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Frugando tra i ricordi nel giorno della festa del papà

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di Rinaldo Fiore

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Oggi è la festa di papà! Giuseppe, ieri il suo compleanno!
Classe 1911! Quanto bene ci siamo voluti… Lo ricordo sempre con i baffi, dapprima scuri e poi man mano tinti di grigio. Lui, mio padre Giuseppe. È quello che fu buttato nella fossa piena d’acqua dal maiale, “zecnotte”, in frenata mentre la doveva saltare con lui in groppa (leggi qui).
Grande papà: lui e mamma si volevano un sacco bene e si erano sposati nel 1935, quando lui aveva 24 anni e mamma 17 e qualcosa. Quando ero grandicello, papà, se riteneva di aver bisogno, mi chiedeva qualche parere ed io, fiero, glielo davo con piacere.
Intorno al 1952, quando venimmo a Roma, di soldi non è che ne girassero tanti, anche se lavorava – anzi aveva sempre lavorato -, e scherzando con noi, quando facevamo richieste di acquisti, ci diceva che “sarebbe andato subito a stamparli col torchietto”.

Il ricordo della mazza ferrata che già da ragazzo aveva dovuto battere sull’incudine, gli aveva indicato la direzione della sua vita, lontano dalla bottega di Tatone Carlo.

D’altra parte papà sapeva leggere e scrivere e far di conto e a quel tempo era cosa rara: l’aveva imparato dal maestro del paese – don… non ricordo -, che abitava lungo le scale che portavano al “Quarte abballe” in una villetta con giardino, proprio vicino alla scuola elementare.
Nel giardino c’era un albero di gelsi che tutti noi assaggiavamo arrampicandoci con o senza permesso. Proprio perché sapeva leggere e scrivere e far di conto, durante la guerra fu messo in fureria, negli uffici.
Ci raccontava di quando in Sicilia ci fu lo sbarco degli Americani ma prima ancora, di quando, finite o quasi le vettovaglie lì in Sicilia, non si mangiavano che zucche in tutte le salse e le “cacarelle a vento” accomunavano soldati semplici e graduati.

Alla terza o quarta liceo a Roma, papà venne a parlare con i professori e ricordo lui, col suo cappotto scuro e un bel cappello in testa che parlava con il professore di lettere che gli diceva che non mi applicavo molto:
– Rino – mi fece papà – come mai?
– Scusa papà– risposi – da domani recupererò – E così facevo: mi vergognavo tantissimo di dispiacere a mamma e papà.

Al paese stavamo ad una quindicina di metri dalla chiesa di San Gabriele Arcangelo che, dalla parete esterna, guardava la lunga scalinata che portava verso San Rocco: scendendo per quelle scale si generava un passo ritmato quasi musicale, forse per il rimbombo o per la qualità della pietra che le formava, per non dire del rumore delle scivolate degli asini e dei cavalli che andavano nelle loro stalle. Nello spigolo della Chiesa, accanto alla scalinata, noi ragazzi ci mettevamo con la ventola, costruita da noi stessi con un barattolo vuoto di pomodoro, e aspettavamo la ventata che scorreva nel canale della scalinata: – Vmmm, fiiie… Il vento in realtà non mancava mai e ci si portava appresso. Non è un caso che nelle mie montagne, ovunque attorno al paese, hanno messo quel disgraziato “eolico”, pale giganti che hanno distrutto la bellezza del profilo dei nostri monti!


La domenica per il paese era davvero tutta una festa: tutti si vestivano bene e alle undici si ritrovavano all’entrata della Chiesa a incrociare chiacchiere e pensieri e, dopo la funzione, continuavano il discorso non concluso.
“Coluccio”, amico caro, fraterno di papà ci ha raccontato come in Chiesa i giovani innamorati si incontravano scambiandosi sguardi e promesse e, quando lui era giovane, piacendogli “Maria”, tirava fuori dalla tasca i chicchi di granturco e glieli buttava addosso: Maria e le amiche sorridenti e stupite, si giravano generando un movimento inconsueto e allora Don Vincenzo dall’altare richiamava tutti all’ordine, specialmente Coluccio, sapendo bene chi fosse l’autore dello scompiglio. Naturalmente Maria e Coluccio ancora raccontano l’episodio ai nipoti.

Papà da Napoli aveva portato a casa una bella radio, di quelle di una volta con le valvole e con quella schermata che indicava le varie stazioni.La domenica mentre si preparava il pranzo, io alzavo il volume della radio per farla sentire ai paesani che sostavano accanto al muretto di fronte casa.

 

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