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Dialoghi surreali con i giovani

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di Vincenzo Ambrosino

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Ieri  sera finita la partita di calcio Inter – Juventus sono sceso come al solito e mi sono recato al Sarracino. C’era in corso una festa di compleanno. La serata era tiepida per cui mi sono seduto in panchina. Mi sono sentito un po’ Spalletti pronto a ricevere i cronisti…
“Mister come ha visto la partita?”
“Bene, non mi sono mai seduto, ho corso con i ragazzi, ma sai, loro sono ragazzi e corrono di più di me per cui ho cercato con un certo affanno a dare dei consigli, ma questi non capivano, si sono confusi, uno si è fatto espellere e sai in 10 contro 12 è difficile portare a casa anche un pareggio che noi assolutamente meritavamo
”.

Dopo un po’ è passato un amico che mi si è seduto accanto. Tutti quelli che passavano, giovani e meno giovani lo salutavano e gli dicevano: “Le cose non vanno a Ponza… era meglio quando stavamo peggio!”.
Lui sornione sorrideva e benediceva i passanti.
Poi mi dice con tono solenne: “Ho letto il tuo articolo su Pierino, molto commovente, molto bello ma ti sei dimenticato una cosa fondamentale, la famiglia di Pierino sono dei pezzi… …”
Non sono riuscito a capire che cosa volesse dirmi perché la musica e la festa non mi hanno fatto cogliere il pensiero nella sua interezza, ma sembra che volesse smentire l’affermazione di libertà e felicità fatta da quel medico. Che per esempio a casa sua Pierino tanto bene non viveva…
Comunque gli ho risposto: “Mi sembra di avere capito che l’importante adesso è ricordarlo con affetto magari costruendogli un monumento con la rena di Palmarola”.

La festeggiata ci hanno portato del vino che noi con parsimonia abbiamo accettato.
Il mio amico mi ha raccontato un sacco di cose interessanti sul futuro di questa amministrazione… ma per colpa della musica ad alto volume non ho colto nelle sue finezze strategiche. Ci siamo lasciati con un “…Ne vedremo delle belle!”.

Dopo un po’ è arrivato un ragazzo che  si è seduto al posto dell’amico di prima, proprio quello che ama lasciare in giro come Pollicino le sue letture, ma che da oggi in poi non seguirò perché mi sono convinto che mi porteranno fuori strada… e le strade a Ponza sono strette per cui si può finire a mare.
Io e il ragazzo siamo stati in silenzio, ed io pensavo a cosa potevo chiedergli.
“Che faccio gli chiedo dove vive? Se ha mangiato, come ha passato la giornata..?”. Tutte le domande mi sembravano non opportune, potevo offenderlo per cui sono stato zitto e mi sono immerso nel tintinnare dei bicchieri, bel suono della  musica e nella confusione delle voci dei passanti.
Dopo un po’ lui dice: “Bella questa canzone”. Poi dice ancora: “Anche questa è bella. Bella la musica. Tutta la musica è bella. Si fa per dire, classica, rock…
“Io per esempio ascolto anche la musica rap, per colpa di mio figlio”.
“Sì la musica è la musica. Tutte le musiche sono belle”.
“Da dove vieni?”.
“Beh, non lo so… – guarda il cielo – vengo da una stella”.
Allora anch’io guardo il cielo e gli dico: “Peccato che un po’ nuvoloso altrimenti potevi farmi vedere da dove venivi”.
Lui mi guarda come a dire: “Ma questo è matto”, poi con un sorrisetto mi dice: “Ma si fa per dire no?”.
“Si fa per dire. Infatti” – mi dico, “È giusto, si fa per dire tanto non possiamo fare niente, dopotutto la serata è tiepida e si sta bene anche all’aperto”.
Lui come se avesse sentito i miei pensieri mi dice: “Si sta bene a guardare le barche, il mare è calmo!”.
E allora io cerco di inserirmi nel filone dei pensieri che presumevo fossero anche suoi e gli dico: Ti ricordi quando hai dipinto tutte le bitte?”.
“Chi io?”.
“E quando hai arredato i muri dell’isola?”.
“Chi io? Non mi ricordo niente!”.
Sono rimasto perplesso e ho provato ancora a chiedere: “Ti ricordi di aver piantato un leccio in piazza?”
“Chi io? Io non mi ricordo neanche quello che ho mangiato stamattina!”.
Volevo dirgli che era un peccato che quel giovane albero piantato da lui, ora era stato tagliato in una notte di maestrale. Volevo chiedergli se lui immaginava chi era stato il colpevole, ma non mi sono spinto a tanto perché ho immaginato la risposta: “Bella la musica, oggi è una bella serata”.

Poi la festeggiata mi ha portato un pezzo di torta che io ho accettato ma poi l’ho passata a lui e lui l’ha accettata volentieri dicendo: “Buona la torta ci voleva proprio”.
Io sono stato contento e mi sono detto: “Finalmente ne ho azzeccata una; finalmente ad una azione concreta è seguita una reazione coerente”.
Lui ha finito il suo pezzo di torta ha piegato in tante parti il piatto di plastica poi si è alzato l’ha riposto su un tavolo e si è seduto di nuovo accanto a me.

Nel frattempo in panchina si è seduto anche un altro giovane ragazzo. È facile che la sera in panchina si siedano i ragazzi perché per il 99%, a quell’ora e al Sarracino, ci sono solo ragazzi.
Dopo un po’ è venuta la madre della festeggiata con due piatti di torta, uno l’ha dato a me e l’altro lo voleva dare all’ultimo arrivato in panchina. Io mi prendo il mio piattino e dirotto l’altro al mio amico venuto da una stella. Questi prende il piatto di torta.
La madre della festeggiata dice all’altro in panchina: “Aspetta adesso lo porto anche a te”.
Ma il figlio delle stelle rimane con il piatto in mano; mi guarda e poi dice: “Non ce la faccio a mangiarlo, troppo zucchero”.
“Hai ragione”
dico io, “guarda, anche io non mangio la panna”.
Lui dice: “Adesso ci vuole un po’ d’acqua”, e beve da una bottiglia che aveva con sé.
A questo punto noto la bottiglia di acqua da due litri, a cui mancano pochi sorsi, alla quale è legato un sacchetto pieno di qualcosa.
“Bere è importante”. Lui mi dice
“Bere e mangiare è importante”. Io rispondo.
“Sì, bere e mangiare”.
“Che hai in quel pacchetto”.
“Se mi viene un po’ di fame… io non riesco a resistere alla fame… ma come tutti no?”.
“Certo bisogna mangiare”.
“Senza mangiare si può stare anche una settimana ma senza bere no”.
“Hai del pane nella busta?”.
“Sì, diciamo”.
“Tu dove mangi di solito?”.
“Ci sono tanti ristoranti… dove capita”.
“Dormi sempre in quella casa… Uh… beh, dormi sempre dalle parti di Cala dell’Acqua?”.
“Diciamo sì, da quelle parti. Al mattino mi sveglio e posso vedere anche il mare. Diciamo un pezzo di mare. Poi anche un passerotto. Diciamo un passerotto… un piccolo uccellino”.
“Raccogli sempre i tuoi oggetti nell’immondizia?”.
“Quali oggetti?……Boh?”.

Nel frattempo si è fatto molto tardi, e più tardi si fa più aumentano i ragazzi in giro. La nostra panchina è stata circondata da gambe, voci, rumori e musica…
Non si vedevano neanche più le barche che noi in panchina sapevamo essere a due metri da noi. Tra un buco di gambe aperte ho visto una bitta, che era tutta arrugginita.

Ho sorriso, ho guardato il mio amico con la sua bottiglia mezza vuota e il suo fagottino attaccato, l’ho salutato e sono andato via.

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