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I leader dei tempi: televisione, spettacolo, 45 secondi per un “discorso”

di Giuseppe Mazzella di Rurillo (*)

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Appartengo ad un’altra generazione. Quella formatosi nelle assemblee studentesche ed universitarie degli anni ‘60 del  ‘900. Quella del ‘68 dove l’assemblea di istituto o di  facoltà  fu una conquista democratica degli studenti. Assemblee infuocate e di alto livello culturale. Lunghi interventi. Commissioni per il “documento”. Questo clima si trasferiva nelle  sezioni dei partiti democratici – dalla DC al PCI passando per il PSI, il PRI, il PLI – e nei circoli culturali dove i dibattiti erano intensi ed infuocati. Ed ancora i “comizi” nelle piazze con la partecipazione di centinaia o migliaia di cittadini. Questa partecipazione attiva e vissuta si trasferiva nel giornalismo politico o meglio ancora nel pubblicismo e cioè con la stampa di giornali o giornaletti anche ciclostilati con le ragioni  della propria parte politica.

L’epoca sessantottina fu una straordinaria occasione di crescita civile e culturale perché fortemente “ideologizzata” in un tempo in cui il mondo era diviso in due blocchi ed il sistema economico ad Occidente era fondato su  l’uomo ad una dimensione di Hebert Marcuse. Quel clima politico si trasferiva nelle realtà locali e se venivi eletto – con questa passione – in una assemblea elettiva a livello comunale portavi nel Consiglio Comunale non solo la problematica locale (il piano regolatore, i trasporti, il verde pubblico, la scuola etc.) ma anche i problemi nazionali ed internazionali con le proposte degli ordini del giorno.

Questo “marchio” la mia generazione lo porta anche adesso ma avverte un enorme disagio.

C’è stato un articolo magistrale di Ernesto Galli della Loggia apparso sul Corriere della Sera martedì 8 maggio 2018 dal titolo: “Di Maio, Renzi e Salvini: tre leader frutto dei tempi” dove Galli della Loggia dipinge magnificamente questo nostro tempo nuovo.

“La situazione politica di un Paese cambia anche perché cambiano gli uomini che ne sono protagonisti, perché cambia il loro modo d’essere, cambiano le loro biografie. E’ così pure in Italia, dove le personalità di Salvini, Renzi e Di Maio segnano uno stacco deciso rispetto al passato, mostrando biograficamente e antropologicamente significativi tratti comuni. Tanto per cominciare, tutti e tre sono giunti sulla scena dopo il 2013, nel momento cioè della crisi sia del berlusconismo, colpito al cuore dalla crisi dei conti pubblici del 2011, sia del Pd storico (per intenderci quello di Bersani & Co con le sue lontane radici comuniste), paralizzato dalla “non vittoria” alle elezioni politiche di quell’anno. E proprio perché quelle due crisi contemporanee segnavano in qualche modo la fine di una ventennale fase politica, ai tre sarebbe spettato e spetta tuttora, diciamo così, di fondare la fase successiva, chiamiamola pure quella della terza Repubblica” scrive Galli della Loggia.

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“Se e come in questi giorni e in queste ore essi stiano riuscendo nell’impresa lo lascio giudicare ai lettori. Qui vorrei soffermarmi piuttosto sulle loro caratteristiche personali, che possono forse dirci qualcosa su quella che già oggi è la vita pubblica e politica del nostro Paese e quella che presumibilmente ancora di più sarà domani” continua l’editorialista del Corriere della Sera. Il ritratto di Salvini, Renzi e Di Maio è perfetto:

“Dunque Salvini, Renzi e Di Maio. Tra i 32 anni dell’ultimo e i 46 anni del primo, tutti e tre hanno conosciuto o molto giovani o per nulla la prima Repubblica, che pure costituisce tuttora il termine di confronto obbligato, polemico o nostalgico non importa, di moltissime riflessioni sulla democrazia italiana. Ma per essi invece è solo un sentito dire.
Figli del vasto ceto medio nazionale, sono ognuno a suo modo frutto del nuovo, sconquassato , sistema scolastico italiano varato dopo gli anni 70: che non a caso è riuscito a convincere di finire gli studi al solo Renzi, unico dei tre, infatti, ad essersi laureato.
Ciò che più colpisce della loro biografia successiva è una triade di elementi comuni: innanzi tutto nessuno dei tre si è mai impegnato in una qualche attività precisa e in modo continuativo (tutti e tre hanno fatto una serie di finti lavori o lavoretti più o meno temporanei).
Nella vita di tutti e tre, infatti, si può dire fin dall’adolescenza — ed è il secondo elemento in comune — ha cominciato ad avere una parte ragguardevole, sempre più ragguardevole, la politica. La triade ha avuto esperienza, in sostanza, solo della politica e del suo universo.
Condividono infine una terza singolare caratteristica: l’incontro con il mondo dell’intrattenimento televisivo e dello spettacolo. Salvini e Renzi partecipano in qualità di giovani ospiti-concorrenti a trasmissioni televisive di larga audience, mentre Di Maio entra in contatto con il mondo magico della «rete» e con un grande affabulatore della scena come Grillo. Di sicuro un segno dei tempi.

C’è ancora una caratteristica in comune tra i tre leader. Nella loro vita di tutti i giorni né Renzi né Salvini né Di Maio, fatto salvo il tifo per una squadra di calcio, hanno mai prestato attenzione a qualsiasi altra cosa che non fosse la politica o ciò che la riguarda. Nessuno di loro ha un hobby o un interesse particolare. A quello che è dato di sapere e di vedere nulla di ciò che si fa e si agita nel mondo dei libri, degli studi, dell’arte, della scienza, della musica, ad esempio, ha mai riscosso un minimo, reale (insisto: reale) interesse da parte loro.

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I frutti di tali itinerari biografici li abbiamo sotto gli occhi. Il primo è che per i nostri tre leader — e dunque per l’intero mondo politico, visto che essi ne rappresentano più dei due terzi — le forme del comunicare sembrano di gran lunga più importanti dei contenuti.
Evidentemente, assistere da vicino alla performance di uno showman come Mike Bongiorno, mettere piede nel fascinoso mondo della tv o avere a che fare tutti i giorni con i «like» e i «vaffa», sono cose che lasciano il segno; e alla lunga anche qualche annetto de la Lega ce l’ha duro di bossiana memoria ha il suo effetto.
Si tratta di una scuola che, aggiungendosi all’aria dei tempi, invita irresistibilmente a comunicare soprattutto attraverso la frase ad effetto non più lunga di due righe, attraverso lo slogan incisivo, la battuta. La quale genera fiducia assai più nel potere della parola e dell’apparire, nel potere dell’immagine — nel richiamo della felpa o della camicia bianca, o della cravatta ostentata come simbolo supremo di affidabilità — che non in quello del pensiero. E naturalmente induce a credere che alla fin fine i discorsi siano un’ inutile perdita di tempo.
E infatti: chi ricorda di aver mai sentito Salvini, Renzi o Di Maio fare un vero discorso, magari condito con quella dose di alta retorica che ascoltiamo qualche volta da certi politici stranieri? Chi li ha mai sentiti sviluppare un argomento qualunque servendosi, diciamo, di almeno una decina di periodi?
Il loro parlare non è un ragionare, più che altro è sempre un seguito di affermazioni perentorie: in genere di promesse o di minacce. Con la ovvia conseguenza che dalle loro parole non riesce mai a prender forma qualcosa che assomigli ad un’analisi appena complessa delle necessità del Paese, ad una visione del suo futuro” scrive Galli della Loggia.

C’è in tutto questo un ovvio portato dei tempi, l’ho già detto: ma dei tempi interpretati all’italiana e in perfetta sintonia con il modo d’essere delle nuove leadership. Solo in Italia, ad esempio, tra i maggiori Paesi del continente, la comunicazione politica e la discussione pubblica che si svolgono in tv hanno come regola interventi non più lunghi di 45 secondi in uno studio con anche cinque o sei persone che parlano contemporaneamente tra gli incongrui battimani di un pubblico che applaude qualsiasi cosa.
Così, a ruota della seconda, dovrebbe nascere in Italia la terza Repubblica: segnando ad opera dei tre homines novi, della loro presenza congiunta, una frattura completa con la prima.
Una frattura che non è il distacco solo da quel passato, ciò che avrebbe un senso, ma appare quasi il distacco da ogni passato” conclude l’ editorialista.

Queste osservazioni così acute e vere sono la chiave di lettura per interpretare la politica di oggi a tutti i livelli. Se a Roma succede questo figuriamoci nei piccoli centri dove i “leaderini” non sono altro che brutta copia dei tre nazionali con una immensa schiera di plauditores.

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E’ il nostro un Paese senza leader come ha rilevato Luciano Fontana, il direttore del Corriere della Sera nel suo ultimo saggio. Ed è stato proprio il Corriere della Sera in questi giorni a lanciare, quella che a me è sembrata, una grande campagna di educazione civica nazionale attraverso i suoi editorialisti ed attraverso la ristampa per la terza volta della monumentale opera di Indro Montanelli sulla Storia d’Italia.
Il volume di Montanelli sulla nascita della Repubblica (1946-1948) è stato offerto in omaggio ai lettori quasi per invitarli a leggere e studiare. E’ stato come “parlare alla suocera affinché nuora intenda” cioè è stata una campagna di educazione civica riservata ai neoeletti al Parlamento dei nuovi Movimenti che non sanno nulla di Diritto Pubblico o di Storia Politica perché la gran parte viene dai “like” e dai “vaffa”. La campagna nazionale è stata come sottolineare l’ importanza delle conquiste democratiche e la responsabilità di guidare un Grande Paese.

Il messaggio di un Grande Giornale, di un “Potere Forte”, per fortuna, è stato capito?

 

(*) – Giuseppe Mazzella: direttore responsabile dell’Agenzia Stampa “Il Continente”

Casamicciola, 18 maggio 2018