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Tutto un mondo, ad un seggio elettorale

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di Pasquale Scarpati

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Domenica 4 marzo mia moglie ed io, verso le 10 del mattino, ci siamo recati al seggio elettorale.
Ha detto mia moglie: – Andiamo adesso perché è più probabile che ci sia meno gente… c’è chi deve andare a Messa e chi è alle prese con i fornelli o con i bimbi.

Nulla di più errato. Il seggio è ubicato nell’atrio di un edificio scolastico. Appena messo piede abbiamo notato una fila lunghissima di persone: un serpentone.
– Andiamo via – ha esclamato mia moglie, terrorizzata – torniamo stasera.
– No – le ho risposto – ormai ci stiamo.
In realtà le file erano due: una delle donne, una degli uomini. Quella delle donne avanzava più velocemente, forse perché le donne erano, come al solito, più decise; quella degli uomini procedeva più lentamente. Ognuno, pazientemente, ha preso il proprio posto.

Dopo un primo momento di “acclimatamento” ho cominciato a guardarmi intorno.
Incrocio con gli occhi una collega, ancora in servizio e che già aveva votato.
Mi viene vicino e mi saluta: – Sto aspettando mio marito che deve ancora votare. Pasqua’ – mi dice – qua non se ne può più. Tutto è cambiato: i ragazzi sempre più indisponenti ed i genitori sempre più invadenti. Non parliamo poi dei telefonini: sempre a portata di mano! Beato te che te ne sei scappato!
Traggo un sospirone: – Quando uno ha fatto il suo tempo è bene che vada via – le rispondo – non riesce più a dare il meglio di sé, le forze gli mancano, gli acciacchi aumentano, ha bisogno di più tempo di recupero, non riesce più a stare al passo con i tempi e pertanto avrebbe bisogno o di cambiare lavoro oppure che il suo lavoro diventi più leggero. Ma questo nella nostra società non è concesso. O dentro fino al collo oppure fuori del tutto, senza trovare alcuna alternativa…
Saluto il marito che è uscito dal seggio. Vanno via.

Mi sento chiamare: – Pasquali’, Pasquali’.
Dietro di me , a poca distanza, una parente di mia moglie: – Lo sai – mi dice – sono stata in ospedale per prenotare un accertamento. Mi hanno detto che non se ne parla prima di febbraio 2019! …Uno adda muri’ – aggiunge.
Mi stringo nelle spalle, non posso far altro che suggerire di… “trovare” qualcuno o di “andare a pagamento”.
Immediatamente tutti quelli che stanno intorno parlano dello stesso argomento ed ognuno si affetta a raccontare la sua “tragica” esperienza.
Intanto la fila procede lentamente, sembra quasi che le persone vogliono riflettere in cabina. Qualcuno borbotta perché, dice, è colpa della novità sulla scheda elettorale.
Ma santo dio – sbotta una persona – perché allora non hanno dato una mezza giornata in più per votare, visto che ci sono difficoltà dovute alle novità?
– Ma io
– interviene una giovane donna – che ho il negozio, devo venire per forza oggi perché domani devo stare aperta. Chi mi resta al negozio?
Un’altra che aveva lasciato il bimbo al marito interviene: Ma per me era meglio perché io domani portavo il bimbo all’asilo e poi venivo a votare.
E qui subito si accende il dibattito sugli asili che mancano, sugli orari degli uffici comunali e di altri enti i quali guardano solo a stessi e non ai cittadini facendo sì che questi ultimi devono fare i “salti mortali” solo per “cacciare un certificato” o per espletare alcune pratiche.
– Forse – aggiungo sorridendo – è colpa degli impiegati che divenuti anziani non ce la fanno più a stare a contatto con la gente, per cui limitano a loro l’accesso.
Un giovane interviene: – Ma c’è internet che potrebbe risolvere il problema! Basta fare la PEC! e così interagire con sicurezza con la pubblica amministrazione!

– Sempre che ti rispondono – dice un altro.
Una persona che sta nelle stanze del comune dice: – Con la prossima amministrazione tutto cambierà, cominciando dai servizi. Tutti lo guardano con diffidenza.

Gli ricordo che fin dagli anni ’60 si era detta la stessa cosa, ma poi nulla o poco è cambiato. Un’altra persona, forse più addentro alle segrete stanze, gli sussurra: – Ma perché hanno fatto una legge elettorale per cui si son potuti scegliere il collegio che hanno voluto, dobbiamo votare chi dicono loro e se sono buttati fuori dalla porta entrano dalla finestra?
Quello non gli risponde ma si limita ad un sorrisino di circostanza.

Vedo cha la fila procede lentamente, che arriva altra gente; noto che nessuno se ne va: tutti in fila con somma pazienza! Forse che la gente si è assuefatta alle file interminabili? O forse è un bel momento di “fare salotto”, tralasciando di pigiare con le dita sugli smartphone?
Rivedo tantissime persone che non vedevo da tempo e che, pur stando in pensione, non incontro mai, anzi sembravano del tutto scomparse. Ci ripromettiamo una pizza insieme. Ma nessuno ci crede perché sappiamo di essere oberati da impegni: figli, nipoti, medici, ospedali, ecc… Come non ringraziare, quindi, chi ha voluto darci questa opportunità? Che avvenga più spesso!

Davanti a me due giovani (un ragazzo ed una ragazza) dicono: – Eeh, qua bisogna dare un segno di cambiamento – ed intorno a loro molti, anche persone mature, annuiscono convinti. Noto, tra l’altro, che quasi tutti tengono strette in una mano la scheda elettorale come l’elsa di una spada…

A piccoli passi sono arrivato vicino alla porta. Un giovane si avvicina e mi chiede se posso far passare una persona anziana che ha difficoltà. Immediatamente gli dico di sì, anzi gli suggerisco di non aspettare fuori la porta ma di entrare nel seggio e di farsi dare una sedia per far sedere quella persona. Ma nel seggio la sedia è… latitante!
Un giovane corre a prendere una che sta, inoperosa, nell’atrio e così quella persona si può accomodare. Efficienza italiana!
Che dire. Sono uscito di là alle 11.40. Mia moglie mi aspettava già fuori. Dopo tanto freddo… una bella giornata di sole.
La sera, ascoltando un TG mi sono consolato perché non è stato l’unico caso di attese interminabili; sembra sia stato così ovunque…

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