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I Custodi della Terra di Ponza

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di Enzo di Giovanni

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Chi mi legge su Ponza racconta sa che mi piacciono le citazioni. Stavolta non debbo nemmeno cercare lontano: mi sorregge un pensiero di Erri De Luca nell’intervista rilasciata a Federica Di Giovanni e pubblicata proprio pochi giorni fa su Ponzaracconta:

“Credo nelle persone: in ognuna c’è un giacimento di buone energie che cercano di trovare applicazione.”

Il 25 maggio, lontano dal fragore delle prime avvisaglie d’estate che si svolgevano al porto, si è consumato un piccolo evento, partendo da buone energie, che ha visto la partecipazione di oltre una ventina di persone.

Parlo di evento perchè questo incontro ha sancito la nascita di una nuova associazione, di cui in allegato il manifesto programmatico.

Lo scenario è magnifico: un sentiero invisibile si snoda dalla provinciale, tra i faraglioni che si affacciano su Palmarola, e giunge a delle catene coltivate, tra un mare di ginestre, con contorno di grotta-cucina, forno a legna e pergolato. Magnifico? Sì, certo.

Magnifico perchè evento fuori dal tempo, ma seguendo un rituale antico. Antico, ma fino a pochi decenni fa naturale; oggi, in tempi di profonda decadenza sociale e culturale, straordinario.

Amici che arrivano alla spicciolata, portando chi un fiasco di vino, chi la favetta, chi melanzane o fave sott’olio. La cagliata. Il liquore di vino ed amarene. Pane e pizze cotte al momento con alici e fiori di zucca. Il coniglio alla ponzese. Fave e pancetta. Capperi sotto sale. Zuppa di lenticchie. Il tortino di fave, ricotta e salsiccia: quello non cercatelo tra le ricette storiche, è una invenzione di Rita. Il vino invece arriva dagli Scotti, da Cala Caparra, dai Conti, da Cala Feola.

Non è una pasquetta ritardata, una bella cartolina vintage da appendere in un ufficio turistico, ma qualcosa di diverso. Un rito, con un cerimoniale ben preciso, soprattutto con finalità ben chiare: riappropriarsi del proprio tempo, e del proprio territorio.

Un percorso che parte da lontano, dalla consapevolezza sempre più lucida che una comunità è viva ed ha un senso solo nella misura in cui riesce a produrre idee, ma idee concrete che prendono forma e si manifestano sotto forma di oggetti, tipicità culinarie, racconti, soprattutto in spazi di aggregazione fisici e concettuali. Qui ed ora.

Il senso è poter dire: noi ci siamo, oltre i tanti, troppi paradigmi e teorie su destagionalizzazione, residenzialità, economia fluttuante.

Perché a Ponza si usa dire: i maccarune ‘ienchene ‘a panza. Ma i maccaroni da soli non bastano: lo vediamo quotidianamente con una industria del turismo sempre più folle, incontrollata ed effimera. Il lavoro, produttivo o di auto-sostentamento, va programmato e gestito tenendo presente che il nostro territorio è un unicum in cui la storia, le tradizioni e ciò che si produce debbano riuscire a svilupparsi e diventare sistema se si vuole resistere anche sotto l’aspetto occupazionale e pertanto residenziale.

Sta diventando infatti sempre più lampante: il turismo esclusivamente balneare non basta più, per almeno due motivi.

Da una parte, causa un dissesto idrogeologico sempre più accentuato provocato anche dal mancato controllo del territorio, le aree marine fruibili sono sempre di meno.

Da un’altra parte, come più volte discusso sul nostro sito, la concorrenza turistica internazionale è tale che senza una robusta rete di offerta che oltre al mare consideri anche cultura, gastronomia ed artigianato, non si può più essere competitivi.

L’offerta turistica ponzese classica dovrebbe di conseguenza convivere in sinergia, in un quadro di reciproco giovamento, con la valorizzazione di un’altra Ponza più intima e più vera.

Ci sono momenti in cui le idee prendono forma e cominciano a camminare da sole, quasi indipendentemente dalle persone che ne discutono: ecco, l’altro pomeriggio, davanti al sole che si caricava di motivi e colori, abbiamo avuto netta questa sensazione…

In allegato il manifesto programmatico associazione

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1 commento per I Custodi della Terra di Ponza

  • giovanni hausmann

    Io c’ero!!! non potevo mancare anche se purtroppo, la sera, son dovuto tornare ai miei impegni romani. Vi assicuro che nella mia esperienza professionale pluriennale dedicata allo sviluppo delle cosiddette “aree interne”, di momenti conviviali come questo ne ho vissuti diversi, ma questo mi ha colpito più di tutti.
    C’era qualcosa di magico nel posto e c’era qualcosa di magico nelle persone giovani e meno giovani ed infine c’era qualcosa di magico nei saperi e nei sapori dei prodotti offerti dai convenuti.
    La mia deformazione professionale mi ha subito suggerito che questa esperienza (come altre simili) se unita a percorsi storici/culturali, naturalistici ed antropologici può essere offerta a visitatori curiosi dei segreti dell’isola e consente di promuovere un turismo più consapevole. Insomma “andare per grotte e cantine” può richiamare una biodiversità turistica meno consumatrice di territorio e più adatta agli spazi ristretti e fragili offerti da un isola come Ponza.
    Sono molto grato verso chi mi ha coinvolto e sono altrettanto disponibile a portare il mio contributo ad arricchire il manifesto dell’associazione e consolidare le idee e le attese degli associati
    gh

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