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Portateveli a casa vostra!

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di Enzo Di Giovanni

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– Quando ho fatto il mio viaggio dalla Libia partirono due barconi. Il mio è arrivato: l’altro ho saputo dopo che era affondato.

– La Libia è un posto terribile. Due, tre mesi in attesa che venga finalmente il tuo momento per partire. In mezzo, campi di concentramento affollatissimi, con soprusi di ogni tipo, violenze fisiche e psicologiche che devi far finta di non vedere, se vuoi sopravvivere.

Boubou viene dal Senegal. Parla il linguaggio semplice ed asciutto di chi ha visto cose che un ragazzo di venticinque anni non dovrebbe vedere. A venticinque anni dovrebbe esserci spazio solo per i sogni, per la speranza di un futuro, un futuro migliore.
E Boubou lo coltiva questo sogno: “una famiglia, dei figli, un lavoro. Cose normali, questo voglio.  Che altro può volere un uomo?”.
Ma andiamo con ordine.

Alle sette del mattino vado in cucina a preparare la colazione per i miei ospiti. Svegliato dal mio trambusto, lo vedo arrivare in punta di piedi, annunciato da un “Buongiorno!”.
 – Ciao Boubou.
So che Boubou ha dormito sul divano in salotto, l’unico posto al momento disponibile a casa. E’ a Ponza per la festività di San Silverio, spera di vendere i suoi oggetti di piccolo artigianato africano.
Me ne avevano parlato, ovviamente, sapevo del suo arrivo, ma questa è la prima volta che ci vediamo.
L’approccio non è difficile, quando non ci sono schemi precostituiti a bloccare gli uomini.
– Sono senegalese. Conosci il Senegal?
Farfugliando, mi esce: – Dakar. E Youssou N’dour – Questo è il massimo che riesco a tirar fuori. Non ho il tempo di vergognarmi della mia totale ignoranza che il mio ospite sforna un sorriso convinto: – Conosci Youssou?! Per noi è un padre. Ha portato il nome del Senegal nel mondo. E non si è dimenticato di noi. Le sue ricchezze le investe nel paese, come ministro della cultura.

Tra un caffè ed un cornetto vengo a sapere che è in Italia da più di un anno. Che ha perso entrambi i genitori, il padre quando aveva solo due anni. E che ha tre fratelli e sorelle in Senegal, con cui è in contatto grazie a whatsapp.
Ha solo una richiesta da farmi: – Posso pregare in casa? Da buon musulmano, non beve e non fuma.
Boubou è diplomato. Molti dei ragazzi che arrivano dall’Africa sub-sahariana lo sono…
– Da noi le elementari durano 7 anni. Poi ci sono le medie, 3 anni. E poi la specializzazione, altri 3 anni. E’ il lavoro che non c’è: quello che c’è non ti permette di vivere dignitosamente.
– E’ vero che partite convinti che in Italia ci siano grandi prospettive?
– Sì, è vero. E per molti di noi è una delusione scoprire che non è così. E che la prospettiva spesso è tra vivere per strada, o finire schiavi come raccoglitori di pomodori.
– E tu, riesci a vivere col tuo lavoro?
– Riesco a pagarmi l’affitto di una casa con altri compagni, ma è chiaro che vorrei un lavoro regolare, duraturo.

E’ ora di pranzo. Boubou mangia di tutto, ma ama il pesce: gli ricorda la sua terra, bagnata dall’Atlantico.
Parliamo del suo girovagare per l’Italia.
– Quando ho inviato le foto della neve a Bologna, mia sorella non ci voleva credere. Lei il ghiaccio lo vedeva solo nel frigorifero! Io in Italia sto bene, soprattutto al sud, dove la gente è più spontanea. D’inverno però fa troppo freddo…
Sorride, mimando i brividi di freddo provati. Si sta facendo tardi.
– Se posso restare un’altra notte, ne approfitterei per andare a Frontone, magari vendo…

E’ di nuovo mattino. Le ultime bancarelle sono partite: è finito anche lo strascico della festa di San Silverio. Ponza, dopo aver celebrato se stessa, si appresta all’estate lavorativa.
Boubou infila il suo zaino sulle spalle in cerca di altre strade.
Una stretta di mano… anzi no, un abbraccio fraterno, silenzioso ed asciutto come la vita.
Ma sempre col sorriso.

In questi tempi tristi, di povertà intellettuale prima che materiale, in cui ci si parla per slogan e con l’unico scopo di insultare chi non la pensa secondo la Verità dominante, capita spesso, quando si parla di migranti, di essere apostrofati: – Buonisti! Portateveli a casa vostra!
– “Buonista!”
– qualcuno magari mi spiegherà cosa significa, che io ancora non l’ho capito.
– “Portateveli a casa vostra!” – questa è più facile, ed ho seguito alla lettera l’invito.
E consiglio a tutti di farlo.

E’ un piccolo gesto, che non ha nulla di radical chic, umanitario o buonista. E’ semplicemente il lusso di riappropriarsi della propria vita, fuori dal coro di voci indistinte tra social, fake news, cori da stadio.
Il lusso di dire: siamo persone, prima di tutto, e le persone si confrontano, si ascoltano, si comprendono, e “fanculo tutto il resto”, parafrasando una nota canzone di Guccini.

Fatelo anche voi, e vedrete quel coro di voci diventare sempre più indistinto, lontano, e tremendamente inutile.
Fatelo, e vi sentirete meglio, comunque la pensiate.

Grazie, Boubou.

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