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La Napoli velata di Ozpetek

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proposto da Sandro Russo

 

Dal momento che Ponza, tutto considerato, è di tradizioni, cultura e dialetto napoletani, più che laziali, è di Napoli, piuttosto che di Roma, che ciascuno di noi si è fatta un’idea. Come di una città inafferrabile, estrema, sublime e marcescente, disperata e felice, che attrae e respinge. Certamente affascina.
Una Napoli che si racconta più per collage che attraverso un approccio frontale (leggi sul sito gli scritti “Napule collage” e “Napucalisse e altri ricordi”.
In quest’ottica abbiamo letto (e scritto, qui sul sito) della Napoli di Vincenzo Gemito ne “Il genio dell’abbandono”, di Wanda Marasco (leggi qui); seguito e riportato le storie strane dei “femmenielli”, tra antropologia e folklore (diversi articoli, uno recente che li raccoglie tutti: leggi qui).

Ferzan Ozpetek, il regista di origine turca da anni in Italia (vive a Roma), con un’ormai consistente filmografia all’attivo, propone nel suo più recente lavoro, Napoli velata, la sua personale versione della città immergendovi un mistery erotico tra melodramma e noir.

Del film riporto l’intrigante ed essenziale lettura di un’amica cinefila, Paola Pironti

 

“Napoli velata” è un film strano, con strani personaggi, strane vicende, strane immagini, ma questa stranezza ha il suo fascino e attrae lo spettatore, a cominciare dalla prima scena in cui la macchina da presa, girando lentamente su se stessa, riprende la tromba delle scale di un antico palazzo, facendola sembrare un gorgo, un vortice, metafora della vertigine psicologica in cui sta per precipitare la protagonista, Adriana, che assiste bambina impotente e attonita alla morte del padre, ucciso per gelosia dalla madre sul pianerottolo della loro casa. La ritroviamo Adriana nelle scene successive ormai adulta con un gruppo di amici variopinti e affiatati ad una festa, mentre assiste ad un’antica usanza napoletana (un po’ barbarica secondo me): il finto parto di un “femminiello” e dove incontra un affascinante uomo più giovane di lei che la travolge sessualmente e con cui trascorre una notte di passione che è già quasi amore.
Ma il giorno dopo il giovane non si presenta all’appuntamento e Adriana scoprirà solo per caso che l’amante di una notte, che si chiamava Andrea, è stato barbaramente ucciso in circostanze ancora da chiarire.
“Napoli velata” però non vuole essere un giallo e quindi le indagini e la ricerca dell’assassino sono marginali nell’economia del film. È invece importante il fatto che Adriana venga travolta da una spirale  di angosce e ossessioni  in cui riemergono i traumi infantili mai superati.
Adriana non sa rassegnarsi alla perdita di Andrea, lo cerca inconsciamente, lo vede ovunque e infine crede di ritrovarlo nel fratello gemello di lui. Ma è tutto vero o è in parte frutto di desideri e di sogni al di fuori della realtà? Una realtà in cui Adriana non sa vivere, una realtà popolata da fantasmi, ben rappresentata da una Napoli barocca, nascosta, misteriosa, “velata” appunto, come il Cristo velato delle scene finali.

Mi fermo qui, perché non voglio dire altro sulla conclusione, posso solo aggiungere che “Napoli velata” forse non è un capolavoro, ma è comunque un film interessante, da vedere, un film che ci ripropone tutto il mondo di Ozpetek: il gruppo di amici, che è una specie di famiglia, l’imprevedibilità, i misteri e le ossessioni della vita quotidiana, la dimensione onirica dei luoghi, in questo caso una Napoli un po’ surreale, barocca e affascinante.

Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino (1753), posto al centro della navata della Cappella Sansevero, a Napoli e (sotto) una “Madonna velata” di Antonio Corradini (1668) che di Sanmartino fu il maestro.

 

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