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Oggi, vendemmia al Fieno

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di Francesco De Luca

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Iniziamo la salita dall’Acquedotto. Jiulian è l’unica straniera del gruppo. Americana del Tennessee, blogger alla ricerca di momenti di vita memorabili della realtà umana italiana. Spiritosa e gioviale. Parla l’italiano con accento simpatico, fluido e articolato. Ha saputo che la vendemmia al Fieno è un evento ricordevole, ha prolungato la sua permanenza sull’isola aspettando che Luciana indicasse il giorno esatto. E’ domenica.
Luciana, insieme ad Emanuele, suo marito, e all’enologo, dopo aver patito le acquazzoni dei giorni passati, hanno stabilito che domenica il tempo sarebbe stato favorevole alla vendemmia. Ed eccoci qua.

Ci si arrampica per il sentiero a piccoli gruppi, Compaesani, amici, parenti degli amici e amici dei parenti. Il sentiero è quello segnato dagli antichi coltivatori del Fieno. Quelli che hanno lasciato nella memoria storica dei Ponzesi il loro attaccamento a quel tratto dell’isola, contraddistinto dalla produttività dell’uva e, di conseguenza, dall’abbondanza e qualità del vino.

Nella mappa denominata Isole di Pontio, di anonimo, del secolo XVI, proveniente dall’Archivio farnesiano di Napoli (pag. 53 del libro: Pontio – l’Isola di Pilato, di Vincenzo Bonifacio, editore VianelloLibri) la punta della lingua di terra che dal monte Guardia si protende verso Palmarola, è chiamata Punta del Fieno. Lì, i coloni borbonici (1734) che ebbero in uso quel pendio (la famiglia Migliaccio fondamentalmente) trovarono già viti e alberi da frutta. E poi il territorio è esposto ad ovest e prende l’acqua piovana che il sovrastante monte riceve e dirotta a mare.

Chi furono i primi abitanti di quel posto? E chi vi lasciò manufatti neolitici, raschiatoi, punteruoli, coltelli trovati lì nel 1914 dal geologo O. De Fiore (pag. 249 de All’isola di Ponza, di Silverio Corvisieri)?
Furono i Greci a portarvi la vite?
Domande che avvolgono di fascino quel luogo!

I coloni scavarono nella docile roccia del monte ipogei per soggiornarvi, cisterne in cui incanalare l’acqua, cantine dove lavorare e custodire il vino, stalle per gli asini, luoghi per allevare conigli.

Il Fieno, ancora oggi, riserva, ai novelli estimatori, sorprese. Si tolgono rustine (sterpaglia) e compaiono catene (terrazzamenti) improbabili, tanto sono arrampicate su in alto, quasi a strapiombo, e in un incavo, inaspettato, si apre un vano-grotta, corredato di palmento e di pozzo.

Perché è avvenuto che, allorché apparve chiaro che quei terreni erano fruttuosi, ogni possessore si organizzò per massimizzare i frutti. Fosse il vino, fossero gli ortaggi, il lino oppure il semplice fieno, da coltivare giù, nella piana a livello del mare. Ma i sopravvenuti smembramenti della proprietà iniziale fra i componenti familiari dimezzarono anche i prodotti di cui godere. Per cui il territorio subì, specie nei due dopoguerra – anni ’20 e anni ’50 – un abbandono per emigrazione.

Chi vi rimase? Chi aveva quantità di terreno sufficiente per raccolti decenti. E chi non ha messo in relazione conseguente il ricavato con la difficoltà di accedervi.

E’ la stessa difficoltà che stiamo affrontando noi. Eppure noi godiamo di un sentiero in parte lastricato dagli indomiti progenitori, in parte tagliato nella roccia per renderlo più agevole. Le salite e le discese sono tenute in cura da chi quel luogo scelse come riparo dalle angustie del vivere civile. Luogo dove poter dare sfogo ad un contatto totale con la natura. Caccia, amici, pesca, convivialità, lontani dalla famiglia, dalle impellenze.
Il fatto di essere lontano dai centri abitati è un fattore positivo, e lo è pure il fatto che arrivarci è faticoso.

Siamo arrivati. Dove? Alla cantina dell’ azienda Antiche Cantine Migliaccio. E’ un discendente dei Migliaccio infatti che si è intestardito a ripristinare il podere del capostipite. Emanuele infatti, memore della passione di suo nonno per quelle catene e per quelle viti, ha comprato da altri i terreni circostanti, ne ha rimesso in produzione i vitigni e ha creato questa Azienda che è un monumento alla fedeltà, al coraggio, all’innovazione. Fedeltà ai padri, coraggio nell’affrontare gli ostacoli produttivi e organizzativi al fine di installarvi una cantina, innovazione perché ha dato al vitigno autoctono biancolella una denominazione certificata e protetta, e una presenza sul mercato enologico del Lazio.

Emanuele Vittorio e Luciana Sabina

Siamo qui. La prima a darci il benvenuto è Luna, la cagna di Giovanni. Il quale insieme al gruppo dei vendemmiatori, già dall’alba ha iniziato a tagliare. Ci sono i ragazzi romeni e insieme Totonno ’i Semiscotte, vignaiuolo da una vita e amante del vino, le due signore che più accanite non si può, Esterina e Belvisella, e Liberato, l’ultimo, estremo frequentatore del Fieno. Depositario dei segreti e delle credenze, dei sogni e delle delusioni.

Quel gruppo già taglia e i bigonci si riempiono. Jiulian, fotografa e sorride contenta, Antonietta è vogliosa di partecipare. Lei è una discendente Migliaccio, ha terrazzamenti in quel luogo che fa coltivare a ricordo delle fatiche cui la madre si sottoponeva per trarre dal lavoro dei campi il sostentamento per la famiglia, dopo la precoce morte del marito. Tre figli e tutti a studiare in continente. Insieme c’è la nipote Assunta dal piglio determinato come un ‘carabiniere’.

A proposito… c’è pure la figlia di un maresciallo (Petronici) dei carabinieri che negli anni ’60 operò a Ponza con tanto merito da essere ricordato dai compaesani. Lei, insieme al marito, è venuta dalla Toscana. E’ chiamata paesanamente ‘a marescialla’ in ricordo del padre. Stamane lamenta dolori alla schiena ma è qui lo stesso perché la vendemmia al Fieno lascia ricordi piacevoli.

Come formichine, i romeni portano a spalla i bigonci che noi riempiamo. Come è bella questa uva. Pulita per le ultime piogge e indorata dal sole che impera sulla giornata.

La Punta del Fieno si tuffa in un mare verde-perlaceo. Più in là c’è una barchetta a pesca di perchie e un motoscafo riga il mare dirigendosi a Palmarola.

Qualcuno grida: “Mohamed… Mohamed…”. Compare un ragazzo. “Di dove sei?” – chiedo. Risponde in dialetto. La famiglia vive a Ponza da tanti anni.

Facciamo colazione e pure Mohamed accompagna fresella e fasule col vino.

La cucina è diretta da Antonio ’i spaccamuntagna. Lavora nell’azienda e Luciana, che ne è la legale proprietaria, gli ha affidato la responsabilità di dar a mangiare a tutta la squadra degli operai in forza del suo diploma all’Alberghiero. Interviene Manuele e lo sfotte: “tutto sa fare eccetto che ’i parracine . Non è vero.

Le parracine o muri a secco patiscono il dilavamento. Quando piove a dirotto in poco tempo, come nei giorni scorsi, al muro a secco manca il tempo di drenare l’acqua, che spinge e che fa franare le pietre. ““No…no… nn’i sape fa…” – ribatte Emanuele.

Si taglia, si chiacchiera, ci si fa abbrustolire dal sole. Liberato avverte, e le sue parole sono ordine: “Solo uva bianca, mi raccomando! ”.
Ma c’è pure quella nera. E come è buona! Ma quella sarà oggetto della vendemmia di domani. In cosa si concretizza il tutto?
Nel Bianco Fieno di Ponza, nel Rosso Fieno di Ponza, nel Rosato Fieno di Ponza, nella Biancolella Fieno di Ponza.

Di solito, alla fine della tagliatura, ci si porta sugli scogli e ci si rinfresca col bagno. Perché è il fresco che si cerca. E le acque del Fieno sanno di scoglio, sanno di basalto, di profondità. Il fresco che dà il mare non lenisce soltanto la pelle ma anche la mente…

Ma c’è anche chi lavora alle macchine per trasformare le pigne in mosto. C’è l’enologo a sovraintendere ogni procedimento. Salvatore è il suo assistente. I raspi vengono buttati, così le bucce dei chicchi. Il mosto viene spinto nelle botti di acciaio.

Il da fare intorno alle macchine però non distoglie da una occupazione che si intravvede a sprazzi. Esterina infatti porta le tovaglie, Antonietta accosta i tavoli, Belvisella ci mette bicchieri e tovaglioli. Antonietta e Ornella sono sparite. Noi ci sediamo. Giovanni porta una caraffa di vino. Lo assaggiamo. “Tu non puoi bere” – ammonisce Totonno all’amico Liberato. E poi di soppiatto a me: “il dottore glielo ha proibito assolutamente”. Liberato ci guarda sconfortato.
“No… no… – intervengo io – chistu vino a ’u Fieno… no …”
Totonno mi guarda perplesso, e così coloro che stanno vicino.
Giovanni lo vedo armarsi di pazienza. Si allontana e viene fuori con un’ altra caraffa di vino rosso. Lo beviamo: “Questo sì!”
Liberato, di fronte a me, è ancor più sconfortato. Si fanno arditi tutti e si riempiono i bicchieri. La caraffa è vuota. Giovanni ha intuito quello che sarà il suo nuovo compito.

Arrivano i piatti. Ornella e Antonietta stanno impiattando per tutti. Quanti siamo? Una trentina. Macché, alla fine sono stati riempiti trentasei piatti. Antonio, sempre lui, cuoco e altro, ha fatto paccheri con sugo di maiale.

Si mangia e si beve. Valeria, romena, moglie di Mariano, si siede vicino a Totonno. Non lo avesse mai fatto. Totonno si scatena. In che senso? Nel senso che vuole dimostrare d’essere un estimatore sensibile del fascino femminile.

E’ una cosa che sappiamo tutti e perciò Valeria lo stuzzica. Totonno diventa l’animatore della tavolata, con barzellette e aneddoti.  “Senti, senti… – dice. Quest’anno porto a Palmarola una russa. Bella signora… Risponde garbatamente alle sollecitazioni di Totonno tanto che egli osa.
“Dammi un bacio” – le dice – e la signora risponde: “Sì, sulla guancia”.
“E me lo ha dato veramente” – sottolinea Totonno, sorridente e luminoso in viso.
“E certo – commento io – hai chiesto con signorilità e lei ha risposto alla stessa maniera”.

Jiulian capisce che intorno a Totonno gira la cordialità della comitiva e gli si siede di fronte. Accanto a Liberato. Lui mangia con calma e non beve. E pensare che ama il vino tanto quanto ama la vita. Oggi si deve trattenere.

Il vocìo dei commensali è alto. Dopo il primo piatto sono passate le salsicce e le costatine di maiale. E giù vino. Quello rosso ? Sì… altro rosso.

Luciana è contenta del simposio. E per esserne certa chiede all’enologo, che non è del luogo, un giudizio. Il giovane si dice sorpreso che la vendemmia a Ponza abbia questa giovialità.

Essa è un retaggio di una consuetudine che nel tempo trova il fondamento e che nel tempo si è consolidata. Figure indimenticabili di un Fieno irripetibile, di vendemmie ricordevoli. Giustino, Damigiana, Gioì, Luigi ’u niro. Bevitori eccezionali. Lavoratori indefessi. Tenevano all’amicizia come al vino. Anzi, il vino intesseva amicizie sfottò, rivalità e umorismo.

Giustino

Luigi ‘u nire

Venne al Fieno, portato da Giustino, un alto magistrato. Lo presentò come si conviene e traeva da quella presenza un prestigio per sé. Un magistrato di Corte d’Assise, una persona di alto livello, avrebbe apprezzato da par suo la convivialità che si consumava in una cantina al Fieno.

Il magistrato, un omone che generava soggezione anche per una lunga barba, fu ossequiato da tutti. Un saluto e un brindisi, una citazione burlesca e un brindisi, un augurio e un brindisi. Ognuno diceva la sua, in dialetto, con un filo di voce, con fare impostato. Tocca a Luigi. Si alza in piedi, mette in evidenza il bicchiere e declama:

Barba aveva Noé,
barba aveva Mosé.
Regnanti e sapienti
si ornavano di barbe fluenti.
Ad ognuno la sua
per colore, forma, stazza.
Barba aveva Vittorio Emanuele,
barba aveva il ministro Rattazzi,
ma qui, in questa stanza
ie veco sulo barbe ’i cazzo.

La sottile ironia non fu colta, nemmeno dall’alto magistrato, nei fumi del vino ormai andato.

Il destino del Fieno è nel suo vino; il destino di quel vino dipende dagli uomini che vi si dedicano.

Jiulian lascia il sorriso e diventa seria. Mi guarda quasi preoccupata. Insistente. Sta facendosi domande ed elaborando risposte. Ha in mano un bicchiere. Beve, e le sue guance ritornano rosse e allegre. Domani scriverà sul suo blog di questa giornata trascorsa al Fieno, a vendemmiare.

 

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