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Estati che furono, estati che sono (1)

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di Francesco De Luca

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L’estate era un vero e prezioso periodo di immersione nella cultura natìva. La nostra occupazione costante era lo studio. Quello ci appassionava e ci gratificava. Eravamo studenti. Ce lo rammentavano i compaesani che, non riconoscendoci a prima vista chiedevano: “A chi si’ figlio?”.

Avevamo visi puliti, pelle chiara, modi cittadini. Irriconoscibili, per l’inverno trascorso in continente a studiare. Ma l’estate era da bearsi interamente a Ponza. Senza riserve.

Non volevamo differenziarci pur se accadeva nostro malgrado. Le nostre compagnie erano naturalmente selettive. Si parlava immancabilmente e con distacco di professori, di interrogazioni. La lontananza dal luogo dello studio ci rendeva più liberi nei giudizi, talora irriverenti.

Noi, noi studenti, a tentare di riprenderci l’isola nelle riposte abitudini, in quelle più semplici e genuine. Mentre i coetanei rimasti sull’isola si cimentavano già col lavoro. Erano imbarcati sulle zaccalene e portavano a terra centinaia di cassette di alici. Una festa per gli occhi e per il mercato. E anche per la tasca. Quindicenni, sedicenni, già col conto in banca, dove tenevano ‘da parte’ un bel gruzzolo.

Sentivo questi discorsi, mi colpiva la distanza degli stili di vita ma non più di tanto. L’estate premeva per la celerità con cui passava. Se a metà agosto ci coglieva la pioggia già si pensava a tornare a Roma. Però… come era singolare trovarsi fra le acque di Chiailuna e prendersi un acquazzone. Intenso e breve. Come la felicità.

E le levantate ?

Quelle trattenevano tutti. Niente uscita in barca, niente bagno. Tutti a bighellonare fra Santantuono e il Porto. E la giornalaia (donna Vicenza) che vendeva le riviste di due anni prima (perché si passava il tempo leggendo qualsiasi cosa), e quel veliero che, inesperto e intempestivo, venne sballottato dal levante incalzante sulla spiaggia di Giancos. Noi a guardarlo curiosi e i padroni a disperarsi dalla riva.

C’erano sempre i compagni a fare allegria. Proposte per escursioni, tiri mancini ad amici, oppure bagni in posti fuori mano. Con le ragazze. Un numero ristretto, sempre le stesse. Una presenza stimolante. Si poteva fare il cavaliere, l’indifferente o tenere atteggiamenti paterni.

E la sera? La sera il jukebox d’a Surecella a Santantuono ci ammucchiava. Le zaccalene ad una ad una staccavano gli ormeggi e silenziose lasciavano il porto per la nottata di pesca. E noi: “Ciao… ci vediamo domani”.

A casa papà assaporava la notte fuori al cortile.
“Homo homini lupus…” – il concetto, per la stringatezza del motto, aveva attecchito come una patella e tarlava. Folgorante e capzioso… ma non mi catturò. Non riuscivo a convenire. L’estate era troppo conciliante e piena.

Mi addormentai appagato.

Dipinto di Mariuccia Stretti (tecnica mista acrilica e smalti su tela)

[Estati che furono, estati che sono (1) – Continua]

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