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Conoscete la storia di Giuseppe Corti?

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di Vincenzo Ambrosino

 

La dignità di un uomo

Quando oggi facciamo i razzisti nei confronti dei migranti che scappano dalla guerra, dalla fame quindi dalla morte dovremo ricordare la storia dei nostri migranti.

Giuseppe Corti nato a Ponza il 24 febbraio 1892 a soli 16 anni emigrò negli Stati Uniti portandosi con se solo una piccola immagine di S. Silverio, unico conforto che aveva della sua isola.

New York 1910. Fifth avenue postcard

Venne accolto malissimo dagli americani. Fece una vita infame. Lavorare come uno schiavo per costruire ferrovie in posti desolanti sotto il controllo di sorveglianti armati, per pochi dollari. Subì umiliazioni e stenti.

Il sogno americano non si realizzò per Peppino.  Dopo anni di schiavitù poteva scegliere di diventare cittadino americano ma non si sentì di aderire a quel grande crogiolo di etnie plasmato dalla  violenza e dalla l’umiliazione per cui alla vigilia della prima guerra mondiale ritornò in Italia e si arruolò nella marina italiana.

“Il Suo era il patriottismo di chi all’estero era stato ingiustamente offeso e sfruttato e che, quindi, sperava che il suo nuovo proposito potesse rendere il paese natio più ospitale per tutti i suoi figli.”

Partecipò come volontario all’impresa che è ricordata come la “Beffa di Buccari”.
“l’’incursione militare della Marina italiana – nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 – nel porto di Bakar (in italiano Buccari), oggi in Croazia, vicino a Rijeka (Fiume), portata a termine da trenta uomini su tre MAS al comando di Costanzo Ciano.
Ad essa parteciparono il Mas 96 (guidato dal capitano di corvetta Luigi Rizzo e con a bordo Gabriele D’Annunzio), il 95 (con al comando il tenente di vascello Profeta De Santis) e il 94 (guidato dal sottotenente di vascello Andrea Ferrarini)”.

Ovviamente non racconterò l’impresa – che ebbe solo il risultato di dimostrare che la difesa austro-ungarica era fasulla ma che per la retorica dannunziana voleva dire altro e cioè che “l’arrendevole popolo italico poteva compiere qualsiasi eroismo se solo ne avesse avuta l’ambizione” – niente di tutto questo. A me interessa seguire la storia di questo ponzese che passò dall’umiliazione americane alla gloria in Italia ma che rimase sempre se stesso: un vero uomo.

Gabriele D’Annunzio addirittura lo esaltò in un passo della Canzone del Quarnaro “ un altro è dell’isola esule di Ponza. E credo che egli fosse al remo nel regno di Ulisse quando il re isolano “piloto di tutte le sirti” entrò nell’ombra magica del Circeo.”

Anni dopo, salito al potere il fascismo, il vecchio comandante Costanzo Ciano divenuto uno degli uomini più potenti del regime, essendo consuocero di Mussolini, padre di Galeazzo “il delfino del Duce” – per commemorare  la “beffa di Buccari” – convocò a Roma tutti i compagni di quella impresa: anche Peppino fu convocato. In quella occasione Ciano chiese singolarmente a quegli uomini che cosa desiderassero per il loro futuro, in altre parole Ciano voleva regalare un sogno a quei temerari italiani. Peppino disse: “voglio fare il guardiano del faro nella mia isola!”

“Il guardiano del Faro? Ma tu puoi chiedere di più” protestò meravigliato Ciano. Peppino insistette per fare il guardiano e il suo desiderio, fu esaudito.

A Ponza si impegnò con passione a fare il guardiano del faro, poi si sposò ed ebbe dei figli che quando furono cresciuti, per farli studiare, si trasferì con la famiglia a Gaeta. Nella casa di Gaeta si portò molte cose da Ponza e anche i suoi encomi e medaglie di quella impresa: una bandiera italiana con la dedica scritta di pugno da  D’Annunzio; una foto del poeta-comandante con la stessa dedica, medaglie al valore, nastrini, lettere di encomio.  Tutte cose che custodiva con molta cura ma che non amava esibire, addirittura se qualcuno gli chiedeva dell’impresa lui dava brevi notizie, senza troppa enfasi: non era proprio il tipo da esibirsi, al contrario del grande poeta.
Anzi Peppino del poeta ricordava che “se ne stava, accovacciato in un angolo, infreddolito e malandato e loro lo dovevano custodire e anche incoraggiare”.

Peppino in Italia in quel momento era probabilmente sazio di un fatto: era riuscito a riscattare una parte della sua breve vita umiliata negli Stati Uniti.

Nel 1940, a 48 anni fu richiamato alle armi e partecipò parzialmente alla rocambolesca invasione della Grecia. Poco dopo gli fu consentito di tornare a Gaeta, dove ebbe l’occasione di offrirsi, unico volontario, per comandare una nave e condurla in porto anche qui producendosi in una impresa molto pericolosa in un mare disseminato di mine.

Per questa nuova impresa eroica fu di nuovo richiamato a Roma per un’altra medaglia al valore.
In quell’occasione fu promosso maresciallo e dopo aver ascoltato il discorso del suo comandante, le parole di elogio degli intervenuti, gli squilli di tromba Peppino pronunciò parole fortissime che risuonarono per lungo tempo nella mente dei presenti: Comandante, vi devo dire che questa volta avrei gradito di più qualcos’altro, che ne so per esempio un fiasco di vino” .

Peppino anche della sua patria era ormai deluso, capì che anche il suo paese era diventato invivibile, la guerra aveva portato solo morte e distruzione, guerra civile e alle porte c’erano quegli americani che lo avevano umiliato in gioventù e che oggi si proponevano come liberatori.

Successivamente la sua casa di Gaeta fu requisita dai tedeschi che la fecero diventare una base militare. Lui, la sua famiglia e tutti i cittadini di Gaeta si dovettero ritirare sulle montagne e trovare rifugi di fortuna.

Trovò al suo ritorno Gaeta distrutta dai bombardamenti e anche la sua casa rasa al suolo e qualche sciacallo si era portato via tutto anche i ricordi del suo passato.

Gaeta 1944. Foto della guerra

Quella distruzione lo avvilì ancora di più e il suo stato d’animo non riusciva a vedere più niente di positivo; al contrario vedeva chiaramente lo sfacelo del regime fascista che aveva portato la sua patria in quella situazione di degrado sociale ed economico e di nuovo portato il popolo e lui stesso ad avere grandi difficoltà nello sfamare la propria famiglia.

Peppino morì nel 1969 proprio il 20 giugno, il giorno della festa di San Silverio, quel Santo che l’aveva accompagnato sempre nella vita dandogli forza e coraggio e forse gli aveva infuso quella grande coerenza che hanno i veri uomini di fede: nella difesa della dignità umana che non è mai in vendita.

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