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k2-16 p-05 sh scansione0002 la-galite-2009 Una delle tante vele storiche

Pillole elettorali (1). I bimbi e le promesse

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di Pasquale Scarpati

Una buona notizia, riguardo alle prossime elezioni, è che ci farà compagnia Pasquale Scarpati, con i suoi apologhi e le sue storielle, in una serie di scritti sul tema elettorale. Buona lettura.
La Redazione

I bimbi e le promesse
Quando il neonato non è più tale ma comincia a sgambettare e dopo un po’ di tempo “ingarbuglia” le parole, allargando i cuori degli adulti, ad essi, ogni qual volta piangono per capriccio o per altre cause, vengono fatte molte promesse anche le più “strampalate” o, per meglio dire, inattuabili, ben sapendo che il più delle volte difficilmente possono essere mantenute.
La strategia “fraudolenta” degli adulti si fonda su tre fattori:
a) si pensa anzi si spera che il bambino, con il passare del tempo, dimentichi le promesse a lui fatte;
b) il bambino, a causa dell’età, non riesce a reggere un contradditorio né un dibattito;
c) facilmente le promesse fatte possono essere soppiantate da un “diversivo” di più facile soluzione.
Così accade durante la campagna elettorale.
Le promesse sono tante anche quelle che, a ben pensare, sono inattuabili o quasi.
Ma come per i bambini:
a) si spera che, dopo un po’, vadano nel “ dimenticatoio”;
b) non può esserci alcun contradditorio perché gli eletti diventano irraggiungibili e parlano soltanto attraverso i mass-media. La loro unica preoccupazione è che funzioni la… calcolatrice: cioè contano i numeri. Per questo molti usano “cambiare casacca” senza tener conto di chi lo ha eletto quale proprio rappresentante;
c) messi alle strette cercano di distrarre l’attenzione dando la colpa ad altri (normalmente a chi li ha preceduti) o a fatti che sono sopraggiunti.

Al che immediatamente mi sorge spontanea la domanda: forse saranno i bambini che andranno a votare o gli elettori sono considerati “bambini”?
Il bello è che, dopo le elezioni, candidamente ci vengono a dire: “ma quelle erano promesse elettorali!”.
Come se la politica fosse equiparata a un gioco dove tutto o quasi è dovuto al caso e dove si può giocare senza che ciò incida sulla pelle dei cittadini.
A questo proposito mi sovviene un vecchio aneddoto o leggenda metropolitana. Si raccontava infatti che durante una campagna elettorale, quando furgoni e automobili, su cui erano installati altoparlanti, diffondevano per le strade incessantemente musica ed annunci di un prossimo comizio elettorale e la gente affollava le piazze con il naso all’insù per ascoltare i vari oratori che dall’alto di un palco si affannavano ad illustrare, con gesti e con parole ad effetto, i loro progetti e le loro idee, uno di loro cominciò a dire che bisognava ridurre la settimana lavorativa a 5 giorni, il secondo propose, di rimando che quella sarebbe dovuta essere ridotta a 4 giorni, il terzo a 3 giorni, il quarto a 2 giorni, il quinto a 1 giorno. In mezzo alla folla plaudente, un vecchietto, forse perché un po’ sordo o forse perché voleva avere la certezza di ciò che si era detto, si rivolse al vicino e gli chiese: – L’ultimo che ha parlato che ha detto?
E quello: – Ha detto che dobbiamo lavorare un giorno solo alla settimana. E Il vecchio: – Va bene, ma dei giorni di ferie nessuno ne parla? Avendo avuto sentore di quest’altra richiesta, gli oratori fecero a gara per risalire sul palco e dire la propria in merito.

Addirittura ci fu uno che affermò, senza ombra di dubbio, che, fermo restando la settimana corta anzi cortissima, bisognava estendere a 6 mesi lavorativi il periodo di ferie! (sic)

 

[Pillole elettorali (1) – Continua]

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