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Ieri e oggi. A margine dei commenti sulla festa di San Silverio

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di Pasquale Scarpati

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Chi è più avanti negli anni ha sempre affermato che gli anni della sua giovinezza erano diversi se non migliori di quelli che sta vivendo. Questo perché ricorda il passato come un sogno.
E tale è, sia perché è evanescente, sia perché l’attimo vissuto era sostanzialmente quello.
Ad esempio nessuno, infatti, mentre faceva il bagno nella bagnarola pensava ad una vasca da bagno o a una doccia. Quello era il modo di lavarsi! Gli “odori” su per i Conti o altrove erano nel naso così le mosche e le zanzare facevano parte del quotidiano e nessuno si terrorizzava se si poggiavano ovunque.
Viviamo il presente che ci sembra diverso dal passato. In apparenza però, perché nella sostanza le cose sono andate sempre alla stessa maniera. Se si leggono, infatti, gli autori del passato che si soffermano a parlare del quotidiano si nota che tutto è rimasto invariato nel bene e nel male.

Non faccio casistica. Voglio analizzare soltanto ciò che leggo circa la festa di San Silverio che da più parti si dice abbia assunto un aspetto profano più che sacro, rapportandosi al passato. Tralasciando dicerie e altre cose, che non so se siano vere, circa bandiera scomparsa con i soldi o altri “imbrogli” o forzature, penso che oggi la festa rispecchi i tempi di oggi: più appariscenti che sostanziali.

Allora era… “la Festa” che iniziava in modo profano con la Diana ed i botti, proseguiva con lo sfarzo religioso e si concludeva con le manifestazioni civili: musiche e giochi.
Tutta la comunità era invitata a partecipare. Partecipava con sollecitudine ben sapendo che quella era una parentesi rispetto alla magra vita quotidiana. Partecipava alle manifestazioni religiose, partecipava attivamente a quelle ludiche e civili più che guardare: una sorta di osmosi.
Forse era bello fermare la processione ed addossarsi alle case di Sant’Antonio mentre Vittorio ’u carcieriere faceva esplodere i mortaretti sulla spiaggia lì davanti: una batteria che sembrava non finisse più.

Oggi ciò non è più possibile anche perché colà stazionano barche ed edicole.

Era bello, finita la funzione religiosa sotto l’effettiva calura del primo pomeriggio (non esisteva l’ora legale), andare già con la mente non solo al raro, succulento pranzo ma soprattutto al palo della gallina. Oggi non è più possibile per ovvi motivi che non sto qui ad elencare. E via la sera: l’unico momento in cui forse la comunità era spettatrice più che partecipante.
Ma la mente si proiettava ai giochi del giorno dopo, San Luigi, quando la comunità diventava ancora protagonista.

Oggi non si può più perché a Sant’Antonio è un via vai di auto e pullman.
Tutti poi, tenene ’a che ffa’ e non possono perdere tempo pe’ chisti fessarie. Hanno altro con cui trastullarsi. Queste manifestazioni, a mio avviso, facevano “sentire” la Festa. Era un tutt’uno.

Ciò era dovuto anche al fatto che altro svago non c’era e si aspettava quel momento come si aspettava la nascita di un bambino.
Così si mescolava il sacro ed il profano in una spasmodica simbiosi: litanie, canti, preghiere e sguardi che si intrecciavano e mani che fugacemente si toccavano senza che nessuno alzasse la voce per… molestie sessuali.

Commenti e partecipazione nella calura ossessiva ma sopportabile anche sotto ‘giacca e cravatta’, commenti del dopo gare, risate. Altro non c’era e come dice il Poeta, il giorno dopo “al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Oggi il travaglio si mescola quotidianamente allo svago. Non c’è più una distinzione di tempi tra l’uno e l’altro. Di giorno ad esempio si lavora ma poi si esce la sera, anche sul tardi, per ritrovarsi con gli amici, scambiare due chiacchiere, bere una birra o semplicemente guardare la TV.

Penso, infine, che come gli antichi Romani in origine credessero fermamente negli dei, poi, con l’evoluzione del pensiero associato al benessere economico facessero più atti formali che sostanziali nei confronti dei loro dei, mentre cercavano una via più interiore che esteriore, così oggi nella società spicca la cultura dell’uomo onnipotente che cerca di infrangere tutte le leggi naturali e non; ci si rivolge al soprannaturale più per atti formali che per fede.

Una volta si faceva a gara per portare il Santo sulle spalle: fatica e sudore; oggi, in alcune processioni il Simulacro viene portato in macchina.
Le processioni, prima lunghe e tortuose, si sono ridotte all’osso nel senso che si preferisce assistere più che partecipare.
Moltissimi, infatti, erano coloro che precedevano il Santo tutti con le propri insegne ed i propri labari.
Oggi quelle che vedo sono composte per lo più da bambini che hanno fatto la prima comunione, dalle banda o bande musicali, da qualche gruppo di persone per lo più donne , dal comitato dei festeggiamenti e dai sacerdoti. Le persone preferiscono o stare sul lato della strada o seguire il Santo quasi a voler essere più libere di fare ciò che vogliono. La mente vaga altrove…

In un mondo dove tutto passa molto ma molto velocemente e la memoria diviene sempre più corta (ne è dimostrazione il fatto che come si ha un pensiero da comunicare così ci si affretta a farlo quasi che svanisca) si guarda sempre e soltanto al presente senza sapere che questo è un attimo.

“…Quando il nuovo giorno è spuntato già abbiamo consumato quello che ieri era il domani”. Quindi un altro domani si porta via questi nostri anni e sempre si andrà un po’ più in là come la ruota posteriore che gira sul secondo asse, invano cercherai di raggiungere la ruota davanti quantunque vicina, quantunque sotto lo stesso timone” [Aulo Persio Flacco (32-64 d.C.); Satira V].

Il presente è già futuro e non è possibile tornare totalmente al passato: bisogna che la ruota giri. Tornando, però, nella posizione precedente essa non fa lo stesso percorso anche se l’asse è robusto: devia o un po’ a destra o un po’ a sinistra anche se in modo impercettibile. Bisognerebbe, quindi, essere molto attenti nel sentire queste vibrazioni o “deviazioni”.

Spesso, però, si vola velocemente come gli uccelli ma si possiede la vista della… talpa.

Saluti
Pasquale

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