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A margine del saggio di Emilio Iodice su Mussolini. La storia raccontata dai film

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di Gianni Sarro

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Concorrenza sleale

La pubblicazione del Manifesto sulla razza nel luglio del 1938 decreta la svolta razzista del regime fascista, sancita da più regi decreti emanati tra il settembre e il novembre dello stesso anno, tutti avallati da Vittorio Emanuele III, che il tal modo rende la Monarchia complice di Mussolini. In questa fase è da registrare l’atteggiamento profondamente diverso adottato dal Vaticano, che attraverso due interventi di Pio XI condanna la discriminazione.

Il periodo storico delle cosiddette ‘Leggi razziali’, che coincide con l’apice del consenso raggiunto dal fascismo (come mostra Ettore Scola in Una giornata particolare, del 1977) non è stata largamente rappresentata al cinema, perché l’argomento mette in discussione uno dei capisaldi della narrazione post fascista, ossia che la responsabilità di quella legislazione fu tutta da ascrivere al regime e tutt’al più alla Monarchia, mentre il resto del corpo sociale è sostanzialmente innocente.
A questa riflessione va aggiunto che la rappresentazione del fascismo al cinema ha conosciuto nel corso dei decenni andamenti alterni. Al grande sforzo produttivo dei primi anni sessanta, segue un periodo di flessione, che aumenta col passare degli anni.
Questo avviene per due ragioni, la prima di natura squisitamente economica, ovvero la gravissima crisi economica che colpisce l’industria cinematografica italiana dalla fine degli anni settanta in poi (nell’arco di un decennio si passa dai 318,6 milioni di biglietti venduti nel 1978 – che già rappresenta il 14% in meno dell’anno precedente -, ai 93,1 milioni di biglietti staccati al botteghino del 1988).
La seconda ragione è la complessa situazione sociale attraversata dall’Italia nell’abbrivio finale del secolo. Tra il 1985 e il 2000 le pellicole sul fascismo sono una ventina, tra i titoli da ricordare Gli occhiali d’oro, di Montaldo del 1988, Un tè con Mussolini, di Zeffirelli del 1998, film di pregevole fattura, che però hanno la caratteristica di adottare una rappresentazione calligrafica del fascismo. C’è poi La vita è bella, di Benigni vincitore di tre Oscar, che tuttavia risulta, come tutti i film del comico toscano, una fabula atta a sottolineare più la verve da ‘mattatore’ dell’autore, che non una riflessione sulla discriminazione razziale.

Una delle illustrazioni migliori la fa Ettore Scola in Concorrenza sleale, del 2001.
Il film è ambientato nei mesi che precedono e seguono l’emanazione delle leggi razziali.
I protagonisti della vicenda sono Umberto uno stimato commerciante di stoffe (interpretato da Diego Abantantuono) e Leone (Sergio Castellitto) un sarto di religione ebraica che con la sua piccola bottega gli fa concorrenza.

 

In tutta la prima parte del film i rapporti tra i due negozianti sono molto tesi, a causa dei loro frequenti alterchi per questioni puramente commerciali. Quando poi l’antisemitismo strisciante diventa un’atroce realtà, Umberto capisce la tragedia che sta colpendo l’Italia e in lui sorge un sentimento di disapprovazione verso il regime.

Scola gira il film interamente in studio; questo gli permette di mostrare con più efficacia, l’unità di spazio rappresentata dal complesso strada, negozio, casa, che registra, come un sismografo, le prime scosse che poi porteranno al terremoto delle leggi razziali.
L’unità di spazio è uno dei capisaldi del cinema di Scola, che lo utilizza in svariate occasioni, tra cui, per fare due esempi di film che sono ambientati interamente o parzialmente durante il fascismo, in Una giornata particolare, 1977, nel quale i piani sequenza iniziali svolgono la funzione di racchiudere in un unico sguardo tutto il caseggiato, che diviene metafora della larga adesione al fascismo della società italiana del periodo; e anche in La famiglia, dove Scola attraverso l’unità di spazio rappresenta lo sviluppo del tempo narrativo che va dai primi del ’900 al 1986.

In Concorrenza sleale Scola attraverso la macchina da presa (mdp) identifica il suo sguardo con quello del figlio più piccolo di Umberto, Pietruccio, al quale appartiene anche la voce fuori campo (voice over). Lo sguardo finale del film è sempre del bambino, che osserva la famiglia di Leone mentre si trasferisce al ghetto, come impongono alle famiglie ebraiche le nuove leggi. Di quest’ultima scena colpisce la camicetta a righe indossata dal piccolo, così simile alla divisa che i nazisti imponevano nei lager, e che sembra evocare il sinistro destino che attende il suo amichetto.

Alla fine della narrazione di Scola, possiamo ipotizzare che lo sguardo desolato e impotente di Pietruccio è non solo quello dell’autore, ma anche quello del cinema, che può raccontare, affinché resti la memoria, ma non cambiare la Storia.

Ettore Scola nel 1997 ha girato un cortometraggio, 1943-1997, opera sconosciuta ai più, che attraverso poche immagini costruisce un discorso dal grande impatto emotivo, mostrando tutta la capacità espressiva ed evocativa del cinema.

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1 commento per A margine del saggio di Emilio Iodice su Mussolini. La storia raccontata dai film

  • Sandro Russo

    Dagli articoli di Gianni Sarro sui film che raccontano il ventennio fascista c’è solo da imparare. È il mio maestro al Corso di Cinema, ma non lo dico per acquisire merito ai suoi occhi (…sono sei anni che mi promuove cum laude!).

    Volevo solo puntualizzare un aspetto che cita anche Emilio Iodice (qui l’ultima puntata tradotta dall’inglese e i link alle precedenti) nel suo saggio riguardo al “tradimento della fiducia”. Molti degli ebrei che si trovarono più o meno da un giorno all’altro ad essere “sgraditi” e addirittura perseguitati, erano fascisti della prim’ora e entusiasti sostenitori del regime (alcuni avevano anche partecipato alla Marcia su Roma); ma indipendentemente dalle loro idee, si ritrovarono nel tritacarne dell’esclusione sociale e della repressione. E questi aspetti sono ben mostrati nel film di Scola.
    Per non parlare dell’abbietto comportamento del re, incapace di tutelare i diritti dei suoi sudditi.

    E un’altra considerazione.
    Una “narrazione” del ventennio attraverso i film è senz’altro illuminante, e ci conforta che il nostro approccio sia analogo a quello adottato da un grande quotidiano. Un racconto di Camilleri che rievoca quel periodo – l’abbiamo riportato sul sito: leggi qui -, viene corredato da cinque schede di film emblematici scelti e presentati da Emiliano Morreale.

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