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Case d’artista. Ettore Settanni, il “ponzese” di Capri

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di Giuseppe Mazzella

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Ettore Settanni (1901-1985) amava Ponza; l’amava certo più di Capri, di cui era originario.
Quando vi approdò per la prima volta, verso la metà degli anni cinquanta, ne restò incantato. L’isola gli ricordava quella della sua infanzia: paesaggio folgorante, mare tersissimo, silenzio, pace. E, soprattutto, gente affabile e ospitale. Decise subito di costruirvi un buen retiro, che raggiungeva quando poteva con la famiglia, ma anche da solo, d’estate e d’inverno.

Ettore Settanni a Capri. Da un giornale francese del 1986

Settanni quando giunse a Ponza aveva conquistato una certa notorietà in Francia, dove aveva vissuto e operato per anni, legandosi d’amicizia con personalità come Lerbaud, che lo aveva messo in vista tra i migliori adepti del “monologo interiore”.
A Parigi aveva pubblicato con successo “Amore Coniugale” “Don Chisciotte”, “Le anime morte”.
Nel 1939, forse vinto dalla nostalgia, era poi tornato in Italia, a Capri, dove cominciò a collaborare con numerosi quotidiani e alla RAI, che se non gli garantivano notorietà, gli permettevano di portare avanti la famiglia.


Con il romanzo “Come ho ucciso Gianni Randone”, ebbe un breve guizzo di notorietà. Poi la critica imperante lo ignorò quasi del tutto, anche perché il suo stile contrastava con la “vulgata” del tempo.
Pubblicò ancora un altro romanzo autobiografico, “Fiume”, che non ebbe però alcun riconoscimento.
Stanco, deluso, quasi ignorato dalla critica, senza però mai perdere la sua vena sottilmente ironica, aveva trovato nella nostra isola una dimensione ideale, legandosi di amicizia con moltissimi ponzesi, tra i quali prediligeva Maurino, “il re dei fuoribordo” e Adalgiso Coppa, del quale ammirava la tenacia e l’affabulazione non meno del suo vino cristallino che ricavava dalle ubertose vigne del Fieno.

Ettore Settanni con amici ponzesi

Furono anni di intenso rapporto con Ponza e i ponzesi, dei quali ammirava la semplicità e l’ospitalità. Entrò subito in sintonia con l’ambiente, esaltato da tanta bellezza che riportava anche nella pittura, sua altra grande passione, con colori intensi e pastosi, fino a dimenticarsi quasi del tutto di Capri, alla quale aveva pure dedicato alcune memorie storiche e autobiografiche, opere finalmente dopo molti anni ristampate e fatte conoscere ad un più vasto pubblico. Alle nostre isole ha dedicato brani di grande intensità e poesia con “Ponza e Ventotene” e “Piccolo mondo antico napoletano”.
Quello che più lo entusiasmava era l’umanità degli isolani. Rileggo spesso le sue pagine incantate che fanno rimpiangere quel tempo e quegli uomini, della cui sensibilità restava ogni giorno sorpreso e conquistato, tanto da scrivere che il “fascino vero di Ponza sta nella tempra genuina dei suoi abitanti”.
Erano gli anni prima dell’avvento del turismo, quando Ponza, ferma nel tempo, conservava ancora le malie di Circe e le atmosfere assolate degli antichi abitatori.

Settanni a Ponza

Io ebbi modo di conosce Settanni nell’estate del 1967, letteralmente trasportato con un piccolo triciclo alla sua casa da mio padre, al quale da tempo chiedevo insistentemente di farmelo conoscere. Fu per me un giorno magico. Timidamente gli mostrai i miei primi racconti che lesse rapidamente, con attenzione e curiosità, ed ebbe per me parole di incoraggiamento, delle quali gli sono ancora grato. Da allora rappresentò un riferimento e uno stile al quale ancora guardo con immutata ammirazione. Purtroppo da allora non ebbi più modo di incontrarlo.

Settanni, negli anni a seguire, continuò a venire a Ponza, a scrivere, a dipingere, ma soprattutto a parlare con i ponzesi, dei quali sembrava ormai non poter più fare a meno. La sua casetta ai Guarini, si andava intanto arricchendo di quadri, di mobili da lui stesso realizzati, di libri. Fino alla scomparsa avvenuta nel 1985.

Alla fine degli anni ottanta ebbi modo di conoscere e fare amicizia con la figlia Simonetta, che mi parlò a lungo del padre, delle sue abitudini letterarie, della pazienza della madre nel digitare i suoi scritti che lui lasciava a volte abbozzati, per correre a salutare i suoi amici isolani.


Un’estate mi invito a casa sua e mi mostrò i mobili, originalissimi e squillanti di colori, le librerie, il suo studio, che mi colpì moltissimo.
Settanni aveva ricavato nella casa che era su due piani, in una sorta di cripta, il suo angolo dove raccogliersi e scrivere. Sobria, bianca di calce, le pareti nude e umide, un piccolo tavolo e una sedia spartana erano tutto l’arredamento. Più che uno studio, una cella monacale, senza vista, quasi interrata.

Simonetta mi permise di fotografare e in quell’occasione le feci anche una piccola intervista in VHS. Simonetta mi invitò anche a Capri, alla villa in Via dei Faraglioni, per approfondire sui libri e le carte là conservate, la figura del padre, al quale desideravo dedicare una piccola monografia. Lei mi diede anche molto materiale fotocopiato di articoli e lavori pubblicati. Purtroppo il progetto non ebbe seguito, ma non è detto che non possa ancora essere realizzato in futuro.

E’ passato ormai tanto tempo dalla sua scomparsa; l’altro anno anche la figlia Simonetta è volata via. Leggo dai giornali che la sua Casa dei Faraglioni, nella quale soggiornò e operò Lenin, è stata venduta. Non so dei suoi libri e delle sue carte. Non so della casetta di Ponza.
Il ricordo di lui si confonde con il rimpianto e la tristezza che lui provava ogni qual volta doveva lasciare l’isola, quando scriveva: “E con l’aria vorrei portarmi uno straccetto, un lembo dell’abito consueto degli isolani, l’abito della loro saggezza di cui non san rendersi conto”.
Una lode straordinaria, ma anche un rimprovero per tutti noi, che continuiamo a non rendercene conto.

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