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0019-019 0031-031 t2-9 v8-9a s-1929 Un rimorchiatore rimesso a nuovo

Antonio De Luca al Nitsch

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di Rosanna Conte

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Navigare la rotta in meno di otto mesi è alla sua seconda edizione. Di diverso ci sono quattro nuove poesie che ne sostituiscono altrettante e l’arricchimento della quarta di copertina col lusinghiero commento di Luciano Canfora, che definisce la raccolta – Un testo appassionato e appassionante. Un tributo alla grecità – e l’opinione di Paolo Mieli: Un magnifico libro. Il mare di De Luca è quello da cui viene tutta la nostra civiltà.

Promotrice della nuova presentazione è stata la Fondazione Morra che ha colto in Navigare la rotta elementi di coerenza con la specificità delle sue attività e ha offerto alla lettura dei versi di Antonio De Luca e alle dotte riflessioni che l’hanno accompagnata, la sala delle Capriate del Museo Hermann Nitsch, una perla nel panorama artistico-culturale di Napoli.

Il Nitsch è un luogo in cui la Fondazione organizza produzione e trasmissione intergenerazionale dell’arte contemporanea, e per questo ha il nome di Museo-Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee.
Nelle sue ampie sale, ricavate da una struttura industriale dismessa, si può respirare un’aria quasi sacrale, quella che l’arte infonde negli animi o nelle viscere – visto che stiamo parlando di Nitsch – quando è esito di una ricerca che vola alto per cogliere la sua essenza.


Come mi dice Antonio guardandosi intorno prima dell’arrivo del pubblico, è un vero tempio, un tempio pagano. La religiosità che ispira viene dalla macerazione dell’anima, dalla capacità esperenziale della mente che non vuole seguire una razionalità arida, incapace di dare risposte, ma si slancia, sotto l’imperiosa spinta di un bisogno vitale, oltre l’orizzonte.

Non poteva esserci migliore cornice per i versi di Navigare la rotta.

Dall’intervento del poeta Andrea Simi, che ha letto con grande afflato la bellissima Mediterranea, a quelli di Maria Gargotta e Francesco D’Episcopo, docenti della Federico II, le riflessioni hanno messo in evidenza la capacità del poeta di calarsi nella grande cultura classica con lo sguardo dell’oggi, muovendosi al suo interno con lo spirito inquieto e folle proprio del visionario contemporaneo.
E’ stato detto che i suoi versi, dove vivono voci provenienti da lontano nel tempo e nello spazio, sono straordinari non tanto per la molteplicità di luoghi che riportano, ma per come il poeta li vede, perché Antonio vede oltre, seguendo una sua rotta, quella della follia.

In lui, così pieno di creatività, c’è uno spirito dionisiaco che lo proietta al di là delle barriere del reale, verso una visione-altra del mondo dove la vita acquista una dimensione diversa e brilla nella sua sacralità.

Quanta simbologia è nell’immagine di copertina dove la testa rotta di Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore, binomio essenziale alla vita, richiama la profanzione del Mediterraneo, oggi cimitero marino, tomba di migliaia di vite!

A chi cerca l’oltre, la prosaicità e decadenza della vita quotidiana pesano molto e il tormento spinge alla fuga. Così Antonio De Luca, nel suo intervento, esprime il desiderio di scappare da Napoli, una città che ha perso l’anima nella sua insulsa modernità. Attraversare le sue strade, questo inverno, è stato per lui angosciante e nella cupa Napoli ufficiale ha potuto sopravvivere solo immergendosi nel Museo Nitsch, che definisce tempio di un paganesimo primordiale.
Tutto è perduto? Napoli per Antonio è stato il luogo da cui è partito il suo rapporto col mondo classico; ma dove guardare per sperare in un recupero della sua anima plurimillennaria?
C’è un piccolo episodio che gli apre il cuore alla speranza. Girando fra le bancarelle di un mercatino multietnico, un giorno ha sentito usare naturalmente la lingua napoletana da un piccolo somalo.
Ecco, lo scambio fra popoli può riprendere e questo potrebbe far nascere una nuova Neapolis.
Così intravvede, in lontananza, la Napoli diversa da quella di oggi che potrà tornare ad amare.

Per ora la città in cui sta bene è Lisbona, ma il suo locus amenus rimane sempre la vigna del Fieno, luogo vitale da cui parte e a cui ritorna, dove il suo io trova il tempo-spazio in cui sta bene.

La dotta e piacevole discussione è stata intercalata dalla lettura di alcune poesie di Antonio, tra cui una in napoletano, oltre che da un canto in greco delle zone del Salento, a cura di Margherita Vicari e Irene Gallardo accompagnate da Julia Primicile Carafa col suo flauto.

Tra il pubblico tanti volti attenti e interessati, alcuni anche ponzesi.

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