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I femmeniell’ alla ribalta

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segnalato dalla Redazione

 

Tra il reportage antropologico, la cultura popolare e l’affetto della gente comune continuiamo ad interessarci dei femmeniell’.
Un fenomeno presente in ogni tempo e in tutte le culture.

Sul sito ne hanno scritto Sandro Russo e Rosanna Conte qualche anno fa. Leggi qui:
Per la candelora. ‘A prucessione d’i femmeniell’ a Montevergine
e qui:
La dea Februa, la Candelora e Montevergine

“O’ femminiello ha fatto parte del tessuto sociale dei quartieri più popolari di Napoli. Amato e benvoluto dal quartiere è considerato depositario della buona sorte, al punto che tradizionalmente gli si metteva in braccio un nascituro, gli si affidavano i propri figli, ed era una figura importante nelle tombolate di Natale. La figura del femminiello è importante non solo nell’ambito sociale, ma anche in quello religioso, avendo una speciale predilezione per “Mamma Schiavona”, la Madonna Nera di Montevergine, verso la quale ogni 2 febbraio fanno la juta (l’uscita), un pellegrinaggio verso il santuario a Montevergine dove partecipano al rito della Candelora. Secondo la leggenda, questa Madonna nel 1256 salvò due femminielli che stavano morendo di freddo. Nell’area del Santuario, in epoca precristiana, sorgeva un tempio dedicato alla dea Cibele, le cui cerimonie sacre erano professate da sacerdoti evirati.
Tra i riti celebrati dai femminielli, famosi sono quelli dello “Spusalizio mascolino”, la “Covata dei femminielli” e la “Figliata dei femminielli”. Nel primo, due femminielli erano uniti a nozze in forma privata, poi i novelli consorti si ritiravano in camera dove consumavano il matrimonio. La “Covata”, nell’area napoletana era un antichissimo rito di natura magica per cui, mentre la donna partorisce, il marito mima a sua volta il parto, imitando le doglie con pianti e grida, e ricevendo per questo tutte le attenzioni normalmente riservate alla partoriente. Col tempo il femminiello sostituisce il marito e, con la sua presunta carica di positività, è di buon auspicio alla neo mamma e al neonato. Nella “Figliata” un femminiello simula un parto, con tanto di doglie (una bellissima descrizione del rito si trova nel romanzo La pelle di Curzio Malaparte)”.

Corrispettivi dei femminielli napoletani sono gli Hijra indiani e le Fa’afafine polinesiane.
Nella cultura del subcontinente indiano, gli Hijra in genere non sono considerate né uomini né donne. Nella maggior parte dei casi si tratta di individui biologicamente maschi oppure sono ermafroditi o eunuchi. Malgrado l’atteggiamento di disconoscimento attuato della moderna India, nei paesini più arretrati ancora oggi sono chiamati a svolgere la loro funzione rituale di presenziare a un parto o di cantare e danzare in una casa dove è nato un maschio. Come i femminielli, gli Hijra sono considerati dalla cultura popolare portatori di salute, fertilità e prosperità per il neonato. Oggi molti di loro conservano il sesso maschile, limitandosi a vestirsi e comportarsi da donne, ma un tempo era diffusa la pratica di evirarsi davanti a una immagine della dea Bahachura Mata [Per una più completa trattazione cfr.: “Sessi, generi e sessualità“, di Renzo Paternoster].

Nei due libri di Arundhati Roy, sia nel più conosciuto “Il Dio delle piccole cose” (1997) che nel recente “Il Ministero della suprema felicità” (2017) sono presenti tra i personaggi degli hijra.


Riprendiamo il tema riportando un articolo e un video ripresi da la Repubblica on-line del 30 novembre scorso

I femminielli, tra passato millenario e futuro necessario
A Napoli sono un’istituzione antica, una parte della comunità. E lo testimonia una festa di nozze a Pagani cui partecipa tutto il vicinato
di Marino Niola

Dio ha creato l’uomo, la donna e l’alternativa. Cioè i femminielli, come li chiamano a Napoli, dove sono un’istituzione antica. Il primo a descriverli è lo scrittore e scienziato cinquecentesco Giambattista Della Porta, che parla di maschi vestiti da donna, che passano la giornata a fare lavori e discorsi da donne. Più femmine delle stesse femmine.
Niente a che spartire con l’immagine comune di viados, trans e altri tipi della galassia LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali).

I femminielli sono figure familiari e fanno parte da sempre del tradizionale paesaggio umano della metropoli partenopea. Al punto che nel Regno di Napoli l’omosessualità non è mai stata punita. Autori come Abele De Blasio nel 1897 parlano di “spusarizio masculino” (matrimonio tra due uomini). Casomai hanno qualcosa dei travestiti sacri del mondo pagano. La cui ambiguità sessuale era un aspetto della completezza divina, che racchiude i due sessi in uno stesso corpo. E Napoli era una delle loro capitali.

Si vestivano da donna con sete gialle, arancione, rosa e altri colori sgargianti. Si truccavano pesantemente gli occhi, si adornavano con gioielli vistosissimi e attraversavano in corteo le città suscitando un misto di curiosità, di divertimento e di scandalo. Ecco perché ancora oggi i loro riti appartengono in tutto e per tutto alla comunità, senza nessuna distinzione tra omo ed etero. Come questa festa di nozze, celebrata a Pagani, con la partecipazione dell’intero vicinato.

È un modo per accettare ed accettarsi per quel che si è. È anche un gioco sociale per ridere della serietà delle convenzioni e di istituzioni come il matrimonio. Ma al tempo stesso per riaffermarne l’importanza. E per dire che anche a loro piacerebbe sposarsi e metter su famiglia. E persino avere dei bambini. Così la rivendicazione dei nuovi diritti accosta due lembi lontani della storia. Un passato millenario e un futuro necessario.

Napoli, le nozze “senza senso” dei femminielli: “Nonostante tutto siamo ancora qui”.

Guarda qui il breve filmato da video.repubblica.it. Video di Pasquale Quaranta; riprese di Maurizio Tafuro; montaggio di Luca Mariani

“È la prima volta che ad Ercolano si organizza la serenata dei ‘femminielli’ per la futura sposa”, spiega Bruno Buoninconti, che si definisce “a metà strada tra l’essere gay e l’essere transessuale”.
Lo sposalizio si è svolto invece a Pagani (Salerno), con una cerimonia tratta dal matrimonio della Zeza, moglie di Pulcinella nella commedia dell’arte. “La bellezza di questa messa in scena è che non ha senso – spiega Ciro “Ciretta” Cascina – C’è un femminile che non è femmina, un virile che non è virile: esiste un elemento di gioco, un modo di ridere sulla serietà delle convenzioni”.

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