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Vita di paese (5). L’inverno era duro da passare

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di Rinaldo Fiore

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Il mio paese, Castiglione Messer Marino, nel mio amato Abruzzo, quando ero piccolo, restava isolato da novembre, dicembre a maggio e in quel periodo le famiglie dovevano avere tutte le scorte necessarie per vivere.

Allora si vedevano lungo le pareti esterne delle case cataste di legna ben ordinate e alte da non arrivarci, e dentro casa in ogni spazio utile altra legna e i ceppetti per accendere il fuoco. L’acqua non mancava perché c’era la bianchissima neve di fronte ai vetri delle finestre al primo piano e, quando era possibile, la fontanella
davanti casa per due-tre ore al giorno, tre volte alla settimana, ci riforniva.
Sembra che oggi stiamo tornando all’antico! Chissà cosa succederebbe oggi se l’acqua fosse così razionata.

Una volta, specie nei paesi isolati dalla neve e nei paesi lontani dai centri abitati cittadini, in zone ben protette della casa c’erano i sacchi di farina di grano e per i più poveri, che erano i contadini, sacchi di farina di granturco.
Analogamente si conservavano con cura le patate, questo tubero meraviglioso, dentro una stanza buia ammucchiate l’una sull’altra, e dovevano durare per sei mesi e più.

Durante l’estate si preparava la conserva facendola essiccare al sole e si tirava fuori quando il paese era isolato.
La carne veniva fornita dal maiale, benedetto sia il maiale, che veniva ingrassato con le patanelle, le piccole patate che non servivano alle persone e altri scarti. Quindi la carne era fornita dal maiale sotto forma di prosciutto, di salsicce di carne e di fegato conservate nelle vesciche dei maiali o appesi in alto tra gli anelli posti nel soffitto delle cucine a formare lunghe corone di salsicce: il fresco non mancava…
Per olio avevamo il lardo e lo strutto e anche l’olio d’oliva dentro un boccione da 10 litri: l’olio era sempre mezzo ghiacciato ma aveva un profumo e un sapore che ancor oggi ricordo.


Il latte quando era possibile lo prendevamo dai contadini che avevano anche le pecore. Naturalmente ci fornivano anche di ricotta e di formaggio.
I peperoncini erano appesi anch’essi in ogni angolo della cucina, in realtà un grande salone di 5-6 metri per tre dove c’era il camino. L’aglio e le cipolle facevano bella mostra vicino ai peperoncini.

Il vino cotto stava nelle damigiane nelle cantine. Parecchi chili di pasta come zite e spaghetti stava nelle “matracche” assieme al pane, un pane di pagnotte grandi che si conservavano per quindici giorni, fatto in casa in grandi forni adiacenti alle case per molti, mentre nonna aveva il forno vicino alla cucina praticamente dentro casa: a mia memoria non abbiamo avuto mai carenza di pane e d’altra parte con la farina si poteva fare tutto!

Avevamo gli scarponi chiodati per non scivolare sul ghiaccio, ma anche per scivolarci sopra come facevo con gli amici quando c’era il disgelo.
La strada che portava a casa mia era via Felice Lonzi e su di essa si affacciava un filare di case d’ambo i lati, appiccicate le une alle altre come si usa da sempre, fino al bivio che da una parte porta alla Madonna delle Grazie e alla statale e dall’altra parte al pianoro delle Tre croci.


Di fronte casa, a bordo strada, c’era un muro alto circa un metro e mezzo e largo una sessantina di cm che proteggeva la proprietà dei Lonzi e i paesani, visto che c’era un salto di tre metri e passa. Non si trattava di un muro qualunque perché oltre ad appoggiarvisi le persone, d’estate, cassettoni bassi di legno, pieni di conserva, si lasciavano essiccare al sole, su di esso.

Lontano, a circa un km in linea d’aria, c’era la montagna più alta del nostro paese; veramente quella verso Fraine è più alta ancora, ma avendola di fronte alla finestra tutti i giorni, l’avevo considerata la più alta e lì si scaricavano decine di fulmini quando pioveva e lo potevamo vedere bene in diretta da dietro i vetri delle finestre..

Quando calava la neve incessante, per giorni e giorni, la montagna si ricopriva di bianco e lasciava intravedere solo qualche ramo coraggioso di alberi brulli e il serpiginoso percorso, più immaginario che reale, della strada statale
verso Agnone.

Il fumo dei camini e sottili voci lontane ci ricordavano che non eravamo soli. Quando ci azzardavamo ad aprire le finestre per far entrare un po’ d’aria i passerotti infreddoliti entravano dentro casa e noi, senza alcun sentimento animalista, li rincorrevamo e ce li preparavamo per gustarli a pranzo.
Il camino era sempre acceso e l’acqua dentro “lu cutture” bolliva di continuo: il fuoco era il nostro Valium perché quando avevamo finito di mangiare ci mettevamo con le sedie impagliate e rumorose attorno al camino e lo guardavamo con sguardo sognante di vita presente e futura, imbambolati dal sonno.
La catena del camino risuonava sempre per il grande uso che se ne faceva: il soffiatore e la tenaglia erano incollati al camino per attizzare il fuoco e per non farlo spegnere.

Le case in paese, tranne che per i contadini, erano piuttosto grandi anche perché a quei tempi i figli erano numerosi. Noi avevamo al piano terra la bottega di fabbro di papà, in realtà smontata perché da subito dopo la guerra era andato a cercare lavoro a Napoli; poi dietro c’era la cantina con tutto quello che in sicurezza poteva starci.
Al primo piano c’era la cucina grande e accanto, il salone con il secondo camino con su scritta la data di nascita di mio fratello, il primo figlio: il camino di questa stanza non funzionava bene, ed io glielo ricordavo sempre a mio fratello Carlo, scherzandoci sopra! Dietro salone e cucina, nella parte posteriore di casa, c’erano camerette di servizio tra cui il bagno, che era predisposto per il collegamento con le fogne ma noi non abbiamo fatto in tempo a vederlo questo collegamento, perché a quel tempo le fogne non c’erano in paese; sarebbero arrivate parecchi anni dopo: gli orinali funzionavano a pieno ritmo e così anche il loro profumo abbondava!

Per associazione/contaminazione, e non solo… – Un vento a trenta gradi sotto zero
incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili /A tratti, come raffiche di mitra, / disintegrava i cumuli di neve, i lupi… L’inverno con la mia generazione / le donne curve sui telai, vicine alle finestre… la neve, e gli orinali sotto i letti…  –
propongo la canzone di Franco Battiato (con Giusto Pio) Prospettiva Nevskij.
Nevskij Prospekt (che significa “Viale della Neva”) è la strada principale che attraversa la città di San Pietroburgo e prende il nome dal fiume Neva, che la costeggia per un lungo tratto.

Dall’album Patriots, del 1980

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[Vita di paese (5) – Continua]

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