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9 maggio. Il giorno dell’Europa (seconda parte)

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segnalato dalla Redazione

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Nella seconda metà del XVI secolo Montaigne scrisse: “C’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri”. Questo significa che, molto prima di Freud, il grande scrittore francese capì che in un certo senso l’identità individuale è una finzione, che dentro di noi si svolge un drama em gente, per usare le parole con cui Fernando Pessoa spiegava l’eterogeneità della sua opera, o che al nostro interno abita una confederazione di anime, come sosteneva, ispirandosi a Pessoa, un personaggio di Antonio Tabucchi. Ora, se le identità individuali sono illusorie, come possono non esserlo le identità collettive? (…)
In realtà, l’unica identità europea verosimile è proprio la sua diversità — un’identità contraddittoria o impossibile, un ossimoro — e l’unica narrazione in grado di legittimarla sarebbe la narrazione, del resto veritiera, di un gruppo di vecchi paesi dotati di lingue, culture, tradizioni e storie dissimili che, a un certo punto, dopo aver trascorso secoli a combattersi in maniera spietata, decidono di unirsi per costruire un paese nuovo e unito dai valori della concordia, del benessere e della libertà dei suoi cittadini.
Da questo punto di vista, il lemma dell’Europa unita potrebbe essere uno dei primi lemmi degli Stati Uniti, che è stato la grande utopia politica che ha partorito l’Illuminismo, e storicamente quello che ha avuto più successo; il lemma era: E pluribus unum; cioè: da molti paesi, lingue, culture, tradizioni e storie, un solo stato.

A questo punto devo fare una confessione: per me l’Europa non ha mai smesso di essere ciò che è stata nella mia giovinezza di ragazzo appena uscito da una dittatura interminabile, la stessa che per secoli è stata per i migliori dei miei antenati spagnoli; in altre parole: come il mio amico Erri De Luca, sono un europeista estremista. Questo significa che, per me, l’Europa unita è l’unica utopia politica ragionevole che noi europei abbiamo coniato. Di utopie politiche atroci — paradisi teorici trasformati in inferni pratici — ne abbiamo inventate a mansalva; di utopie politiche ragionevoli, che io sappia, soltanto questa: l’utopia di un’Europa unita.

Se non mi sbaglio, c’è un’infinità di fatti evidenti che avallano questa idea; il primo è che lo sport europeo per eccellenza non è il calcio, come tanta gente crede, bensì la guerra. Durante l’ultimo millennio noi europei ci siamo ammazzati gli uni con gli altri senza concederci un solo mese di tregua e in tutti i modi possibili: in guerre di cent’anni, in guerre di trent’anni, in guerre civili o di religione o etniche o in guerre mondiali che in realtà erano fondamentalmente guerre europee. Queste ultime sono state terribili, un delirio di atrocità: come ricorda lo stesso Steiner, fra l’agosto del 1914 e il maggio del 1945, da Madrid al Volga, dall’Artico alla Sicilia, si calcola che un centinaio di milioni di uomini, donne e bambini siano morti a causa della violenza, della fame, delle deportazioni e delle pulizie etniche, e l’Europa occidentale e l’occidente della Russia si sono trasformati nella dimora della morte, nello scenario di una brutalità senza precedenti, che fosse quella di Auschwitz o quella del Gulag.
Il progetto dell’Unione Europea sorse evidentemente dall’orrore nei confronti di quella carneficina indescrivibile e dalla convinzione, piena di sensatezza, di stanchezza e di coraggio, che nulla di simile dovesse ripetersi in Europa; il risultato di quella convinzione non è meno evidente, ma neanche meno stupefacente: mio padre ha conosciuto la guerra, il mio bisnonno e il mio trisavolo e probabilmente tutti i miei antenati hanno conosciuto la guerra, ma io non la conosco; vale a dire: il risultato è che appartengo alla prima generazione di europei che non conosce una guerra, almeno — non dimentichiamo le lotte feroci che hanno smembrato la Jugoslavia — una guerra tra le grandi potenze europee.
Naturalmente, so che c’è chi pensa che è ormai inconcepibile un’altra guerra in Europa. Mi sembra un’ingenuità. Nella storia d’Europa, la cosa rara non è la guerra, ma la pace; inoltre, basta che spuntino di nuovo problemi seri, come abbiamo visto con la crisi del 2008, perché risorga in tutta la sua forza il nazionalismo, che è stato la causa finale, l’ornamento e il carburante di tutte le guerre europee degli ultimi due secoli. L’unione dell’Europa è nata per combatterlo, ma si tratta di un compito difficile.
Il nazionalismo non è un’ideologia politica: è una fede; dopo tutto, la nazione fu il sostituto di Dio come fondamento politico dello Stato, e liberarsene in Europa sarà tanto difficile quanto lo è stato liberarsi di Dio.
Come osservò George Orwell, il nazionalista è indifferente alla realtà, perciò non è importante che gli venga dimostrato con dati, per esempio, che uscire dall’Europa è un cattivo affare per la Gran Bretagna o che tutta la verbosità anti-immigrazione di Nigel Farage non è altro che questo, verbosità — il delirio xenofobo di un chiacchierone —, perché lui continuerà a credere che i britannici debbano uscire dall’Europa e che gli immigrati minaccino il suo lavoro e la sua sicurezza, e di conseguenza voterà a favore della Brexit.
Condorcet scrisse che “la paura è all’origine di quasi tutte le stupidaggini umane e, soprattutto, delle stupidaggini politiche”. E Walter Benjamin sosteneva che la felicità consiste nel vivere senza timori; i nazionalisti sono infelici con molta paura: per loro, per molti di loro, l’Unione Europea è solo una cianfrusaglia distante, inservibile e senz’anima che li costringe a vivere all’intemperie, con gente strana che parla lingue strane e ha abitudini strane; preferiscono vivere con i propri simili, o meglio con quelli che immaginano o hanno fatto credere loro che siano i propri simili, protetti dalle false sicurezze di sempre, rifugiati in illusorie identità collettive, respirando, come direbbe Nietzsche, il vecchio odore della stalla.
L’unico modo di fare qualcosa di utile con il futuro è avere il passato sempre presente, e perciò è un errore enorme dimenticare la cupa storia di violenza che ha spianato l’Europa.
Dimenticare che l’Unione Europea è stata essenziale per cancellare quel passato sinistro è un errore ancora peggiore.

C’è un secondo motivo per cui l’unione dell’Europa mi sembra il progetto politico più attraente e ambizioso dei nostri tempi. Sappiamo che l’Europa è stata per secoli il centro del mondo, ma sappiamo anche che non lo è più, e da un po’ di tempo a questa parte non passa giorno senza sentire o leggere che quasi l’unica cosa che resta da fare a noi europei, sotto la spinta delle grandi potenze emergenti, è languire come nobili in disgrazia tra le rovine del nostro passato splendore, per parafrasare il più grande poeta spagnolo del dopoguerra: Jaime Gil de Biedma. Non credo che questo pessimismo sia giustificato.
È vero che il peso dei nostri paesi nel mondo, presi uno per uno, è sempre minore, specie se lo paragoniamo al peso della Cina o dell’India o del Brasile, ma è anche vero che, insieme, godiamo ancora di un potere enorme: senza spingerci troppo lontano, siamo la più grande economia del mondo, con un PIL di quattordicimila miliardi di euro.
È anche vero che il peso politico dell’Europa è scarso, e anche il suo peso culturale e scientifico; ma questo non è dovuto al fatto che sia unita, bensì a quello che non lo è abbastanza, che i vecchi stati resistono con le unghie e con i denti a cedere sovranità e a dissolversi politicamente in un unico stato federale.

L’utopia è ancora molto lontana dal realizzarsi, e perciò nessuno può essere soddisfatto del funzionamento attuale dell’Unione europea: per cominciare, il deficit democratico delle sue istituzioni è sanguinoso, il che costituisce forse il problema principale dell’Unione perché impedisce che quello che inizialmente è stato, per forza di cose, un progetto elitario, ideato e diretto da un’avanguardia illuminata, si trasformi in ciò che deve essere: un progetto popolare, direttamente sostenuto e protagonizzato dalla cittadinanza; ma qui i problemi cominciano soltanto: siamo privi di una politica economica e fiscale comune (anche se non di una moneta e di una banca comuni), non abbiamo una politica interna ed estera comune, né una politica di difesa comune, né ovviamente una politica culturale comune.
Da quest’ultimo punto di vista, che è quello del nostro piccolo cantuccio di lettori e scrittori, la disunione è totale, al di là dei contatti e delle fecondazioni che si sono sempre prodotti e che, è vero, forse in questo momento sono più fluidi che mai; ma sono del tutto insufficienti: ciascuno dei nostri paesi opera mediante sistemi letterari, educativi e intellettuali completamente diversi, non abbiamo giornali o riviste o radio o televisioni comuni — con la qual cosa siamo privi di un’opinione pubblica comune — non abbiamo case editrici europee, e neanche un dibattito di portata europea, non sono nemmeno sicuro che abbiamo molti scrittori davvero europei, scrittori davvero importanti in tutta la geografia europea.

Tutto ciò che ho appena detto può sembrare banale o secondario, specie se lo si paragona alle grandi questioni economiche e politiche, ma non credo che lo sia.

Forse la grande sfida dell’Europa, o dell’Europa in cui mi piacerebbe vivere e sulla quale scommetto, consiste proprio nel conciliare due cose che in linea di principio sembrano inconciliabili: la diversità culturale e l’unità politica.
Senza la diversità culturale, l’Europa s’impoverirà in maniera irreversibile, perché la varietà di lingue, di culture, di tradizioni locali e di autonomie sociali è fra di noi una fonte quasi inesauribile di ricchezza, e perciò dev’essere accudita e potenziata; non c’è contraddizione fra questa urgenza e quella di creare una cultura europea comune, dotata di un sistema intellettuale comune e di una comunità di interessi, perché questa cultura europea di tutti dev’essere ciò che in fondo è sempre stata, fin dalla disintegrazione dell’Impero Romano: il risultato della fecondazione di lingue e culture diverse.
Però, allo stesso tempo, senza l’unità politica l’Europa sembra condannata alla distruzione, perché quella diversità culturalmente tanto feconda è stata politicamente il germe degli odi etnici, delle rivendicazioni regionalistiche e dei nazionalismi sciovinisti che hanno fatto scontrare senza tregua il continente e minacciato di annientarlo. E pluribus unam; torniamo alla diversità, all’identità multipla dell’Europa, al suo ossimoro originario: l’Europa dev’essere politicamente una e culturalmente plurale.
Solo così, mi sembra, potrà dare il meglio di sé e non rassegnarsi all’irrilevanza.


I Magnifici 5 dell’euroidea
di Wlodek Goldkorn (*)

Montaigne, dunque, dice Javier Cercas. Ma quali sono gli altri padri culturali dell’idea d’Europa? Abbiamo provato a stilare la lista dei magnifici cinque

Michel de Montaigne
Il filosofo e letterato che mette in primo piano la volatilità dei sentimenti e della memoria: intuisce quanto la scrittura non sia altro che un tentativo di dar forma al pensiero; rigetta i dogmi e esalta l’incertezza pur avendo ferme le proprie convinzioni. Lo scetticismo è giusta distanza, mai cinismo

Virginia Woolf
Quando coniò l’espressione “una stanza tutta per sé”, affermò il diritto di ogni donna non solo alla propria soggettività, ma a una totale parità dei diritti con i maschi; compreso il diritto ad avere un linguaggio.
Se l’Europa come la vogliamo ha sempre meno sembianze patriarcali (Italia esclusa) lo dobbiamo a lei

Czeslaw Milosz
Poeta e saggista polacco, nato in Lituania, una vita in esilio in America, ha spiegato quanto l’Est europeo è Europa. Basta una passeggiata, per esempio a Vilnius, per vedere quanto le chiese, gli edifici pubblici, la stratificazione urbanistica siano analoghi dappertutto nel Vecchio continente: da Vilnius, appunto, fino a Lisbona

Albert Camus
Non ha mai reciso il legame con la natia Algeria e capiva quanto la sponda sud del Mediterraneo fosse vitale per lo spirito del nostro continente. Sostenitore della necessità di rivolta, aveva tuttavia il terrore del nichilismo, come estrema conseguenza della libertà. La sua Europa resiste ai totalitarismi e cerca la giusta misura, anche estetica

Marlene Dietrich
È stata capace di tradire, di liberarsi dai vincoli dell’ottusa appartenenza nazionale, in nome invece degli ideali e della lingua cosmopolita della libertà. Fu a fianco dei soldati americani contro la Germania.
E introdusse in America, come uno specchio dell’Europa, la sua bellezza inquietante, sofisticata, androgina

 

Nota
(*) – Wlodek Goldkorn è stato per molti anni il responsabile culturale de «L’Espresso». Ha lasciato la Polonia, sua terra nativa, nel 1968. Vive a Firenze. Ha scritto numerosi saggi sull’ebraismo e sull’Europa centro-orientale.

 

[9 maggio. Il giorno dell’Europa (seconda parte) – Fine]
Traduzione di Bruno Arpaia
[Da la Repubblica del 6 maggio 2018]

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2 commenti per 9 maggio. Il giorno dell’Europa (seconda parte)

  • Bello. Sottolineo alcune frasi che mi hanno toccato.

    “Nella seconda metà del XVI secolo Montaigne scrisse: “C’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri”. Questo significa che, molto prima di Freud, il grande scrittore francese capì che in un certo senso l’identità individuale è una finzione, che dentro di noi si svolge un drama em gente, per usare le parole con cui Fernando Pessoa spiegava l’eterogeneità della sua opera, o che al nostro interno abita una confederazione di anime, come sosteneva, ispirandosi a Pessoa, un personaggio di Antonio Tabucchi. Ora, se le identità individuali sono illusorie, come possono non esserlo le identità collettive? (…)

    “Il nazionalismo non è un’ideologia politica: è una fede; dopo tutto, la nazione fu il sostituto di Dio come fondamento politico dello Stato, e liberarsene in Europa sarà tanto difficile quanto lo è stato liberarsi di Dio.”

    ” Condorcet scrisse che “la paura è all’origine di quasi tutte le stupidaggini umane e, soprattutto, delle stupidaggini politiche”. E Walter Benjamin sosteneva che la felicità consiste nel vivere senza timori; i nazionalisti sono infelici con molta paura:……”

    “….l’Europa dev’essere politicamente una e culturalmente plurale.”

  • Enzo Di Fazio

    Mentre Javier Cercas inaugurava stamattina il Salone del libro di Torino con la sua lectio magistralis sull’Europa (che abbiamo presentato in due puntate), a Ventotene 100 giovani, tra i 16 e i 18 anni, provenienti da tutta Europa erano al secondo giorno di lavoro della manifestazione Europa Festival per scrivere una Dichiarazione contro tutte le discriminazioni da presentare poi alle Istituzioni. Mentre alla Camera Salvini e Di Maio tentano con fatica di dare un governo al paese Mattarella da Fiesole, ove partecipa alla conferenza The State of Union, lancia il suo monito definendo il sovranismo seducente ma inattuabile e sottolineando come nessuna delle grandi sfide, alle quali il nostro continente è oggi esposto, può essere affrontata da un qualunque Paese membro dell’Unione, preso singolarmente.

    L’Europa sta vivendo forse il momento più delicato dei suoi 60 anni di storia; ancora non è stato realizzato quel sogno dei padri fondatori di un’Europa di stati federali. L’Europa unita è ancora un’utopia, l’unica utopia ragionevole come la chiama Cervas.
    Lo ha detto anche Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco scomparso lo scorso anno. Riprendo un passaggio delle sue considerazioni che già ricordai in occasione della festa dell’Europa di qualche anno fa.

    L’Europa oggi è una discarica dei problemi e delle sfide generate a livello globale. Tuttavia, a differenza del resto del Pianeta, l’Unione Europea è anche un laboratorio, forse unico, nel quale ogni giorno si progettano, discutono e collaudano nuove proposte per fare fronte a quelle sfide e a quei problemi. Mi spingerei sino a suggerire che questo è un fattore (forse l’unico) che rende l’Europa, il suo retaggio e il suo contributo al mondo straordinariamente significativi per il futuro di un pianeta oggi di fronte ad una seconda e cruciale trasformazione della convivenza umana nella storia moderna – e cioè nel passaggio incredibilmente faticoso dalle “totalità immaginate” degli Stati-nazione alla “totalità immaginata” dell’umanità.
    In questo processo, che è ancora agli inizi, l’Unione Europea incarna un’opportunità molto concreta…
    L’obiettivo non è facile da raggiungere…
    L’idea dell’Europa forse era e rimane un’utopia. Ma è stata e rimane un’utopia attiva, che si sforza di fondere e consolidare azioni altrimenti disconnesse e multidirezionali. Un’utopia la cui attività dipenderà, in definitiva, dai suoi attori

    E tra quegli attori un ruolo importantissimo ce l’hanno i giovani europei che ogni anno si ritrovano a Ventotene, quel 73% di giovani, tra i 18 e 24 anni, che in occasione della Brexit hanno votato per restare in Europa, gli oltre nove milioni di giovani che voteranno per la prima volta alle prossime elezioni europee. Per quanto possibile il compito delle vecchie generazioni deve essere quello di non stroncare i loro sogni.

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