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Dico la mia sul dialetto

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di Pasquale Scarpati

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Richiamandomi ad un precedente articolo sul dialetto pubblicato qualche giorno fa sul sito (leggi qui), aggiungo qualcosa dalla mia esperienza.
Pasquale


’A cocche parte
tengh’ ancora stipate… un vecchio quaderno dalla copertina nera, rugosa e dai bordi dei fogli colorati in rosso. In esso la signora Sofia (o forse la signora Lola) aveva apposto alcune annotazioni: una frase è sottolineata in rosso e c’è scritto: dialetto, dialetto.
Eh sì! Era il tempo in cui nei compiti di scuola ’u purtuàll’ (l’arancio) diventava “il portogallo”, ’u scutill’ (la bara) rimaneva “scutillo” e così via. Il dialetto era aborrito, bistrattato, annullato. Dovunque ed “in primis” l’italiano.
Anche Filomena ’i Franc Feola parlava l’italiano correggiuto: ogni parola dialettale era “convertita” in italiano come se nella sua mente vi fosse un traduttore o un convertitore simultaneo. Questo suo tentativo non poteva non strappare un sorriso tra gli adulti e per questo a noi bambini sembrava una “persona curiosa”.

È pur vero che la TV ha unito l’Italia in questo. Piano, piano, infatti, si è cominciato a macinare e a maciullare l’italiano. Lo si è infarcito infatti, tra l’altro, di parole straniere. Questa dovrebbe essere una novità? Ma, guarda un po’, non lo è per niente, invece! Quante parole dialettali, infatti, hanno una origine straniera? Prendiamo ad esempio ’a buatt’ (scatola, barattolo), non deriva forse, diritto dritto, dal francese boite (che si legge appunto buàt), e ’a suère non deriva dall’inglese sweater (maglione)?
Per non parlare poi del latino: Addo’ he ’a i’? (Dove devi andare?). Quella “i” non è altro che la contrazione dell’infinito “ire” del verbo “eo, is…”. Altro che “esperanto”! E le parole derivate dallo spagnolo? …dall’arabo? Nel dialetto si sommano tutte le lingue: è internazionale!

Qualche volta mi permettevo di “giocare” con i miei alunni.
– Conoscete – dicevo – delle parole dialettali ed il loro significato?
Nella loro freschezza ed entusiasmo giovanile molti “si lanciavano” per questo sentiero inesplorato, pensando di conoscerlo…
Al che, io, dopo aver ascoltato alcune parole, intervenivo con altre, come ad esempio: teratùr’ (dove abito si dice tiraturo), ’ncoppa all’asteche, o maccatùre.
Dicevo – Vamm’ a piglia’ ’u maccature ch’ se trov’ int’ ’u teratùr.
Al che molti rimanevano perplessi, disorientati e cercavano di capire il senso come se fosse un indovinello.
Dicevo: – Mica è giapponese… è dialetto!
Poi, piano piano, come insegna la maieutica socratica, tiravo fuori il significato con parole e gesti. Intanto “traducevo in italiano”. Era spassosissimo e la lezione risultava fresca, leggera e allegra.

Pochi giorni fa ero dal barbiere che era alle prese con la mia barba. Ero senza occhiali. Entra una persona che comincia a parlare dei viaggi di una volta… di quando il Falerno navigava con il mare in tempesta mentre oggi una nave molto più grande non si muove dal porto neppure cu’ nu’ poche ’i marittuòl’.
Dall’accento mi accorgo che è compaesano; sono contento, ma non oso chiedere.
Il barbiere dice: – Ue’, qua ci stanno due ponzesi!
Quello mi fa: – Si’ ’i Ponz’? – Rispondo di sì.
– Addo’? ’I vasce ’i Forn’? – chiede.
No – rispondo – d’u Puort’ – ed alzo la mano in segno di saluto anche se non l’ho ancora riconosciuto.
Quello di rimando: – Ma pe’ caso… tu fuss’ chill’ ’i Scarpat’?
– Eccerto! – rispondo contento che mi abbia riconosciuto.
Non vedo l’ora di alzarmi dalla poltrona perché possa inforcare gli occhiali… Ci riconosciamo: coetaneo e caro amico di mio fratello.
Ci salutiamo come persone vicinissime sebbene lontanissime.
Immediatamente, guarda un po’, tutto ruota intorno all’isola.
Dai vecchi tempi… ’a quann’ pe’ ’ncoppa ’a draunàra o a chialiùn’ – si giocava – cu’ i fucil’ ’i legn’… fino ad oggi.
Ma, come al solito il tempo è breve o per meglio dire “fugge” rispetto alle tante cose che si vorrebbero dire.
Devo andar via, ma sono contento: il dialetto ci ha fatto capire chi siamo, ci ha uniti, è sceso dentro di noi e ci ha amalgamati.

Il dialetto, oltretutto, è fresco ed immediato.
Ricordo una vecchia storiella… Un giorno si incontrano due persone che scommettono una somma in denaro su chi, nel modo più sintetico ed efficace, riesce a descrivere un evento. Comincia a piovigginare.
Dice il primo: – Piove fin fin!
Risponde l’altro – Schizzechéa! …e damm’i sorde!

Nota della Redazione

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