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I cittadini di Poveglia hanno vinto la loro battaglia (per ora)

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riproposto da Sandro Russo

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Poveglia? Quando, dove l’abbiamo già incontrata?
Poveglia è una piccola isola della Laguna veneta, ma com’è che ce ne siamo interessati sul sito?

Era il maggio del 2014 e ne parlammo in relazione ad un articolo letto sul giornale che ci aveva innescato delle associazioni… Venezia, Ponza e il “bene comune” (1)) (leggi qui).

L’isoletta era venuta agli onori delle cronache per la battaglia di un pugno di cittadini che si erano uniti per rivendicare un proprio diritto contro vari Moloch, quello della burocrazia e dei vari potentati economici.
Perché ne riparliamo adesso? In relazione ad un’altra notizia letta sui giornali, che fa prevedere una soluzione positiva della vicenda.
Anche per imparare una parola nuova, nei rapporti tra le istituzioni e i cittadini: “Soprassessorio” che in “burocratese” significa «tirarla per le lunghe con lo scopo di non dare nessuna risposta».

Ecco d0v’è Poveglia

A quel tempo (2014) a noi di Ponzaracconta la storia di Poveglia innescò diverse associazioni mentali; la prima, incoercibile: l’alienazione della “Torre dei Borboni”, avvenuta in tempi non così remoti che alcuni di noi non possano ricordarla ancora bene: un capitolo e un’epoca chiusi per sempre.
Ma ci ha ricordato anche un’altra vicenda, questa ancora aperta: la campagna per l’attribuzione al FAI del Faro della Guardia di Ponza.

Poi il discorso in un secondo articolo (leggi qui) si allargò ad altri beni comuni, quali, il lavoro, l’acqua, la conservazione delle sementi.

…E questa è la notizia positiva riportata l’altro ieri dai giornali (12/3/2018)

“Poveglia è di tutti” E i cittadini battono il demanio
di Vera Mantengoli

Venezia. I cittadini prima di tutto, anche dello Stato stesso.
Farà storia la sentenza 273 del Tar di qualche giorno fa che bacchetta il demanio, dando ragione – udite udite – a un gruppo di tenaci sognatori che, per amore di un bene pubblico, aveva chiesto la concessione di un’isola, ma non di un’isola qualsiasi. Vi ricordate di quel gruppetto di giudecchini che anni fa lanciò una colletta per comprare l’isola disabitata di Poveglia e sottrarla alle grinfie dei privati? A maggio 2014 l’asta del demanio per la concessione dell’isola non venne vinta da nessuno, ma nel frattempo l’idea aveva conquistato il mondo, raggiungendo 5mila persone e un malloppo di donazioni che sfioravano quasi i 400 mila euro. Dall’America alla Nuova Zelanda, la causa di una ventina di cittadini battaglieri aveva acceso la speranza che, in fondo in fondo, il bene pubblico è davvero di tutti e, se lo si reclama a gran voce, lo Stato non può voltarsi dall’altra parte. Così, carica di buoni intenti, l’Associazione «Poveglia per tutti», formatasi da un nocciolo duro di giudecchini che in quell’isola ci andavano in barchin da quando erano in fasce, aveva chiesto a fine 2014 al demanio la concessione dell’isola per sei anni. Un tempo necessario a spendere la somma raccolta rendendo agibili i sentieri verdi da dove si ammira un paesaggio mozzafiato su tutta la laguna.

Ebbene, nonostante l’isola dopo l’asta fosse ancora in stato di abbandono, il demanio aveva risposto, dopo qualche mese, che non era possibile. Quel no era stata una batosta, ma l’associazione Poveglia per tutti non si era data per vinta e, attraverso gli avvocati Raffaele Volante e Francesco Mason, aveva deciso di fare ricorso. Eh già, loro piccoli contro il grande apparato.

Giorni fa, a tre anni dal ricorso, è arrivata la sentenza che dà ragione a Davide e rimprovera Golia. Il Tar ha infatti detto che il demanio ha avuto un «atteggiamento soprassessorio», parolone che in burocratese significa «tirarla per le lunghe con lo scopo di non dare nessuna risposta».

Insomma, secondo il Tar, il demanio, davanti a una proposta concreta, non avrebbe avuto motivo di tenersi l’isola per sé e, soprattutto, avrebbe dovuto cogliere l’importante finalità sociale della proposta dei cittadini. In questi anni Poveglia per tutti è andata ventun volte a supplicare il demanio per una piccola concessione, trovando sempre la porta chiusa.

Adesso lo scenario potrebbe cambiare e il sogno realizzarsi davvero.

[Da la Repubblica del 12 marzo 2018, pag. 18]

 

Riportavamo nell’articolo citato (del 2014) una nota di Carlo Petrini, patron di Slow food:

Pensare di “fare cassa” vendendo il patrimonio pubblico, che per definizione non appartiene allo Stato ma ai cittadini, è un atto insensato ancor prima che inefficace. Insensato perché, lo Stato e le sue istituzioni sono solo i gestori di questo patrimonio, non i proprietari. E poi è anche inefficace, perché la vendita di un bene pubblico porta una liquidità che, una volta spesa per le contingenze del momento, si traduce in un impoverimento irreversibile di quello stesso patrimonio comune.
A questo si aggiunge un aspetto di giustizia intergenerazionale: svendere (perché di questo si tratta) un pezzo così significativo di territorio a un privato, significa perpetrare un’ingiustizia anche nei confronti delle generazioni che verranno e che di questa decisione non sono responsabili né spettatori. Se consideriamo il suolo, il paesaggio, i monumenti come una merce da vendere in tempi di magra, alieniamo il nostro futuro, restringiamo lo spazio pubblico in modo irreversibile, restringiamo anche lo spazio della democrazia e della partecipazione per chi verrà dopo di noi.

Non vogliamo fare i moralisti a tutti i costi ma di questi tempi, quando incontriamo una buona notizia – specialmente se “alla larga e alla lunga” ci può riguardare – ci fa piacere darla.

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