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Vita di paese (6). Il cane che si chiamava Cielo

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di Rinaldo Fiore

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Vicino casa di nonno, papanonno, al mio paese, Castiglione Messer Marino, girava un cane di taglia media fulvo e molto bello che si chiamava Cielo.
A casa Cielo girava liberamente e sentivo spesso il suo nome: – Cielo, Cielo… quindi lui mi era parecchio familiare.

Un bel giorno il suo padrone, Vittorio si allontanò da casa per andare a Celenza per un lavoro: Celenza sta a parecchi chilometri da Castiglione, verso Vasto.
Il cane gironzolava per casa per niente tranquillo perché non trovava il suo padrone: non si era accorto di quando era uscito di casa. L’assenza del suo amato padrone gli era intollerabile e quindi appena qualcuno aprì la porta uscì di casa, e via… alla ricerca di Vittorio.

Cielo, seguendo l’odore del suo padrone, imboccò subito la via del “Quarte abballe” scodinzolando tutto contento della sua scelta.
Giunto a S. Rocco si fermò un attimo per sentire l’aria e subito si diresse sulla strada nazionale verso Torrebruna e Vasto: cammina cammina fece parecchi chilometri finché raggiunse una fattoria posta al fianco della strada dove cercò dell’acqua e da mangiare: le galline immediatamente diedero l’allarme e un paio di cani si allertarono, ma Cielo riuscì comunque a bere dal secchio d’acqua posto vicino alla fontana e a mangiare due torsoli di mela, e subito riprese la sua corsa.
A mezzogiorno Cielo aveva macinato altri chilometri, le zampe gli facevano male ed era stanco ma questo non modificava per niente la sua volontà né diminuiva le sue forze. Così decise di riposarsi in mezzo ad una fratta, sul ciglio della strada che portava verso Celenza costeggiando il fiume Trigno, ad una trentina di km da Castiglione.

Dopo una oretta di riposo, verso mezzogiorno e mezzo, Cielo si svegliò e annusata l’aria riprese il cammino; sentiva la scia sottile dell’odore del suo padrone, o l’immaginava, e di buona lena a passo svelto ora dopo ora si avvicinava a Celenza.

Vittorio era andato a fare un lavoro presso un albergo ed era partito da Castiglione, con la corriera, verso le sei del mattino: avrebbe guadagnato bene dal suo lavoro e quindi si sentiva bene e forte e così era arrivato a Celenza.

Cielo, dopo tre o quattro ore, con le zampe dolenti e ormai stanco arrivò vicino ad un gruppo di case, oltre il fiume che aveva attraversato, su un ponticello antico ma ancora ben messo: sentiva da lontano le voci della gente e, piuttosto forte, la presenza di Vittorio, ormai vicino.
Lemme lemme costeggiò le prime case fino a raggiungere una struttura a due piani con le scale d’ingresso: la scritta era chiara “Albergo Trigno”.
All’improvviso si udirono voci: – Maria, Mari’… vii a vede’ c’è un bel cane, mizze muorte…
Cielo, con la testa abbassata per il peso e per la stanchezza, comprese che la voce parlava di lui e si acquattò a terra stanco morto chiudendo gli occhi per riposarli, ma sentiva ugualmente dei passi avvicinarsi a lui: – Maria, Mari’ porta ’nu po’ d’acqua pe’ lu caccinille e ’nu po’ de pane…

Maria era la guagliona che puliva l’ingresso dell’albergo che aveva sentito il richiamo ma mancava poco alla fin delle pulizie e non uscì dall’albergo ma, alla seconda chiamata capì che doveva fare quello che la padrona diceva e così posò scopa e straccio e cercò una ciotola e del pane: dopo un paio di minuti le due donne accarezzavano Cielo e gli porgevano l’acqua e il pane: – Come è bille, chi sa di chi a è!

Cielo sentì il calore di quelle mani e di quelle voci e aprì gli occhi: sentiva l’odore dell’acqua e del pane e riemerse dal suo torpore sollevando la testa e le zampe per bere e mangiare con voracità.

Intanto dentro l’albergo Vittorio cercava Maria e la padrona Pinuccia: aveva finito il lavoro e voleva cenare e dormire per riprendere la strada di casa l’indomani: – Maria, Pinuccia ma dove siete? e man mano si avvicinava all’ingresso da dove provenivano le voci.
Alla luce ancora vivace del pomeriggio inoltrato si affacciò sulle scale guardandosi intorno finché non vide le due figure delle donne dell’albergo: erano accucciate in terra vicino a quello che sembrava un animale e così incuriosito scese le scale, fece quei dieci metri verso di loro e, man mano che si avvicinava scorgeva il colore dell’animale, un colore che attrasse subito la sua attenzione e il cuore iniziò a battere più veloce per quello che sembrava un colore ben conosciuto; aveva quasi raggiunto Maria e Pinuccia e ormai era evidente che si trattava di un cane e lo riconobbe: – Cielo, Cielo! – disse, scansando le donne – Cielo, Cielo! – e si mise in ginocchio per guardarlo bene, per accarezzarlo… se lo abbracciò con le lacrime agli occhi mentre gli diceva: – Che ci fai qui, bille caccinille mi’!
La coda del cane svolazzava felice sulle gambe di Vittorio e lo sguardo, già addolcito dalle mani delicate di Pinuccia e Maria, era tutto per lui…
L’amore dilagava tra Vittorio e Cielo e si diffondeva alle persone che erano accorse ai richiami…

[Vita di paese (6) – Continua]

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