che da Santa Teresa di Gallura verranno a trovarci.
Ci saranno gli eredi di quei nostri compaesani che scelsero di rimanere da quelle parti una vita fa e ci saranno nuovi amici, curiosi di scoprire la terra d’origine dei tanti ponzesi che hanno frequentato la Gallura e i suoi mari, così ricchi di aragoste e di tanto ben di Dio.
L’amico Tonino Impagliazzo, con cui ho scambiato una lunga telefonata qualche giorno fa, mi ha raccontato fatti in parte a me noti – ricordo dei tanti racconti di mio padre e dei miei fratelli – e cose nuove che non conoscevo.


La presenza dei ponzesi che si sono fermati stabilmente a Santa Teresa di Gallura è datata alla fine del 1800. Famiglie di Le Forna, famiglie di pescatori che avevano capito le possibilità che quei luoghi offrivano.
Un approdo sicuro alle imbarcazioni, terreni che all’epoca costava poco su cui costruire un’abitazione e coltivare quanto serviva alla vita quotidiana.
Hanno faticato anche a costruire relazioni stabili con le genti di Santa Teresa ma alla fine essi sono diventati parte integrante di questa comunità. Il quartiere di Santa Lucia si è formato grazie ai pescatori ponzesi e alle loro famiglie.

Non è diventata casualmente la dimora dei ponzesi. Aveva una posizione strategica. Da quel posto si vedevano arrivare le barche dalla pesca.
Tutta la famiglia scendeva al mare e si dava da fare per aiutare a scaricare il pescato, a sistemare gli attrezzi da pesca e la barca.
I ponzesi nella bella stagione li trovavi in una spiaggetta appartata chiamata non a caso “La ponzesa”.
I ponzesi di Santa Teresa di Gallura avevano anche una importante figura di riferimento che era Silverio Rocco; stimatissimo medico che aveva il merito, oltre che di curare molto bene, di aiutare chi si apprestava a lasciare il nostro mondo.
Silverio Rocco era di origine ponzese.
Ponzese è la famiglia di Federico Aprea.


I suoi genitori scelsero di lasciare Cala Caparra con lui bambino; i suoi figli continuano il mestiere della pesca in terra di Gallura.
A Santa Teresa c’era Cecchino e c’era sua moglie; erano i referenti dei pescatori.
A fine giornata, tornati a terra, Cecchino ritirava il pesce e le preziosissime aragoste, destinate al mercato francese.

Tonino mi ha raccontato dei marruffi. Erano enormi cestoni dove, in mare, venivano conservate le aragoste.
Costruiti con mani sapienti partendo dai rami giovani di mirto.
Cecchino e sua moglie erano alle dipendenze di un certo Silvio Colombo.
Erano gentili, erano disponibili. Era gente di cuore.

Prima di loro i pescatori ponzesi si erano misurati con un certo “Colonnello”. Il ricordo di quest’uomo non era così piacevole.

Cos’era Santa Teresa di Gallura nei ricordi della gente come mio padre?
Era il luogo in cui si era migliorata significativamente la qualità della vita dei pescatori.
Perchè era finito il tempo in cui si navigava a remi o vela; erano arrivate le barche a motore.
Si poteva scegliere di avere come approdo anche un luogo lontano dai banchi di pesca.
Santa Teresa offriva tutto questo.
Offriva quelle comodità che le spiagge di Aglientu o dell’isola Rossa non potevano dare.

“Non ringrazieremo mai abbastanza le genti di Vignola o di Trinità perchè senza di loro non saremmo sopravvissuti, ma dormire tranquilli la notte, avere la certezza di scaricare il pesce tornati a terra, trovare a pochi metri dalla barca il minimo indispensabile per stare abbastanza bene, ci ha cambiato la vita.”
Questo amava raccontare mio padre.

Pensando al suo tempo e ai tanti che hanno passato una parte importante della loro vita in quei luoghi non possiamo che dire “Benvenuti” agli amici di Santa Teresa.

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