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Un mese, un racconto. Settembre

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di Francesco De Luca

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Scoglio da ‘febbre’

Il mare in quel punto ferve, giacché mostra per larghi tratti una superficie increspata, che ci sia o no vento. Da lontano quel tremore accennato di onde s’avverte con imbarazzo, ma poi, quando la barca è dentro, l’imbarazzo diventa disagio perché il fenomeno cui si assiste non è dominabile. C’è una forza nascosta che si impossessa dello scafo, lo fa girare su sé stesso, eliminando ogni controllo.

I resoconti dei vecchi pescatori manifestano un comune terrore allorché narrano di avvenimenti accaduti nelle vicinanze d’u frève ‘i Zannone.
È lo scoglio più grande fra quelli che accompagnano la traversata da Gavi a Zannone. È detto così proprio dal ribollire del mare che mostra una superficie agitata da mulinelli e da correnti. Sì da far nascere la diceria che in quel punto dominavano démoni malvagi tesi alla perdizione dei marinai. Essi erano attestati sullo scoglio e da lì attentavano alla vita dei naviganti, togliendo loro la sicurezza. Cosicché il vigore delle braccia veniva meno e i remi non rispondevano agli sforzi, il timone non dirigeva più la prua e le onde non seguivano la direzione del vento. Le barche procedevano per rotte impazzite e le acque sospingevano inesorabilmente verso gli scogli. Vano e disperato risultava ogni tentativo di sottrarsi alla forza malvagia. Numerosi velieri si sono danneggiati e molta gente s’è trovata faccia a faccia con la morte nelle acque d’’u frève ‘i Zannone.

Si narra di uno sciabecco il cui capitano era stimato tanto temerario quanto bestemmiatore. Quel giorno, mentre per quel tratto stava rientrando a Ponza, non ritenne di seguire i suggerimenti dei suoi marinai che imploravano san Silverio affinché li allontanasse dai pericoli. E cominciò a motteggiare allorché il vascello vorticava nei mulinelli. E più il timone perdeva il controllo più egli beffeggiava i marinai che avrebbero voluto pregare invece di mostrare coraggio nell’affrontare il mare.

La sagoma di Ponza si ergeva all’orizzonte orlata di nebbia, il levante sembrava impedire ogni manovra prudente, e lo sciabecco rantolava fra le onde, finché non andò ad urtare lo scoglio, scagliando tutti in mare.

Ciascuno si diede a combattere la forza dei marosi come poté. Alcuni marinai furono raccolti esausti sulla spiaggia di Frontone, di altri le salme furono trovate nella ‘marinella dei morti’. Del capitano non si seppe nulla.

Dopo quattro giorni scese da Le Forna. Aveva toccato terra nelle vicinanze di cala Inferno. Era stato aiutato dai Fornesi, rifocillato, ed ora veniva in paese. Aveva il volto stravolto e sembrava invecchiato.
Si recò subito in chiesa, accompagnato da tanta gente che voleva ringraziare il Signore per la salvezza. Egli si portò di fronte all’altare di san Silverio e qui piangendo disse: – E che cazzo, ce putive sarva’ tutte quante!

 

 

[Di Francesco De Luca, dal libro Isole da scoprire – Salvatore Perrotta – Editrice Il Mare – pag. 109]

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