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foto-0002 g h-12 k2-10 v3-10a Idraulica antica: cisterna della Dragonara

Il Giovane e il Mare. Una storia vera di Coraggio, Fede e Speranza (2)

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di Emilio Iodice

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Dopo un’ora la barca navigava sopra una delle parti più profonde del Mediterraneo e dopo due ore il sole era sorto sopra Ponza. Emanava un bagliore dorato sull’acqua, l’aria si era leggermente riscaldata e il mare era calmo in alcuni punti, agitato in altri. Fabrizio non rischiava. Teneva d’occhio il cielo e la direzione del vento; Palmarola era vicina. I gabbiani volavano sopra la barca e gridavano, chiedendo attenzioni. I colori rosso e arancio vivido dell’isola prendevano vita mentre la piccola barca faceva il giro per raggiungere la spiaggia più ampia di Palmarola. Ci sarebbe voluta un’altra ora per raggiungere il punto in cui avrebbero gettato la loro lenza con centinaia di ami e dei pezzi di pesce come esca.

Fabrizio sapeva che in quell’area erano presenti grandi banchi di merluzzi e di altre specie. Erano le nove del mattino, il sole brillava e sfiorava dolcemente le curve e le colline di Palmarola e il mare era di un blu profondo e turchese. Era freddo ma invitante.

Mentre superavano una delle parti più belle dell’isola chiamata “la cattedrale”, i venti iniziarono a cambiare. Fabrizio diventò vigile e confuso: pochi momenti prima c’era il sole e tutto era calmo, eppure ora raffiche da nord e da sud sembravano circondare la sua piccola barca. Il cielo diventò scuro. Stava per accadere qualcosa di sinistro.

Le onde facevano rollare fortemente la barca e i rematori faticavano a mantenere un ritmo costante. La vela iniziò a gonfiarsi in dentro e in fuori, sollecitata dal temporale, le cime iniziarono a rompersi per l’immensa tensione, come giunchi nella burrasca. Il capitano ordinò di ammainarla prima che venisse ridotta in brandelli. Mentre la piccola barca svoltava, iniziando a vedere la spiaggia, Fabrizio vide delle pesanti nuvole nere che si addensavano su Palmarola: era in arrivo una tempesta. Gli uomini lo guardarono spaventati, alcuni di loro suggerirono di avvicinarsi alla spiaggia per approdare, altri urlarono che non ce l’avrebbero fatta. Si diffuse il panico. Il capitano serrò il timone, sapeva che la spiaggia era l’unica possibilità di salvare la sua barca e la sua ciurma, non era così lontana, se solo fosse riuscito a navigare altri duecento metri sarebbero stati fuori pericolo.

All’improvviso, la schiuma e le creste irregolari, mandrie di cavalli bianchi selvaggi nelle onde, cozzarono contro la piccola imbarcazione. La San Silverio fu lanciata con facilità, leggera come se fosse stata di sughero, contro le taglienti fronde d’acqua. Il mare salmastro si riversò nella barca che in pochi minuti fu capovolta e divorata dal nero leviatano, il mare. I marinai urlarono mentre venivano scagliati nella profondità di ghiaccio. I remi si spezzarono come ramoscelli e ancore, secchi e le lenze con i mortali ami rotolarono verso le onde insieme agli uomini, intrappolandoli mentre cercavano di salvarsi. La piccola barca venne scagliata contro le rocce e distrutta senza sforzo.

Silverio si ritrovò sotto metri d’acqua, lottava avvinghiato alle lenze. Gli ami si erano conficcati nella sua carne, cercava il suo coltello mentre lottava contro la risacca per raggiungere la superficie. Tagliò quante più lenze possibile e infine emerse, ingoiando una dolorosa boccata d’aria prima che il gelido pugno delle onde lo afferrasse e lo riportasse di nuovo negli abissi. Nuotò nuovamente verso l’alto, spinto dalla paura, la paura di morire. Di nuovo in superficie, si guardò intorno, ma non vedeva nessuno. Remi spezzati e pezzi di legno erano sparsi sulla spuma. Silverio urlò chiedendo aiuto, cercava i suoi compagni tra gli spruzzi. Nessuno rispose. Era solo.

All’improvviso, dall’oscurità nera d’inchiostro, emerse una figura che agitava freneticamente le braccia; era Fabrizio. Vide Silverio e nuotò verso di lui; indicò una roccia: “Vai lì, Silverio”, urlò esausto. Riusciva a malapena a respirare. Silverio vide il macigno e nuotò più forte che poteva contro la corrente. Raggiunse la roccia e urlò a Fabrizio: “Vieni qui!”. Il capitano, con la sua energia completamente prosciugata, incrociò lo sguardo di Silverio e lo salutò con un gesto, mentre scivolava sotto la superficie. Silverio gridò e pianse.

 

[Il Giovane e il Mare (2) – Continua]

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