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L’eternità a portata di mano

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di Francesco De Luca

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Quella persona in lontananza deve essere un anziano. Non la distinguo nei particolari ma lo capisco da come tocca i tralci di vite, toglie il superfluo, lega i monconi al fusto più robusto. Con pacatezza, quasi accarezzando il ramo che ha in mano. È una persona che dà valore ai gesti. Esprimono un’armonia che si raggiunge con l’età.

Questo sole caldo quanto basta mi ha indotto stamane a prendere il sentiero che va sugli Scotti. A’ macchia ’u spalece, per essere precisi. Lì avrò da decidere se andare giù la caletta del Bagno Vecchio o procedere per il Faro o ascendere per monte Guardia.

L’aria ha il marchio della primavera. Pochi giorni fa ancora ho acceso il camino a casa perché le ombre della sera si accompagnavano ad un venticello. L’isola è esposta, ancor più casa mia, e le mie ossa mal tollerano il freddo. Si ingrippano. Mentre il caldo scioglie gli intrecci e, in più, dispone l’animo alla serenità.

Stamane però ho voluto vedere da vicino come il nuovo si insinua fra le palette dei fichidindia, le canne le sospinge a mettere fuori il capo, intorno ai fiori delle fave fa girare vespe e api e bombo perché l’impollinazione si compia.

Qualche rondine l’ho vista sfrecciare solitaria ma oggi dovrebbero sciamare sui poggi. Oggi, che il vento da sud è leggero e qui l’aria fa uscire dai bozzoli gli insetti. L’inverno, o meglio la pioggia a vento quest’anno ha fermato finora il prorompere dei fiori. I ’uastaccette sono in ritardo e da sole le violacciocche non ce la fanno a colorare gli angoli.

Una gracula manda il richiamo stridulo e il contadino intento alle viti si ferma. Deve essere l’amico Silverio e quel luogo deve chiamarsi ’a fonte. C’è infatti un grosso incavo dove riposa l’acqua piovana. I vecchi incanalavano la pioggia. Per quel che potevano la facevano scorrere in percorsi che portavano a cisterne. ’A fonte appunto. Da cui si attinge acqua nel periodo estivo.

Da quelle parti c’è una necropoli, ovvero in tre grotte scavate nella roccia tufacea sono state ricavate, nei muri laterali, dei loculi. In una, sulla parete centrale, è stata dipinta una conchiglia. Nonostante i millenni ancora è visibile l’immagine, ormai solo accennata e dai colori accennati.


Necropoli dunque perché luogo destinato alla sepoltura di più persone. Di epoca? Meglio non fare questa domanda. Il fanatico risponderà; di epoca greca. Per il principio sciocco che più si va indietro nel tempo e più si dà importanza all’opera. Ora, i Greci certamente conobbero quest’isola perché ne hanno lasciato testimonianza nell’acquedotto di Cala dell’Acqua. Lì, il primo tratto dell’acquedotto che passa sotto la montagna e, da Cala dell’ Acqua porta a Cala Inferno, il primo tratto è di fattura greca. Il secondo tratto ha tutte le caratteristiche dell’ingegneria romana. Ha una pendenza leggerissima, ha le pareti tali che ci può passare una persona, ha la base di cocciopesto.

Questo secondo è congiunto al primo e portava l’acqua sorgente da Cala dell’ Acqua (costa nord) fino a Cala Inferno (costa sud).
Ma il primo tratto porta le fattezze greche e dunque essi ebbero conoscenza dell’isola, anche se mirata all’approvvigionamento idrico. Perché dico questo?
Dico questo

a – perché era vitale per la marineria conoscere i luoghi dove reperire acqua dolce;
b – perché era strategicamente geniale riuscire a trasportare il luogo dell’approvvigionamento da una cala insicura, come è Cala dell’Acqua, a una cala sicura, come è Cala Inferno;
c – perché altre testimonianze non sono state trovate se non un’anfora con pece greca di proprietà degli eredi di Ernesto Prudente.

I Romani invece, che sull’isola insediarono residenze imperiali, anche se coatte, fecero tesoro dell’intuizione dei Greci, e portarono a termine il cunicolo nel quale far defluire l’acqua sorgiva.

Se ne deduce che la necropoli debba essere romana. Ma come mai così lontana dal centro abitato? E c’era un centro abitato? Sì, lo testimoniano le presenze delle grandi cisterne. Esse servivano per dare acqua alla flotta romana. Ma la complessità organizzativa era tale che abbisognava di maestranze, e dunque di un nucleo sociale residente. L’acqua pluvia veniva raccolta in una cisterna a mezzo monte, confluita in altre ai piedi del monte, e infine, tutta ripulita, in una a livello del mare. Non solo, ma le cisterne erano comunicanti con cunicoli, con tubi di piombo. Alla richiesta di tanta acqua si rispondeva con un acquedotto, una diga, un sistema di circa 30 cisterne.

Acque alle navi ma anche alle ville. Due sicuramente dell’imperatore (a Santa Maria e sulla Madonna), ma altre dovettero sorgere nel territorio dal Porto a Santa Maria. Di natura patrizia. Di natura privata. Lo testimoniano il tempietto a Castore e Pollùce a Santantuono, i resti murari nel Canalone, in località Galano, sulla Dragonara.

Se i vivi avevano i loro domicili, i luoghi di culto (Mitrèo), i luoghi sacrificali (murenaio o grotte di Ponzio Pilato), anche i morti dovevano trovare i luoghi di sepoltura.

Potrebbe essere questa una ragione che spieghi la presenza della necropoli al Bagno Vecchio. Un luogo appartato, ameno, in cui riporre i defunti.
Ho scritto bene: luogo appartato e ameno. Baciato ognora dal sole e dunque eccellente per la vite. C’è anche ’a fonte con l’acqua per i mesi caldi.

Mi faccio ardito e mi avvicino all’amico. La novità lo sorprende. Non deve essere abituato a visite. Ma non si scompone. Lo induco a rispondere ai convenevoli e capisco che lo importuno perché rompe il silenzio di chi è abituato a seguire i pensieri che il lavoro impone. Purtuttavia mi presenta il suo vino. Ci sediamo in uno spiazzetto da dove l’immensità del mare si slarga. Con quei quattro puntini delle Formiche. Bevo un rosso delizioso come il luogo che mi ospita. Un falchetto stride e vedo che si azzuffa con un altro altrettanto insofferente e stridulo.

Abbiamo la stessa età, io e l’amico, e la stessa voglia di guardare il mondo scomporsi e ricomporsi. Aspiriamo all’eternità. Come due idioti aspiriamo all’eternità.
E’ l’effetto che ottiene il fermento della nuova stagione su questo lembo di terra agitato dal mare.

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