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Precarietà isolana

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di Francesco De Luca

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Chiarisco: la precarietà di un’isola è implicita nella sua stessa natura geofisica.
Si ricordi Deodat de Dolomieu, proprio lui, l’illustre geologo che, nel visitare le isole ponziane, vaticinò la loro ‘ breve durata ’. Sarebbero presto scomparse – scrisse – sotto i colpi degli agenti naturali.

Non di questa precarietà voglio parlare bensì di quella visibile ad occhio nudo, oggi, passeggiando per il paese. Il porto è un ammasso abnorme di natanti. Le strade principali sono intasate di richiami pubblicitari, di tavolini, di accrocchi, di aggeggi che sono funzionali alle attività che lì si esplicano, ma che dimostrano la provvisorietà della presenza. L’insieme del paese mostra qualcosa di appariscente e di provvisorio. Di artefatto e di momentaneo.

Precarietà significa non stabilità e, a mio vedere, la quasi totalità di ciò che occupa la vista in questi giorni ha una funzione strumentale e stagionale. Precario, appunto. E dunque anche momentaneo e perciò rabberciato, messo lì per quel tanto che deve funzionare. Questa è la precarietà isolana cui alludo e che mi porta a riflettere. E già perché questa visione la si osserva da anni, da decenni. E’ una precarietà che si ripropone ad ogni estate. Con uguale bruttezza.

Precarietà, temporaneità, tutti concetti che vanno a evidenziarsi nella breve estate.

E qui casca l’asino ! Perché sono inerenti a funzioni e a servizi stagionali. Estivi. Passata l’estate anche questi obbrobri temporanei verranno rimossi. Certo. Il discorso non fa una piega. Non c’è nulla da recriminare. Però, ed è questo il nucleo centrale della riflessione, questa precarietà sta minando il nostro vivere sociale. Un esempio ? Non ci scandalizza più che la vita del paese, rutilante e varia in questo periodo, muoia ad ottobre. Non ci scandalizza, anzi, lo giustifichiamo. E’ perfettamente logico che più del 50 per cento degli esercizi commerciali chiuda ed emigri in continente, così come i ritrovi e i luoghi di incontro pubblico. Lo riteniamo non soltanto logico ma anche salutare nel senso economico, giacché l’apertura invernale li destinerebbe al fallimento.

Riteniamo perfettamente normale che un paese viva di relazioni e di occasioni e di spirito sociale per un breve periodo dell’anno e per il restante tempo si avvizzisca nella solitudine, nella rassegnazione, in una stantìa socialità.

E una conseguenza della ‘malattia sociale’ ( la precarietà – di cui dico ). Allo stesso modo pensiamo che il Corso sia soltanto il luogo in cui consumare un drink e non un luogo dove incontrarsi, dialogare e sorseggiare pure un cocktail. Gli spazi urbani, gli spazi sociali, oggi al servizio della ristorazione e del disimpegno, domani diverranno spazi inutili, infruttuosi, non godibili dalla comunità. Perché? Perché si è privilegiato l’aspetto economico del servizio. Solo quello.

Ora, che così l’intenda l’esercente commerciale è pure giustificabile ma non lo è per chi deve gestire la comunità. E chi è che deve gestire la comunità ? Risposta: la politica, ovvero il disegno politico di chi amministra.

Quando si parla fuori al bar di questi problemi, si tirano in ballo l’individualismo dei ponzesi, l’invidia, a uallera. Tutto vero. Ma cosa si fa affinché questa precarietà isolana non divenga un male sociale?

Male sociale sì, giacché ad essa può rapportarsi il fatto di tirare a campare nel modo consueto… tanto non cambia mai nulla; il fatto di non badare al tenore estetico tanto… deve durare un’ estate; il fatto di arraffare più che si può tanto… fra due mesi vado in continente a godermi l’utile.

Il paese, come entità fisica e umana viene messo in secondo piano. Non migliora. Perché il miglioramento è frutto di pensiero, di una prospettiva, di un impegno.
Parole sconosciute, dimenticate forse. Astruse come la precarietà.

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