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Cara madre…

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di Francesco De Luca

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In un’altra vita mi interessavo di scuola. Risiedevo a Terracina. Mi circolavano intorno insegnanti del basso Lazio.
Una di queste portava il cognome Caramadre. Ed io, nei giorni della settimana santa, chiamando la signora Caramadre, aggiunsi le parole della strofa: …Deh voi fate…
Mi vennero in mente perché la mia formazione religiosa è stata debordante e assillante, non dannosa.
L’insegnante Scalfati, di Sperlonga, continuò: …che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore.
– E tu… – lo aggredii meravigliato – da dove ti viene questo… conosci la canzone?
– Certo – rispose l’insegnante – si canta nella Via Crucis in chiesa.
Risolvetti che il canto Cara Madre, deh voi fate… che pensavo fosse di don Luigi Dies era invece patrimonio della religiosità campana (il basso Lazio era borbonico e non della Santa Sede).

La fisima che la tradizione religiosa nel suo complesso (date, riti, canti) fosse stato parto del parroco don Luigi Dies è viva nella comunità parrocchiale di Ponza-Porto. E questo perché don Luigi sin dal 1939 ha costruito la sua pastorale in modo autorevole e personale. Tanto è vero che la parrocchia di Le Forna segue un diverso cammino. Non solo, ma la prassi di don Luigi fu accompagnata da una ricchezza di iniziative originali che attecchirono nel corpo parrocchiale. Ancora oggi, nonostante la sua dipartita (1973) le sue pratiche devote sfidano il tempo e il suo mutamento.
Detto questo vado a dire alcune considerazioni sui canti penitenziali propri della Passione e della Via Crucis.

Canti penitenziali. Alcuni ruotano sulle lamentazioni della Madonna Addolorata per lo stato pietoso in cui versa il corpo del Figlio Crocifisso. Altri simulano il dialogo fra la folla dei fedeli e il Cristo, proclamando la cattiveria, l’ottusità, la crudeltà degli uomini nei confronti di Gesù.

Non sto a farla lunga perché quello che mi preme sottolineare era la presa che il sentimento di pietà, indotto dai canti, aveva sui fedeli. Non sto dicendo su di me, fanciullo ingenuo, né sui miei coetanei, ma sulla massa della gente. Si respirava, nelle giornate della Settimana Santa, un’aria di pesante tristezza. Che culminava il Venerdì santo, proprio quando, nell’incontro fra il Cristo morto e l’Addolorata, si dava fuoco a ’u fucarazzo, e don Luigi tuonava parole di fuoco verso noi, col naso all’insù, a guardare lui che predicava dal balcone di Luigi Parisi a Santantuono.

Penitenza, ravvedimento, orrore per i peccati, vergogna per l’empietà commessa. Tutti concetti che cadevano nell’animo già franto di chi aveva cantato dolente:
Perdono mio Dio
mio Dio perdono
perdono mio Dio
perdono e pietà

Ho visto piangere anziane donne, e gli uomini indurirsi in una smorfia contratta.
Noi no, a noi ragazzi ci salvava il crepitìo del fuoco, e poi le fiamme sapevano di caldo. Non di inferno.

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