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si ss03 105 la-galite-ristorante-da-nicola sl372205 Un rimorchiatore rimesso a nuovo

Ancora sulla Cisterna della Parata

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di Francesco De Luca

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Questa Cisterna ha una documentazione storica antichissima. In una Cartina di fine seicento primi settecento, riportata da Enzo Bonifacio nel libro Pontio, l’isola di Pilato (pag. 76), è indicata coma la casa di Ponzio Pilato.

Nello squallore dell’isola in quell’epoca forse, e sottolineo forse, apparve a chi la visitò una costruzione romana, per ampiezza, come la dimora di un uomo importante.

Le isole ponziane allora erano conosciute e praticate da pescatori napoletani e gaetani, spesso in lite fra loro. Vi capitava qualche vascello che si riparava nella burrasca, qualche corsaro o pirata vi si appoggiava prima di portare danni ai luoghi della costa. Insomma il fatto di mancare di una popolazione stabile faceva sì che gli uomini come le coste e il territorio, venissero rese oggetto di avventure fantasiose, di realtà immaginarie. E questo accadeva sovente presso le Cancellerie degli Stati che ne pretendevano il possesso. La Curia vaticana, il reame di Napoli, il signore di Gaeta, i Farnese di Parma e Piacenza.

La grandiosità degli spazi, le potenti colonne, la fermezza degli intonaci con cui tutto il complesso superava lo scorrere del tempo fecero immaginare che fosse la magione di un grande signore.

L’unico di cui si parlava nelle false storie in circolazione era quel tale Ponzio Pilato. Il quale, prima di divenire Governatore della Galilea, acquistò fama nel difendere la Romanità contro gli isolani in rivolta. Niente di più falso !

Ponzio Pilato ! Con tutto il retaggio di improperi che l’esegesi cristiana gli vomitò addosso per aver lasciato ai Giudei il giudizio sulla vita e la morte di Gesù Cristo.

Verrebbe da chiosare: Anatema! Dannato lui e dannato tutto ciò che a lui fu vicino. Pure la casa. Quale? Quella che sta in via Parata, occultata dalla collina che la sovrasta e da case che ne impediscono l’accesso.

Ma questo è accaduto da poco, perché da bambini, e dunque nel dopoguerra, ci si andava ed era indicato come ‘u rifugio. Segno che durante le guerre dovette essere utilizzato come rifugio antiaereo.

E’ anche oggetto di racconti faceti. Come quello che un ubriaco, passando da quelle parti, non attento a dove mettesse i piedi, vi cadde dentro. Sì perché c’è, al di sopra, una grossa apertura, funzionante coi Romani come presa d’aria.

Lo trovarono il giorno dopo perché gridava aiuto. Lo portarono dal dott. Sandolo, nell’ambulatorio lì vicino.
– Ch’he fatto?
– Niente, dutto’, me so’
perzo ’a via d’a casa.
– Certo … chi sa quantu vino tenive ’ncuorpe!
– No… dutto’sulo ’u necessario pe’ nun senti’ ’a botta. Aggio durmuto tutt’ a notte!

Dentro appariva come un deposito di materiale edile di scarto. Con l’edificazione selvaggia degli anni ’70 e ’80, probabilmente questo stato si è aggravato. E, ancor più grave, è l’aver chiuso gli ingressi. Non ho competenza per dire se abusivamente o no.

Quel che si può dire è che l’impegno dell’ Amministrazione di ridare all’uso della comunità ponzese quel complesso sarebbe veramente meritorio.

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