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È vero! C’è anche l’Adriatico

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segnalato dalla Redazione

 

“L’Atlantico e il Pacifico sono i mari delle distanze,
il Mediterraneo è il mare della vicinanza,
l’Adriatico è il mare dell’intimità…”

[Predrag Matvejevic]

 

È vero che parliamo tanto del Mediterraneo… ma sempre del Tirreno, raramente dell’Adriatico e quasi mai dello Ionio. Eppure ci sono anch’essi.
Ce lo ricorda una Mostra che si è aperta a Trieste – Nel mare dell’intimità. L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico – a cura di Rita Auriemma, da domani 17 dicembre al primo maggio 2018, al Salone degli Incanti; promossa e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia insieme al Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura. Ne parlano due interessanti articoli su la Repubblica di oggi, rispettivamente a firma di Dario Pappalardo e Maurizio Bettini.
Sono entrambi presenti nel file .pdf in fondo alla pagina; il secondo di essi è riportato qui di seguito.

Il mito
L’avventura sottomarina dell’eroe Teseo
di Maurizio Bettini

I Greci raccontavano che, ogni anno, una nave conduceva a Creta i ragazzi che sarebbero stati dati in pasto al Minotauro.
Un tributo di sangue umano che il crudele Minosse, re dell’isola, aveva imposto agli ateniesi, responsabili della morte di suo figlio.

Accadde però che una volta Teseo, il giovane eroe, si fosse imbarcato anche lui su quella nave, deciso a mettere fine all’iniquo sacrificio.
Durante la traversata Minosse, che si trovava anche lui a bordo, sfidò Teseo a una specie di gara di paternità. Minosse era figlio di Zeus e Teseo si vantava, a sua volta, di essere figlio di Poseidone. Il re sfidò dunque l’eroe a scendere negli abissi, per dimostrare a tutti di avere per padre il dio del mare. Il re gettò anzi in acqua un anello, perché l’eroe si tuffasse e lo ripescasse.

Teseo accettò la sfida, si lanciò nei flutti e ne raggiunse il fondo. La discesa fu meravigliosa. Laggiù, infatti, Teseo incontrò alcuni delfini, così raccontava il poeta Bacchilide, che subito lo condussero nella splendida reggia sottomarina della dea Anfitrite. Oltre che dalla dea Teseo venne accolto dalle Oceanine, le ninfe delle acque. E dopo aver brevemente soggiornato sul fondo degli abissi, e aver veduto ciò che nessun mortale avrebbe mai né visto né potuto vedere, l’eroe risalì alla superficie portando con sé non solo l’anello che Minosse aveva gettato in acqua, ma anche una sorta di magico peplo, come prova della sua discesa.

Con questa avventura sottomarina Teseo ci si presenta come il primo eroe mitologico, a noi noto, che abbia esplorato il fondo del mare e ne abbia descritto le meraviglie, normalmente sconosciute e inattingibili per gli uomini.
In questo senso Teseo è una sorta di prototipo del sommozzatore o del palombaro, quello che i Greci chiamavano “kolumbetés”: ossia colui che fa come il “kólumbos”, lo smergo, un uccello marino particolarmente abile nell’arte del tuffarsi e del nuotare sott’acqua.

Non ho mai praticato l’archeologia subacquea.
A meno di non pensare a quella volta in cui, pescando ricci nel mare di Livorno, vidi sul fondo un collo d’anfora, non più lungo di quindici centimetri, debitamente ricoperto delle conchiglie e del calcare che i secoli vi avevano disteso.
Un frammento di coccio che non valeva nulla, eppure lo portai religiosamente in superficie.
Sia come sia, dopo quella volta ho cominciato a pensare che gli archeologi subacquei, quelli veri, quando fanno una delle loro scoperte debbono provare una sensazione simile a quella che provò Teseo quando si trovò di fronte alla reggia subacquea di Anfitrite: o quando riportò in superficie il meraviglioso peplo che gli avevano donato le Oceanine.
Naturalmente sono ben consapevole del fatto che, in realtà, il lavoro di chi si dedica a questa rara e difficile branca dell’archeologia non ha nulla di mitologico – e che anzi essa richiede fatica, grande preparazione, studio.
Con tutto ciò immagino che praticare questo genere di ricerche costituisca un’esperienza straordinaria.

Trovarsi di fronte a relitti di navi cariche di anfore, a resti di città inghiottite dal bradisismo, se non, com’è capitato, a opere d’arte di cui, a dispetto del modo in cui il mare le ha conciate, già si può intuire lo straordinario valore, deve provocare un’emozione straordinaria.
Quella di chi ha la sorte di vedere il passato, il passato della nostra cultura, non sepolto da strati di scorie, terra o detriti, da cui liberarlo con fatica, ma direttamente, in piena trasparenza: come attraverso uno specchio magico.

Da la Repubblica del 16 dic. 2017; pag. 41

I due articoli in file .pdfPagg. 40-41 da la Repubblica del 16 dic. 2017

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