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Il mio 8 dicembre: tanti ricordi e poca devozione

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di Domenico Musco

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Sono passati già 40 anni dalle mie prime camminate mattutine della festa della Madonna e quest’anno ci ho riprovato, anche se con un leggero dolore al ginocchio, e non ho potuto evitare di fare delle riflessioni da condividere con il grande archivio di Ponzaracconta.

Sono arrivato in chiesa e c’era una folla enorme di persone, la maggioranza purtroppo con capelli bianchi, qualche donna, alcuni bambini, sindaco, ex sindaco, medici e tanti altri, tutti in veste di cantanti per svegliare il paese con canti dedicati alla Madonna.
Idea geniale, quella del parroco Dies per far avvicinare gli uomini alla chiesa!


Chiesa piena e quest’anno anche vivacizzata da strumenti popolari come zampogne e organetti.
Mi ricordo che in passato sul piazzale della chiesa ci contavamo se eravamo aumentati rispetto all’anno precedente, e i commenti erano:
– Luiggi addo’ sta..? Vittorio ’u ’uiccànn’..! Franco sta llà… Antonio nunn’é venute? …chill’ nun se sarrà scetate… e via discorrendo…
Poi al grido – Viva la Madonna! – si partiva con i canti.

Rigorosamente solo uomini alla processione: sembravamo molto fermi su questa posizione tranne la maestra Rita che, anche se un po’ a disparte, non lasciava mai il marito, il maestro Giannino.

Anni fa venne anche per diverse volte don Raimondo, un sacerdote con la fisarmonica ad accompagnarci nei canti.
La prima fermata era dal dottor Sandolo, sopra la Parata, che era anche la prima casa con la luce accesa… Poi si proseguiva per corso Umberto, si passava sotto l’EEA stando attenti a non cadere di sotto perché la strada non c’era, era crollata tempo prima; si proseguiva verso il canalone, ora strada con ringhiera comoda e abbastanza larga anche da passarci con le macchine.
Durante il fascismo c’era un muro largo mezzo metro a fianco del fossato del canalone; se si incontrava qualcuno della milizia che veniva dalla parte opposta, a un paio di metri di distanza, siccome in due non si passava, il ponzese era costretto a scendere nel canalone in mezzo al fango per cedere il passaggio al militare.
Quell’antico canalone è stato costruito in epoca borbonica per far sì che tutta l’acqua che veniva dal bacino degli Scotti e della Guardia si convogliasse nel tunnel di Chiaia di Luna e non arrivasse in piazza e al Porto allagando tutto.
Un tempo la maggior parte delle case accendevano le luci al passaggio del corteo e le persone si affacciavano dalle finestre e dai balconi in segno di rispetto per questa preghiera mattutina.
Ora in tutto il percorso poche sono state le abitazioni che hanno accese le luci… molte delle case sono disabitate d’inverno; sembra un paese fantasma. Ancora non si riesce a trovare una soluzione per far finire questo spopolamento dell’isola.

Qualcuno dei più devoti a questa tradizione, oggi non presente, mi ha detto che non ci viene più perché c’è ormai troppa gente… Certo è proprio difficile trovare una cosa che va bene a tutti..!

C’erano dei punti durante il percorso dove i cani si fermavano a fare i loro bisogni e tra i canti si sentiva una voce che dava l’allarme (non c’erano telefonini con la torcia incorporata); allora il gruppo si apriva per non calpestare e poi si richiudeva , succedeva spesso e qualcuno purtroppo la calpestava…

Nel vedere il gruppo ho notato con piacere miei ex alunni, che portai io per la prima volta a cantare per strada e che continuano ancora. È un bel segno che le cose, se sono belle e fatte bene, vanno sempre avanti .

Certo rivivere un po’ la vera storia della nostra comunità in queste tradizioni mette un po’ di nostalgia rispetto a una situazione attuale dove i bisogni sono tutt’altro che condivisi… Ma adesso basta rimuginare… è ora che canto e partecipo, che questo è il vero motivo per cui mi sono alzato…

 

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