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Vita di paese (3). Lu viaggie ’n cima a lu monde

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di Rinaldo Fiore

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A Castiglione Messer Marino, a circa cinque km dal paese, c’è una chiesetta antica di molti secoli e lì si festeggia “la Madonna de ’n cima a lu monde”, se non sbaglio in primavera avanzata.
Avevo 5 o 6 anni l’ultima e unica volta che andai con tutta la famiglia “in cima a lu monde”; non c’erano strade ma un tratturo con abbondante fango e ci si andava a cavallo. A quel tempo non c’erano né strade né automobili.
Verso le nove della mattina io ed Elvira, che eravamo i più piccoli, fummo messi dentro due bigonzi, sistemati su un cavallo, uno per lato, mentre Carlo, essendo più grande, veniva a piedi. Una frotta di persone chi a cavallo, chi sull’asino, chi sul mulo era pronta a partire e tantissimi a piedi: era tutto uno sferragliare di bestie, schiamazzi e ordini vari da un lato all’altro della strada. Tutti i figli piccoli stavano nei bigonzi e il papà alle redini e infine fu dato l’ordine di partire.
Stare a cavallo dentro un bigonzo è una esperienza singolare perché si balla sulla gobba del cavallo sollevandosi di qua e di là e in alto e in basso, secondo le buche, stando attenti a non farsi buttare fuori, cosa ben difficile perché i bigonzi erano alti, e questo sul selciato dentro il paese, ma sul tratturo e in salita per 5 km è una avventura: sembra di cavalcare un toro imbizzarrito ma il viaggio era entusiasmante per noi bambini e per il paesaggio che vedevi attorno, per le chiacchiere che gli adulti facevano per strada, per le nostre grida.

Gli animali riempivano le orme profonde degli zoccoli dei cavalli che precedevano con abbondanti eiezioni che mantenevano profumato il percorso. Tutto il corpo era indolenzito ma felice di andare “in cima a lu monde” e quando arrivammo ci aiutarono a scendere e potemmo vedere la Chiesetta: piccola piccola con pietre antiche risalenti a secoli prima. La Madonnina veniva portata dal Paese e sistemata dentro una nicchia. La Madonnina si faceva il viaggio perché durante tutto l’anno era rifugiata nella Chiesa del Paese per il rischio di furti!

La sera intorno alle 16 si tornava a casa e la Madonnina tornava al suo posto nella Chiesa grande del Paese assieme all’Arciprete e agli altri sacerdoti. All’ora di pranzo si organizzavano delle grandi ammucchiate di parenti ed amici sull’erba, usando delle grandi tovaglie o lenzuola per appoggiarci gli alimenti: ognuno gustava il cibo degli altri; chi portava le uova sode, chi il prosciutto chi le salsicce di carne e di fegato e tutti portavano la ventricina piccantissima ma superba e non poteva mancare il primo di fettuccine o tagliarille fatti in casa con un sugo straripante!

Nella ventricina si trasfondeva tutta la sapienza degli artigiani del paese, anche se in tutte le case le donne sapevano fare ogni insaccato. Già da piccoli noi mangiavamo gli insaccati piccanti e quindi conoscevamo il piacere di mangiare ventricina, un piacere tramandato anche ai figli.
Quando fummo sistemati nei bigonzi per tornare a casa mi veniva sonno ma bastarono i primi passi del cavallo per risvegliarmi.
Ricordando una simile esperienza mi viene un po’ di nostalgia e penso a quel nostro Alessandro Manzoni di “Addio monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, note solo a chi è cresciuto tra di voi…”
Sarà l’età che avanza, ma quando mi imbatto nei ricordi affettivi li collego facilmente a brani famosi delle poesie dei nostri Poeti. Quell’avventura “de in cima a lu monde” non l’abbiamo più ripetuta ma è incisa profondamente nella mia memoria, come tutto quello che ricorda il mio paese, la mia infanzia, posso dire la mia infanzia felice per quanto papà mancasse da casa quasi tutto l’anno, come conseguenza della mancanza di lavoro appena passata la guerra.

A proposito di ventricina ricordo quando assieme a mia figlia, e non ho memoria del perché mio figlio non ci accompagnasse pure lui, andammo a trovare degli amici vicino a Rocca di Mezzo, in Abruzzo, mi pare che fosse primavera o inizio estate: passammo una bella giornata e poi intorno alle diciassette riprendemmo la strada di casa. L’autostrada era comoda e con poco traffico e al primo autogrill dalla parte abruzzese ci fermammo per un caffè e per il bagno. Ormai tutti gli autogrill hanno una parte impegnata nella vendita di prodotti alimentari locali, in un percorso che porta alla cassa e all’uscita: guardando da lontano mi incuriosì vedere dei salumi di colore rossiccio e quindi fui “obbligato” ad andare a vedere di che si trattasse.
Con mia grande meraviglia in un bel cesto grande c’erano numerose ventricine da un kg a forma di vescica!
Chiamai Chiara: – Vieni papà, vieni a vedere la ventricina!
Chiara era già grandicella e aveva assorbito tutti i miei racconti sul paese e sulla ventricina, che poi le piaceva, e quindi venne subito e l’apprezzò come me. Ne comprai due e poi tornammo in macchina.
Il problema è che il desiderio di assaggiarla era troppo forte e lo dissi a Chiara e lei mi rispose: Papà, ma come facciamo, non abbiamo il coltello!
Io che sono sempre un “montanaro”, con il sorriso sul viso e negli occhi risposi: – Non ti preoccupare, ci penso io, fai come me – presi una ventricina e l’azzannai a mozzichi con i denti, gustando quella meraviglia!
Chiara da parte sua, capito il sistema, si dette da fare pure lei… E così a casa, strada facendo, un mozzico alla volta, a casa arrivarono sì e no tre quattro etti di ventricina per ciascuno, senza che neanche un dolorino di pancia turbasse la nostra esistenza: che meraviglia!
Continuo a credere che mangiare e mangiare bene rappresenti un buon cinquanta per cento del piacere della vita!

 

[Vita di paese (3) – Continua]

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