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Antonio Perucatti e il carcere di Santo Stefano

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di Franco Schiano
Antonio Perucatti è nato ad Alghero nel febbraio del 1952. Ancora piccolissimo nell’estate di quello stesso anno  si trasferisce con la famiglia sull’isola di Santo Stefano, sede del famoso ergastolo di cui il padre Eugenio era stato nominato direttore. Dopo il liceo classico si laurea in giurisprudenza. Lavora prima come direttore di banca e poi nell’ambito del private banking.
Ama il mare, andare in barca a vela e suonare musica rock insieme agli amici detenuti. Recentemente ha scoperto la passione della scrittura. Il suo primo riuscitissimo libro è:
Quel “criminale” di mio padre
Eugenio Perucatti e la riforma del carcere di Santo Stefano. Una storia di umana redenzione.
Edito nel 2014 da Ultima Spiaggia; Genova-Ventotene
Nel  libro Antonio racconta, attraverso le sue esperienze di bambino che trascorreva le estati a Santo Stefano, la vita e il grande lavoro del padre Eugenio, appena nominato direttore dell’ergastolo. Il neo direttore portò avanti una grandiosa, innovativa e per alcuni versi “rivoluzionaria” riforma del carcere di Santo Stefano. Una riforma che tendeva all’umana redenzione dei reclusi, senza naturalmente condividere le loro scelte criminali.
“Sono i primi anni Cinquanta quando a dirigere il penitenziario di Santo Stefano viene chiamato Eugenio Perucatti, mio padre.
Sull’isola manca tutto, dall’elettricità, alle fogne, all’acqua corrente, mentre gli ergastolani trascorrono i giorni racchiusi in  celle anguste. L’impegno del direttore, da subito, è uno solo: trasformare quel lugubre carcere borbonico  – “la tomba dei vivi” l’aveva definito il patriota Luigi Settembrini in un luogo di riabilitazione morale, dando finalmente agli ergastolani la dignità di uomini.
So che può suonare incredibile, ma ho avuto la fortuna di passare gli anni più belli dell’infanzia insieme a dei “delinquenti” che mi hanno sempre riempito di attenzioni ed affetto. Ma soprattutto ho avuto la possibilità di essere testimone della radicale trasformazione di un terrificante luogo di pena in un penitenziario modello, dove i detenuti venivano impegnati nei lavori di ammodernamento o contribuivano ai servizi necessari alla comunità.
Benché il progetto di Eugenio Perucatti fosse assolutamente “criminale”, visto che trasgrediva tutte le norme dell’epoca, i risultati furono eccezionali: per la prima volta Santo Stefano si aprì alla società e s’iniziò a parlare concretamente di umanizzazione delle pene.
Così, dinanzi alla condizione delle carceri di oggi, ho sentito il dovere di raccontare la straordinaria storia che ho vissuto, perché non possono esserci crimini che consentono a uno Stato di dimenticarsi del percorso rieducativo. La strada della riabilitazione deve essere lunga quando si vuole, ma non eterna”
– scrive Antonio, nel suo libro, che oltre ad essere una lettura piacevole, scorrevole e godibile, ha il grande merito di raccontare a tutti la straordinaria opera di Eugenio Perucatti, altrimenti circoscritta al ridotto numero di studiosi e appassionati della materia.
Antonio ha saputo descrivere con straordinaria bravura le ambientazioni,  le situazioni, le emozioni di allora e le fa rivivere  anche a chi come me le ha vissute indirettamente.
Grazie Antonio
Franco Schiano
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