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Epicrisi 182. La fragilità di questo nostro tempo

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di Enzo Di Fazio

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E’ iniziata male la settimana, un po’ come era finita la precedente. La scomparsa prematura di Federico ha addolorato l’intera isola, vuoi perché era conosciuto da tutti per essere stato capitano negli anni passati sulle navi della Caremar, vuoi per la sua cordialità ed innata simpatia. A Lanuvio, al casale di Sandro, fin quando vi abbiamo fatto le riunioni, non è quasi mai mancato. Assieme al fratello Giuseppe era tra quelli che cercavamo nella fase di avvio del sito per la capacità di far rivivere i ricordi e raccontare vicende e fatti legati alla vita dei fornesi, di quelli che erano stati pionieri nella pesca ai castardelli e alle aragoste lungo le coste della Sardegna.


E l’alone di tristezza lasciato dalla perdita di Federico s’insinua tra le righe di diversi articoli pubblicati nella settimana nel tentativo di voler porre all’attenzione di chi ci legge, e non solo, la tragedia di questo nostro tempo caratterizzato sempre più da egoismi, prevaricazioni, barriere, respingimenti, separazioni, mortificazione dei diritti umani.

L’appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti italiani è di una drammaticità dirompente. Sapere e parlare delle sofferenze dei popoli africani può servire a frenare il sostegno e il consenso alla disumanità come strumento politico. Lasciare uomini, donne e bambini in alto mare in situazioni di pericolo per ricattare l’Europa, mette in discussione il concetto dello stare insieme e di appartenenza alla società civile, con pregiudizio dei principi basilari sanciti con la dichiarazione dei diritti umani del 10 dicembre 1948. Al di là di tutti i problemi che discendono dai flussi migratori l’emergenza umanitaria non può essere usata come grimaldello per risolvere un’emergenza politica (come ha efficacemente scritto Michela Murgia).

Da una nota di Umberto Galimberti di qualche giorno fa riprendo alcune considerazioni.
“Questa guerra dei ricchi contro i poveri la vinceranno, come è sempre accaduto nella storia, i poveri. Per una sola ragione, perché sono biologicamente più forti, mentre noi occidentali siamo la popolazione più debole della terra, perché la più tecnicamente assistita. Noi non abbiamo la forza di attraversare un deserto per poi finire ammassati nelle prigioni-gabbia libiche, per poi partire un giorno su gommoni insicuri e sovraccarichi e sperare di essere messi in salvo, dopo essere naufragati, da navi di passaggio finché dall’altra parte del Mediterraneo non si apre un porto ove è possibile attraccare.
Noi non abbiamo la forza biologica e la disperazione sufficiente per reggere un’impresa del genere.
Per questo loro vinceranno come un tempo hanno vinto i barbari su una popolazione romana, stremata dall’ozio, dai vizi e dalla corruzione dei costumi.
Se è vero quello che dice il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo che noi occidentali, che siamo solo un miliardo su una popolazione mondiale di sette miliardi, per mantenere l’attuale benessere abbiamo bisogno dell’80% delle risorse della terra, pensiamo davvero che gli altri sei miliardi si accontentino del 20%?…”

I disperati della storia nessuno li fermerà, dice Alex Zanottelli ricordando che già entro il 2050, come riporta l’ONU, circa 50 milioni di profughi climatici lasceranno l’Africa.

Accogliere è diventato sempre più difficile perché abbiamo paura di perdere privilegi, e stentiamo a condividerne una parte con gli altri. Gli esempi positivi ci servono costantemente per evitare che l’egoismo si rafforzi e che il dissenso si taccia. In questa direzione va anche il messaggio lanciato da don Ciotti che ha chiesto di indossare una maglietta rossa, come ha fatto il nostro Sandro Vitiello, per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Il rosso è il colore di molti bambini annegati come la maglietta del piccolo Aylan diventato il simbolo di questa enorme tragedia.

Piccoli esempi positivi vengono anche da chi non è molto lontano da noi, come il sindaco di Ventotene che si sta impegnando nel tentativo di affermare la diversità della sua isola di fronte al problema dei migranti.

Se guardiamo alla gestione della cosa pubblica anche lì vediamo difficoltà, incomprensioni, irrigidimenti.

Un esempio ci viene dai malumori e dalle chiacchiere provocate dalla rimozione degli olivi. Bene ha fatto Mimma Califano a chiarire la questione ma bene farebbe chi di dovere a dare risposte anche per quanto riguarda il ripristino dell’ordine sulla banchina e possibilmente la ricollocazione del gazebo così utile a chi sotto il sole attende d’imbarcarsi.
Come sarebbe opportuno fare chiarezza sulle cisterne per conoscerne il destino ed evitare le “incazzature” delle amiche di Rita.

Ecco perché diamo spazio a certi scritti. E abbiamo bisogno di messaggi positivi non solo nell’ambito umanitario, come l’appello di Alex Zanottelli e di don Ciotti, ma anche di quelli che attengono alla gestione della cosa pubblica e del territorio. La valorizzazione degli ipogei di Ventotene va in questa direzione.
Si possono trarre da questi esempi stimoli, suggerimenti, indirizzi per migliorare i comportamenti di casa propria. Per questo il sito, a dispetto di alcuni detrattori che lo vorrebbero focalizzato esclusivamente sui fatti locali, ospita spesso tra le sue pagine e in Rassegna Stampa articoli che, di primo acchito, sembrano non avere nulla a che fare con la vita della nostra Ponza.
Un’isola vive anche e soprattutto di relazioni con il mondo e, se è proiettata verso il futuro, non può non tener conto di quello che accade oltre i propri confini geografici.

Così trova giustificazione anche lo scritto su Alex Langer proposto da Sandro Vitiello .
Alex Langer era un convinto ambientalista. Più che credere nell’ecologia dei filtri e nell’inseguire rimedi sempre più sofisticati contro l’inquinamento, pensava ad un cambiamento dei comportamenti dei singoli e, di conseguenza, della collettività, funzionale ad una conversione ecologica della società.

Il pensiero di Alex Langer mi proietta al comunicato congiunto dell’altro giorno dell’amministrazione comunale e di Acqualatina. Uno degli obiettivi dichiarati è quello di puntare ad ottenere la prestigiosa bandiera blu (ben venga!) ma c’è anche il potenziamento del depuratore di Giancos grazie all’impiego dei bioreattori a membrana (??). Mi fanno paura le parole difficili… Se non c’è un’alternativa a collocare altrove il depuratore c’è da augurarsi che sparisca finalmente quel brutto lezzo da cui si è investiti, soprattutto nelle giornate di scirocco, quando si transita in prossimità dell’imboccatura del tunnel.
Ecco, si possono fare tutti gli investimenti che vogliamo ma è importante collateralmente investire anche nella formazione delle coscienze al rispetto dell’ambiente. Come? A partire dal massimo coinvolgimento delle scuole e con pratiche virtuose continue tipo, ad esempio, quelle poste in essere dal gruppo di Attivamente Ponza o come quelle che si possono conoscere scorrendo gli articoli quotidiani della rassegna stampa.

Leggo del potenziamento dei collegamenti con l’isola d’Ischia e dell’accordo in corso tra Italo e la Snav (ancora dalla Rassegna Stampa) per far arrivare sempre più gente a Ponza nel periodo estivo mentre Capri, ove si registrano fino a quindicimila sbarchi al giorno, continua a ragionare sul numero chiuso e chiede lo status di località svantaggiata (“venerdì di Repubblica” del 6 luglio, ripreso da Luisa Guarino),

La nostra è un’isola fragile, il suo mare tanto decantato forse non è più lo stesso se dobbiamo fare i conti con un inquinamento sottile, subdolo, impalpabile qual è quello che emerge da uno studio sulle meduse che vi vivono e nel cui corpo hanno trovato microparticelle di plastica.


Ed allora non c’è tempo da perdere. Il turismo va ripensato, rimodulato e distribuito in un arco temporale più ampio con una programmazione a medio/lungo termine partendo dalla riqualificazione del territorio e facendo ricorso, ove possibile, ai finanziamenti europei.
Mi viene in mente il recupero per scopi scientifici della Villa delle Tortore di cui si è fatto cenno la scorsa settimana e della miniera in chiave turistica come suggerisce Paolo Iannuccelli. Quest’ultima, ovviamente compatibilmente con il progetto di dotare quella zona di Le Forna di un porticciolo turistico.

Mi vengono in mente le iniziative volte al coinvolgimento, in un periodo non congestionato, di studiosi, per gli interessi che l’isola può suscitare e di giovani per la sua peculiarità. Ponza Sprinters Olympics dei giovani Erasmus, dall’1 al 4 ottobre, è un bell’esempio di attrazione oltre l’estate.

Quali estati può allora aspettarsi Ponza?

Franco De Luca le ha raccontate tutte: da quelle in cui tornavamo sull’isola dai collegi a quelle degli innamoramenti in cui al juke-box d’a Surecella a Sant’Antuono (ma anche a quello d’u pittore sotto il Lanternino) sceglievamo la canzone per mandare un messaggio a chi ci faceva battere il cuore; da quelle più impegnative nel corso delle quali cominciavamo a masticare e ad appassionarci di politica, a quelle di questi anni fatte di cambiamenti e di attese (Estati che furono, estati che sono 1, 2, 3)

Quale sarà il futuro dell’isola dipende dalla chiarezza di idee e dall’impegno di tutti, da un sentire comune che non è facile costruire perché bisogna – come suol dirsi – metterci l’anima… quella cui anela Franco.

Dopo l’epicrisi è probabile che troverete sul sito la canzone della domenica, nuova idea del nostro caporedattore. Dopo la bellissima Novecento di Paolo Conte certamente Sandro non ci deluderà.
Le canzoni quasi mai parlano di Ponza ma parlano di sentimenti, di sensazioni, di ricordi capaci di ricreare atmosfere familiari ma anche momenti di riflessione. Che appartengono a tutti.

E chiudo con la tenera immagine di quell’anziano che si reca sul porto di Gaeta a fissare il mare portando con sé una foto incorniciata della moglie che non c’è più.


Un esempio di amore oltre l’immaginazione, quello che dovremmo essere capaci di recuperare un po’ tutti per mitigare la fragilità di questo nostro tempo.

P.S. – In serata arriva il commento di Biagio Vitiello all’iniziativa di Sandro Vitiello di indossare la maglietta rossa così come proposto da don Ciotti, per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Confesso di trovarlo un po’ malevolo ma mi pongo anche la domanda se quanto espresso da Biagio non rappresenti un comune sentire. Sarebbe interessante conoscere al riguardo il parere di altri lettori.

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3 commenti per Epicrisi 182. La fragilità di questo nostro tempo

  • Biagio Vitiello

    Al mio amico, e anche parente, Enzo Di Fazio,
    che ha avuto delle bellissime parole per Federico, che tutti noi a Ponza abbiamo avuto modo di apprezzare (ed io anche per motivi professionali); tutte bellissime parole, ma mai qualcuno che focalizzasse l’attenzione anche sul male di Federico (che a Ponza ci sta portando via tanta gente cara).
    Ed è questo uno dei tanti problemi che ci attanagliano, perché qui dovremmo avere una vita normale… e veder crescere i nipoti.
    Quelli che vivono tutto l’anno a Ponza (e non fanno i turisti o i “raccoglitori di denaro”, e sono tanti) danno poca importanza (e sono la grande maggioranza) ai problemi nazionali-politici, che poi si sa che vengono usati per secondi fini sia dalla destra che dalla sinistra, ma sono presi dai tanti problemi che chi vive in continente non ha, e se dovessi elencarli non basterebbe un libro.
    Io la risposta a questo (e la prendo in seria considerazione), la vorrei da uno che vive sull’isola 365 giorni l’anno!

  • Enzo Di Fazio

    Caro Biagio, accenni nel tuo commento al problema sanitario di Ponza. Già in altre occasioni, se non ricordo male, si è fatto cenno, in maniera generica, ad alti tassi di mortalità legati ad alcune specifiche malattie.
    Bene, parliamone ma con dati scientifici ed acclarati alla mano. Chi può farlo se non i medici dell’isola che hanno il polso della situazione e conoscono tutto dei loro pazienti?
    Ovviamente nel rigoroso rispetto della privacy degli assistiti.

  • Luisa Guarino

    Come ricorda Enzo, non è la prima volta che Biagio, nel suo ruolo di operatore sanitario, solleva il problema di un alto tasso di mortalità nella nostra isola dovuto a una maggiore incidenza di tumori. Non sono medico, non ho a disposizione studi al riguardo e non vorrei banalizzare il caso. Ma mi sembra che le persone di Ponza colpite dal cancro non vivessero tutte nell’isola. Non è che il fatto di essere “quattro gatti” e di poterci contare in pratica l’un l’altro ingigantisce questa considerazione? In terraferma e nelle città più grandi ogni giorno c’è una serie ininterrotta di annunci funebri e funerali. Esclusi gli incidenti stradali, la maggior parte di queste morti è causata dal cancro, quello che fino a poco tempo fa, soprattutto a Ponza, per superstizione e ignoranza, veniva definito “un brutto male”.
    Saranno belli gli altri…

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