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Winspeare o Ferdinando IV?

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a cura del Centro Studi e Documentazione Isole Ponziane

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Si è chiusa da qualche giorno la mostra Ponza nel 1700: un percorso attraverso carteggi, progetti e piante ed è tempo di tirare le somme del lavoro svolto.
Tutti coloro che l’hanno visitata l’hanno apprezzata e noi, che ci abbiamo lavorato in tempi brevissimi, pensiamo che sia valsa la pena dedicarvi tutte le nostre energie.

La ricerca all’Archivio di Stato di Napoli ci ha consentito di trovare documenti sulle differenti caratteristiche della prima e della seconda fase della colonizzazione, sulla centralità della figura dell’ingegnere del Genio Antonio Winspeare e sul legame ventennale con il suo aiutante e successore Francesco Carpi, sulle difficoltà dei primi coloni, sulle varie costruzioni progettate nel ‘700 e sui tempi della loro realizzazione.

Seguendo l’ordine cronologico, per il 1734, anno di inizio della precipitosa colonizzazione voluta da Carlo di Borbone, non abbiamo trovato stravolgimenti nel Libro di Battesimi di matrimonio e Stato d’Anime di Ponza che copre gli anni dal 1700 al 1738. Sono solo 29, fra adulti e bambini, i coloni riportati all’11 luglio del 1737,  in tutto solo sei famiglie, di cui almeno una, quella di Pietro Migliaccio, già presente sull’isola dal 1731. Situazione questa che non cambia di molto nei dieci anni successivi, come emerge dalla censuazione dei terreni del 29 maggio 1746 quando i coloni assegnatari di terreno risultano essere 12.


Del resto il bilancio di quindici anni delle rendite dell’isola per la Real Casa (dal 1735 al 1750) rileva ben poca cosa dal ricavato dal canone di affitto delle terre; il grosso del guadagno proviene dal pescato, dagli ancoraggi e tutto quanto abbia a che vedere col mare.

Dunque langue la colonizzazione legata al decreto dell’ottobre 1734, voluta da Carlo di Borbone per rimarcare il possesso delle isole nei confronti delle rivendicazioni della Chiesa; e fino al 1770 non ci sarà nessun segnale di cambiamento.

Anche la data 1768, che aveva dato l’avvio alla ricerca per ricordare i 250 anni del porto borbonico, risulta priva di indicazioni di svolta.

I documenti riferiti al 1768 ci dicono solo che re Ferdinando IV aveva deciso che bisognava controllare bene le rendite che arrivavano dalle isole farnesiane alle casse reali, perciò fa un bando contro i pescatori che vogliano vendere altrove il loro pescato di Ponza senza pagare il dazio stabilito e ordina la censuazione dei terreni coltivati dai coloni perché pensa di trarre dei vantaggi dai canoni da imporre. Ordina poi l‘allungamento e l’innalzamento della sola scogliera del porto di Ponza.

In realtà la ricerca non solo sposta in avanti nel tempo, al 1771, l’idea che si debba fare un porto a Ponza, ma la vede partorita dalla mente dell’ingegnere Antonio Winspeare che la propone come elemento di sostegno per un progetto di sviluppo non solo urbanistico ed economico ma soprattutto sociale. La mostra ha dato modo, attraverso i documenti, di comprendere l’importanza della sua figura per la nascita e lo sviluppo della comunità isolana, della sua idea di progresso e sviluppo della società, della sua indignazione per le condizioni di vita dei primi coloni, per le loro difficoltà, dando pienamente ragione alle loro lamentele.
Emozionante è stato per molti visitatori leggere la supplica degli abitanti perché venisse fatto ciò che l’ingegnere aveva scritto nella sua relazione del gennaio 1771, supplica “firmata” con le croci di tutti i coloni.

I primi documenti che ci attestano l’inizio dei lavori per l’allungamento e innalzamento del molo sono del 1773. E’ in quest’anno che arrivano le maestranze a Ponza (nei documenti sono riportati i nomi dei singoli incaricati ed il rispettivo guadagno annuo) con 50 forzati e 50 disterrati.
In essi si parla di soli quattro anni di lavori in quanto non sono ancora previste la banchina, la chiesa, le case per i coloni, opere aggiunte negli anni successivi così come la lanterna sulla collina della Madonna e il lanternino alla punta del molo, oltre allo scavo di un canalone per convogliare le acque provenienti dagli Scotti a mare, nonché il dragaggio del porto.

I lavori, conclusi nel 1795, comprenderanno anche altri interventi necessari alla vita della colonia quale ad esempio la costruzione di un Camposanto per una comunità che già nel 1788 contava 750 persone nella sola componente dei paesani ponzesi e torresi, come ormai vengono definiti i coloni.

La vera colonizzazione è, quindi, frutto di un progetto di Winspeare approvato dal re per i vantaggi economici che ne sarebbero derivati alle casse reali.  E l’ingegnere, pur guadagnando solo 10 ducati all’anno,  terrà sempre presente l’incremento delle rendite della Real Casa, senza tuttavia dimenticare i coloni, che conosce singolarmente, anzi tutelandoli nel venire incontro alle loro necessità e nel rispettare i loro diritti, coadiuvato in tutto ciò da Francesco Carpi, suo aiutante per venti anni e poi suo successore.

Antonio Winspeare

La ricerca, quindi, supera la tradizionale narrazione del Tricoli – ripresa dagli scrittori successivi – che su questo periodo risulta appiattita su una sintesi di eventi che si snodano, in realtà, nell’arco di diversi anni, ed apre a una pluralità di orizzonti da esplorare.

A breve ci sarà la pubblicazione delle relazioni del convegno e dei pannelli della mostra, ma il nostro impegno continuerà nel proseguire la ricerca: l’abbiamo promesso a noi stessi e ai tanti che sono venuti a visitare la mostra e ce l’hanno chiesto.

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