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Una canzone per la domenica (9). Gamelan, una musica davvero strana

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di Sandro Russo

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Questa settimana andiamo davvero molto lontani da Ponza… e non si tratta di una canzone, ma di un mondo musicale del tutto diverso, espressione di un paese e una cultura parecchio lontani da noi.

Stiamo parlando della “comunità arcipelago” più grande del mondo: l’Indonesia, lo Stato-arcipelago che con una popolazione di 255.461.700 abitanti (255 milioni! – dati del 2015) è il quarto Paese più popoloso del mondo dopo la Cina, l’India e gli Stati Uniti e prima del Brasile.

 

L’isola di Bali è separata dall’isola di Giava (Java) dallo stretto di Bali. Nella mappa sovrastante è identificabile dalla città capoluogo: Denpasar (cliccare per ingrandire)

Come stato unitario e nazione, l’Indonesia ha sviluppato un’identità condivisa basata su una lingua nazionale, una diversità etnica, un pluralismo religioso all’interno di una popolazione a maggioranza musulmana, e una storia di colonialismo e di ribellione ad esso (foto, dati geografici e di popolazione ripresi da Wikipedia).

In Indonesia sono stato una ventina di anni fa, un soggiorno piuttosto lungo, ospite di un amico che si era trasferito lì dalla natìa Sicilia, e aveva sposato una donna musulmana. Faceva import-export di mobili e prodotti dell’artigianato locale tra Sepang (relativamente vicino a Separang, Central Java) e l’Italia, ed ogni mese ne inviava un container via nave in Italia.
Stare dietro a lui, tra aerei, auto e imbarcazioni, mentre faceva il giro dei suoi fornitori, è stata una bella esperienza “su terreni difficili”; ero ospite a casa sua e ci muovevamo molto, ma l’Indonesia è un paese duro, molto disomogeneo, con occasionali scoppi di violenza per motivi religiosi e razziali.

A parte gli artigiani locali del legno – veri maghi che traevano forme fantasmagoriche da tronchi e radici con scalpelli da legno e sgorbie (niente di meccanico) – la parte più interessante del viaggio è stato accompagnarlo nei suoi giri a Bali e a Ubud – distante una ventina di chilometri, per saliscendi montagnosi – che è il centro artistico e culturale dell’isola.

Ma per tornare al nostro argomento, fu in quel viaggio che scoprii la musica gamelan.
Tardivamente? Forse, ma sono in buona compagnia: quelle sonorità erano del tutto sconosciute in Occidente, almeno fino all’Esposizione Universale di Parigi nel 1889, dove suscitò notevole interesse e alcuni musicisti tra cui Debussy e (successivamente) Béla Bartók ne furono tanto affascinati da trasporne alcune suggestioni nelle loro composizioni.

Il gamelan è un’orchestra di strumenti musicali di origine locale – alcuni simili ai nostri – che comprende metallofoni, xilofoni, tamburi e gong; può includere anche flauti di bambù, strumenti a corda e la voce. La parola gamelan deriva probabilmente dalla parola giavanese gamel, che significa “percuotere con un mazzuolo”.
Tradizionalmente, il termine gamelan è usato in riferimento più al gruppo di strumenti che lo formano, che ai suonatori di questi stessi strumenti. Un gamelan è un’entità i cui strumenti sono costruiti e intonati per suonare insieme; strumenti di gamelan diversi non sono intercambiabili.
In Indonesia la musica gamelan è diffusa soprattutto in quattro isole vicine: Java, Madura, Bali, Lombok.
Spesso i gruppi gamelan sono di accompagnamento a spettacoli di danza e di teatro e, soprattutto, di accompagnamento al wayang kulit, il noto teatro delle ombre di marionette, di origine anch’esso giavanese.

In una tipica orchestra giavanese di gamelan, gli strumenti seguono tradizionalmente questo schema: ci sono gli strumenti che danno il ritmo (di solito sono gong di varie dimensioni), strumenti melodici (il Suling, un flauto, e il Rebab, un violino che svolge il balungan, cioè la melodia fissa), e poi gli altri strumenti che creano il suono tipico della musica gamelan.

In Indonesia, a Bali in particolare, i passi in un giardino sono costantemente associati al mormorio leggero di acque in movimento; al tintinnio di piccoli gong o alle note inconsuete della musica gamelan, che ha ‘il suono dell’arcobaleno’. Tra i sassi e il muschio, piccole offerte votive – qualche fiore, una manciata di riso in piccoli piattini di fibre intrecciate – in onore di dei che sono dovunque.

Posso capire la fascinazione che questo tipo di musica esercita per chi la sente per la prima volta. Quando stavo in Indonesia mi dovevano sempre venire a cercare, negli aeroporti per lo più, dove in un apposito spazio separato dalla folla, spesso c’è un gruppo musicale gamelan che si esibisce, e anche per strada ne ero irresistibilmente attratto.

Ma alla lunga risulta ripetitiva e stucchevole; ci disturba, immagino, l’impossibilità di riprodurla dentro di noi, come fa una melodia al nostro orecchio (e polo uditivo cerebrale) occidentale.

Il gamelan è piuttosto una musica del “qui e ora”; ecco, sotto questo aspetto si può assimilare a quella che noi chiamiamo “ambient music” e forse riusciamo a sentirla più familiare.

Faccio seguire due brani scelti tra i tanti presenti su Youtube: se dopo il primo vorrete ascoltare anche il secondo, avete – si può dire – una “predisposizione”; anche se il massimo è goderla sul posto, eseguita davanti a voi con gli echi, i fumi degli incensi e soprattutto, trattandosi dell’Indonesia, il profumo pervasivo del vetiver…

Qui un primo video, un po’ (parecchio) adattato al gusto occidentale:

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Qui, senza distrazioni fotografiche, un ensemble gamelan che suona:

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Immagine di copertina. Vetiver. Il profumo dell’Indonesia

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