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Epicrisi 153. Il senso profondo dei rapporti umani

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di Rosanna Conte

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“Se c’è relazione, si può sostenere qualsiasi conflitto”.

Questa affermazione, centrale nel pensiero di Lucia Mastrodomenico, rimane persistente nella mia mente mentre scorro le pagine dell’ultima settimana di Ponzaracconta.
Lucia si riferiva alla relazione interpersonale ed al conflitto che nasce dalla diversità fra gli individui; ma, con giusta trasposizione, il modo di relazionarsi caratterizza anche le comunità.

Penso a come si instauravano i rapporti con lo straniero nell’antico mondo mediterraneo, quello cantato da Omero, quello che ha contribuito fortemente alla nascita della civiltà occidentale: l’ospite era sempre sacro, anche se straniero. Era necessario che così fosse, altrimenti si rimaneva incatenati al timore dei viaggi.

I fenici, grandi navigatori, non avevano questo principio ed erano temuti in tutto il Mediterraneo perché razziavano schiavi lungo le coste che toccavano.
Eppure ha prevalso la civiltà greca, quella dell’accoglienza.

Oggi, somigliamo più ai fenici che ai greci di cui ci vantiamo di essere eredi.
E’ quanto messo in evidenza nella sua intervista Antonio De LucaAltre sono le modalità con cui guardiamo a chi è extra-comunitario: non ci interessa chi è, da dove viene, perché ha deciso di partire, perché viene da noi e non ci sono divinità che possano proteggerlo, nemmeno il buon Dio dei cristiani. Si blatera di difesa della nostra identità, del nostro modo di essere ignorando molto della nostra identità attuale.

Abbiamo dimenticato che il popolo italiano ha nelle sue tradizioni e nel suo sangue semi che appartengono a culture diverse- greca, romana, barbarica (dai goti, ai longobardi, agli unni ed ungari)-araba, ebraica, ecc… – che tra loro si sono incontrate / scontrate e che ogni volta che si è parlato di identità popolare legate ad uno spazio geografico abbiamo trovato confini molto labili con rielaborazioni culturali che sfociavano in identità appartenenti a luoghi diversi.

Oggi, poi, imbastarditi come siamo dalle nuove tradizioni consumistiche che affondano le loro basi su relazioni che si quantizzano col denaro, diventa ancora più difficile parlare di definite identità popolari proprio per l’appiattimento mass-mediatico che le va deformando.

E’ per questo che ha molto valore la tradizione ponzese della festa dell’Immacolata che, al di là del sentimento religioso, consente di ritrovare l’identità isolana, anche a chi isolano non lo è più, proprio attraverso la relazione.

Voluta dal parroco Dies, come dice Franco De Luca, per creare relazione fra i giovani maschi e la pratica religiosa, é oggi diventata un potente collante fra i giovani di allora e le generazioni successive.
Sono molti a tornare sull’isola proprio per questa serenata. Ci si rivede, si canta insieme, si percepiscono sensazioni, si provano sentimenti, tutta malta che rinsalda i legami di appartenenza.

Non è semplice saper tessere relazioni, una pratica che nasce dal riconoscimento e rispetto dell’altro, dalla disponibilità ad ascoltare e comprendere le ragioni altrui, ma è l’unica strada che porta a risolvere qualsiasi diversità di opinione, il conflitto.
Quando le decisioni sono prese a prescindere dalle ragioni degli altri, nella condizione che Franco De Luca chiama di precarietà, la pratica della relazione salta e i conflitti persistono.

Non è questa la modalità operativa che deve appartenere alla politica.
Chi amministra deve saper ascoltare prima ancora di spiegare le proprie ragioni.

La letteratura presente questa settimana sul nostro sito ci trasporta in un mondo dove le relazioni sembrano aspirazioni lontane dalla realtà, invece, se leggiamo bene, sono la ricerca nel concreto del delicato tessuto che costituisce l’animo umano per appropriarsene, per esserci.

Ecco, l’autenticità, essere se stessi sempre ed essere nelle cose che facciamo con tutti noi stessi. E’ questa l’isola che Tea Ranno cerca fra i cunti di Simone Perotti Portami per mare, aiutami a trovare l’isola mia, quella che mi sta aspettando, quella che ho il dovere morale di trovare perché, trovandola, avrò ritrovato quel pezzo di me che mi farà più prossima alla felicità
Ma per questo la ragione da sola non basta: ci vogliono i sentimenti, le ragioni del cuore.

Wlodek Goldkorn ha colto bene l’importanza del cuore nel trasmettere valori e nel chiarire che per combattere il fascismo risorgente non è sufficiente la ragione. Certo conoscere è meglio che ignorare (e penso al fascista di Casa Pound che, giovedì, a Piazzapulita ha negato lo sterminio nazista degli ebrei), ma sapere dov’è il bene e dove è il male non aiuta a scegliere il bene. Bisogna sentirlo, sperimentando i sentimenti.

Se vogliamo rendere le nostre relazioni fonti di arricchimento reciproco,  strumento di scambio e non di scontro, dobbiamo viverle immettendo in esse i nostri valori e sentimenti. Per fare ciò, dobbiamo, prima di tutto,  essere in grado di leggere in noi stessi.

Per riuscirci potremmo provare a guardare da una certa distanza il bailamme in cui viviamo per tirarcene fuori.

E’ bellissima la visione dell’Italia che ci ha regalato Paolo Nespoli dallo spazio. E’ un’altra Italia, non quella della Lega, di Casa Pound e di altri, che pensano di esserne gli esclusivi proprietari, come se il nazionalismo non avesse fatto già tanti danni nei due secoli appena trascorsi.

Sarà sufficiente  riuscire a ritrovare l’autenticità dei nostri sentimenti per essere disponibili a relazioni risolutrici di conflitti?

Il problema sono i veri sentimenti che albergano in noi.

Se l’interesse personale prevale su tutto, possiamo veramente pensare alla possibilità di conseguire il benessere collettivo? Quanti valori sono realmente presenti nelle corde dei nostri sentimenti e non sono, invece, solo declamazioni di facciata per mostrare un grado di civiltà che in realtà non ci appartiene? Magari conserviamo, nascosti nel nostro animo, gli stessi sentimenti di Giggino, che è lo specchio di un certo modo di vedere la vita e i rapporti.
Forse per questo ancora oggi parliamo in termini problematici del recupero della Cisterna della Parata, come delle altre cisterne e delle necropoli. O anche, girando sui social locali ci imbattiamo in proditorie accuse e aride polemiche propagandistiche che acuiscono i conflitti invece di predisporne la soluzione.

Probabilmente dovremmo arricchirci di sentimenti inclusivi e, imitando Teseo – sicuramente pochi di noi lo conoscevano come antesignano dell’immersione subacquea – cogliere l’occasione della sfida di Minosse e trasformare una difficoltà in opportunità. Conoscere gli abissi marini o metaforicamente penetrare nel profondo dei sentimenti umani, conoscerli più da vicino e aprirci a quelli più condivisibili. Come? A differenza delle sensazioni che si conoscono naturalmente, i sentimenti si apprendono e la loro qualità dipende dall’ambiente, dalla cultura, dalle esperienze che la vita ci offre.

Dove potremmo trovarne tanti, anche quelli inclusivi, e sperimentarli?
Tea Ranno ci mostra una strada: la Letteratura, quella con la elle maiuscola. Lì troviamo la grande varietà e ricchezza degli umori che irrigano il cuore umano e quando c’è corrispondenza fra le esigenze interiori e intellettuali di un lettore ed una creazione letteraria scatta veramente l’innamoramento che, come per magia, consente di provare corrispondenza di amorosi sensi e gli stessi sentimenti e di renderli propri.

Forse possiamo farcela… Non disperiamo!

 

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