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Le ragioni di chi va e di chi non va a votare

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proposto da Sandro Russo

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Torniamo sul tema dell’astensionismo, come promesso, e sul terreno preparato dall’articolo di Vincenzo Ambrosino (leggi qui).

In generale l’astensione viene divisa in “passiva” e “attiva”: quelli del primo gruppo non votano perché non gliene importa niente; i secondi non votano perché non si sentono di condividere nessuna delle opzioni proposte. Nel primo caso è menefreghismo colpevole, nel secondo è vero dolore.

Un esempio recentissimo, emblematico del secondo caso, si è avuto alle elezioni municipali di Ostia: domenica scorsa al ballottaggio M5S (Giuliana Di Pillo) – centrodestra (Monica Picca) per la presidenza del Municipio X di Roma.
Ha vinto la Di Pillo, ma il vero vincitore – hanno titolato i giornali – è stato l’astensionismo. L’affluenza è stata tra le più basse mai registrate: si è recato alle urne poco più di un elettore su tre, il 36,1% dei votanti ((67.027 cittadini su 185.661).
Dal momento che il candidato della sinistra era stato fatto fuori al primo turno, come/chi avrebbe potuto votare il popolo che generalmente di riconosce nell’area democratico-progressista di sinistra?


Una tipica vignetta di Vauro – Vauro Senesi, classe 1955, ha partecipato a numerose iniziative editoriali tra cui Il Male, Il Manifesto, Cuore; è stato direttore del settimanale Boxer, supplemento satirico de Il Manifesto


QUELLI CHE SONO CONTRO L’ASTENSIONISMO

Parlando di Cuore, non potevano mancare qui delle citazioni di Michele Serra che di quel settimanale è stato Direttore tra il l’89 e il ’91.
Convinto anti-astensionista, Serra!
Questa una sua “Amaca” recente sul tema:

L’amaca del 13 ottobre 2017
Con largo anticipo rispetto ad altre vigilie, si comincia già adesso a chiedersi per chi diavolo si potrà votare senza poi perdere il sonno per il rimorso. In genere questo presagio (sbagliare voto; oppure sprecarlo) cominciava a manifestarsi a poche settimane dalle elezioni. Ora è già vivo, precocissimo, mesi prima della fatidica domenica, grazie al gramo spettacolo parlamentare e allo sgangherato contrappunto che ne fa la piazza di fronte.
E chi rifugge dall’astensionismo come da una malattia si domanda come diavolo fare, questa volta, per non ammalarsi, per non disertare un’occasione che fu per tanti, in gioventù, festosa e doverosa al tempo stesso.
Votare sotto ipnosi? Sotto narcosi? Su suggerimento dello psicoterapeuta, che ben conosce i danni prodotti dalla rinuncia alla responsabilità? Votare sotto dettatura, chiedendo dove mettere la croce a un consigliere autorevole, come facevano le vecchine democristiane sollecitate dal parroco? Votare con la macchina del tempo, fingendo che esista ancora la meccanica (celeste) che legava ogni elettore al suo Partito? Votare per pietà, per soccorrevole disposizione nei confronti degli ultimi, che in questa fase storica sono certamente i partiti che annaspano a bordo della legislatura come i naufraghi del Medusa?

[Michele Serra da: “la Repubblica”]

…E tornando più indietro nel tempo…

L’amaca del 30 ottobre 2012
La maggioranza dei siciliani non è andata a votare, ma sarà ugualmente governata. Da un governo di altri, eletto da altri. Se il proposito di chi non vota è tirare una bordata alla politica, depotenziarla, dequalificarla, il risultato è (sempre) l’esatto contrario: nei suoi nuovi confini, più ristretti, la politica può ugualmente sommare i voti che le restano dentro il cerchio magico del cento per cento. Chi è andato a votare, per quanto minoranza, pesa come una totalità. E chi non ha votato, per quanto maggioranza assoluta, pesa meno della più insignificante delle listerelle del nostro comicissimo paese (per fare solo tre nomi Popolo dei Forconi, Piazza Pulita e Sturzo Presidente). Di peggio, nel bilancio di chi non vota, si può aggiungere questo: che grazie all’astensione di massa, per vincere e per governare bastano meno voti, sempre meno voti. Lo stesso numero di voti che non erano sufficienti, pochi anni fa, per arrivare secondi o terzi, oggi bastano per vincere. Ovviamente chi non va a votare ha le sue rispettabili ragioni, e il diritto di non farlo. Ma perde il diritto di lamentarsi per quanto accadrà, e acquisisce il dovere di tacere e subire, perché ha taciuto e subito nel giorno delle elezioni.

[Michele Serra da: “la Repubblica”]

QUELLI CHE SONO A FAVORE DELL’ASTENSIONISMO

Simone Perotti del 31 ottobre 2012 (in risposta a Serra 2012)

Nella sua “Amaca” di ieri su Repubblica – [si riferisce alla seconda delle due riportate qui sopra – NdR] -, Michele Serra, che stimo moltissimo, riepiloga le ragioni per cui l’astensione di massa alle elezioni siciliane sarebbe stata un grave errore. “La Sicilia verrà comunque governata da un governo di altri”. “Chi non ha votato, per quanto maggioranza assoluta, pesa come la più insignificante delle listarelle”. “Grazie all’astensione servono meno voti per governare”. E conclude dicendo che chi non vota perde “il diritto a lamentarsi”.

Non sono d’accordo con lui.

In questo Paese abbiamo sempre votato “per il meno peggio”, per poi lamentarci. La lamentela è lo sport più praticato d’Italia, ben più del calcio e del pranzo domenicale dalla mamma. Questo sì che, pur essendo stato per decenni un comportamento maggioritario, è valso a ben poco. Siamo qui, oggi, in questo disastro politico e morale, in questa Sodoma istituzionale e culturale, soprattutto perché ci siamo sempre “turati il naso votando Dc” (prescindendo dalla Democrazia Cristiana o da altre scelte di voto, solo per citare il noto slogan anni Settanta). Se il voto è una cosa importante, be’, allora votare così l’ha svilito, umiliato, e ha prodotto danni gravissimi. Quelli che abbiamo tutti sotto gli occhi.
(…)
Chi non ha voglia di votare, chi dichiara di volersi astenere alle prossime lezioni politiche, ha tutte le ragioni per farlo, e la sua scelta ha valore tanto quanto il voto, forse di più. In questa Italia massacrata occorrono discontinuità radicali, importanti, emblematiche. Occorre che sia chiaro che la delega a questo sistema di pensiero politico, di proposta elettorale, di pratica di governo, viene tolta per manifesta incapacità e fraudolenza dei partiti. Sostenere, come qualcuno fa, che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio è sempre più difficile, ormai direi impossibile.

La Lega del “Roma ladrona” era governata da una consorteria famigliare di cui la giustizia si è dovuta occupare (…). Da Lusi a Batman appare chiaro che senza l’intervento della magistratura nessuno dei partiti, dove tutti sapevano e sanno, avrebbe interrotto il sistema di ruberie, sprechi, distrazioni di denaro pubblico. E chissà quante altre cose sanno, senza che le sappiamo noi, non ancora.
Le Regioni che non hanno pendenze con la giustizia quanto a denaro sprecato o rubato, viene da pensare che siano solo quelle non ancora visitate dalla Guardia di finanza. Per le altre il verminaio è infestante, generalizzato, trasversale (…) .

E la proposta politica, poi… I partiti si dividono tra apparati posticci e del tutto slegati dal Paese, in mano a un uomo soltanto, come nel caso del Pdl, a coacervi ormai indistinti e senza identità come il Pd, di sinistra ma così filo-capitalista, che ancora non sa dirci cosa pensi… (…).(…) Renzi (…) Vendola (…)
(…) nessuno percepisce in alcun modo il bisogno di fermare il principio egemone della sola crescita economica, o l’urgenza di uscire da una cultura consumista, che devasta le nostre vite, l’ambiente, il territorio.
Ognuno di loro, per quasi tutto l’arco costituzionale, si è alternato al governo dimostrando di non credere nella scuola, nella formazione, nell’istruzione, nell’università, nella ricerca scientifica, nell’ambiente, e in tutto ciò che serve per rendere la nostra vita migliore, più umana, meno schiava del lavoro, del denaro, dell’ignoranza televisiva, della pubblicità, del petrolio.

Le speranze sembrano tutte e soltanto riferite a Beppe Grillo, movimento di cittadini come già la Lega, nato sull’onda dell’esasperazione, che poi, per organizzarsi, viene il timore che dovrà anche lui far ricorso a oligarchie che non riesco a comprendere, pericolose tanto quanto l’apparente democrazia dei partiti. L’ispirazione che guida il cittadino Grillo è quella del far contare la gente, farla decidere direttamente, magari con un click sul mouse. Ma è proprio questa gente, questi italiani (noi!) che non sanno cosa fare, che hanno bisogno di aiuto, che hanno votato Berlusconi per vent’anni, che sono del tutto inadatti a votare direttamente su materie complicatissime, che chiedono a gran voce una nuova frontiera, una nuova speranza, nuovi principi, nuovi ideali, nuove coscienze e culture di governo! Chiedereste mai a chi per tutti questi anni è corso dietro a consumi smodati e politici corrotti, di governare un Paese in punta di mouse? Io no.

Siamo arrivati fin qui, fino a questo disastro di idee e pratiche, votando. Votando sempre male, seguendo questa follia politica, in cui nessuno è diverso, nessuno è alieno a un sistema di potere del tutto slegato da principi nuovi e da una cultura originale, contro, a favore di altro, capace di evolvere. Una politica disastrosa, anche quando non era corrotta, che sperperava i denari che poi ci chiedeva di guadagnare sudando sangue. La politica che arriva fino ad oggi è quella che ha preso atto (di molti mali d’Italia -NdR) solo “dopo” la magistratura. Tardi.

Forse l’unico modo per interrompere tutto questo è proprio mettere davvero in minoranza il sistema politico nel suo complesso. Forse serve un urlo corale: “Io non ti voto più!”. Forse il vero partito, l’unico che merita rispetto, non fosse altro per la coerenza con il proprio dissenso verso l’attuale condizione del Paese, è quello di chi si indigna e smette di svilire il voto così, o di farsi correo di quel che capita e capiterà. Forse l’unico messaggio che non abbiamo ancora dato è disertare le elezioni in massa, il 70% dei cittadini che dice: “non ti voto perché non ti riconosco. Non ti accetto. Non mi rappresenti. Io non sono come te!”, costringendo il presidente della Repubblica a prendere atto del fallimento politico, della necessità di lasciare spazio ad una nuova generazione, con altri pensieri, con altre regole.

Vorremmo non doverci vergognare ancora, e questo è un diritto. Questo pensiero però non si chiama anti-politica, si chiama dignità. La stessa dignità che viene compromessa votando per poi lamentarsi.

Dal “Blog” di Simone Perotti su “Il Fatto Quotidiano”
[in fondo all’articolo, il relativo file .pdf completo]

QUELLI CHE… “NON È MICA FACILE NON ANDARE A VOTARE”

Qui da YouTube Il monologo Il voto di Giorgio Gaber (Gaber-Luporini 1999/2000)

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Gaber (1939-2003) un monologo del 2000, eppure ancora tanto attuale. Anche i nomi… molti sono sono gli stessi, di 17 anni fa, tranne qualcuno che è caduto dal tavolo!
Dove in finale il Signor G. dice: “No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti”.

C’è un senso in queste tre testimonianze sul voto che ho messe in sequenza?
Sono tre posizioni etiche degne di rispetto (esclusi “perditempo” – si scrive sui giornali di annunci economici – esclusi menefreghisti, ignoranti e superficiali); emblematiche e come tali le ho registrate.

Io non mi astengo!
A quelli che si astengono perché sentono di non contare niente nel momento che esprimono un diritto, chiedo perché dovrebbero contare di più se non lo esprimono; anche se sono in tanti.

Nella posizione di Serra mi ritrovo totalmente; anche nell’angoscia di non avere, al momento, alternative positive.

Le asserzioni di Simone Perotti, libertarie, alternative, vagamente hippie, mi fanno tenerezza e rimpianto. Come ma è possibile, se nel furore iconoclasta demolisce tutto e tutti, che tra le macerie rimanga un Presidente della Repubblica benedicente che “lasci spazio ad una nuova generazione, con altri pensieri, con altre regole”? Non è possibile distruggere tutto senza una rivoluzione o una guerra, e quelle che abbiamo visto non ci sono piaciute per niente!

Ancora Gaber… l’amarezza per un presente che non ci piace. Non ci piace la piega che ha preso il mondo, l’Italia, la vita intorno a noi. Non è questo il mondo che sognavamo a venti-trent’anni.
Ma siamo in tanti a pensarla così. Sotterranei, quasi cospiratori di un movimento per un tempo migliore. Forse la troveremo, una bandiera sotto cui unirci di nuovo!

 

File .pdf dell’articolo di Perotti: Simone Perotti 2012. Su ‘Il Fatto Quotidiano

 

Aggiornamento del 25 novembre
File .pdf dell’articolo del costituzionalista: Gustavo Zagrebelsky. Il vestito buono della politica (da: la Repubblica del 23 novembre 2017) citato nel commento di Enzo Di Fazio

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3 commenti per Le ragioni di chi va e di chi non va a votare

  • Caro Sandro, ti ringrazio di avermi fatto conoscere il pensiero di Simone Perotti, amico del mio amico Antonio de Luca. Io condivido tutto quello che ha scritto Perotti, anzi ho le stesse idee e gli stessi giudizi. Lui forse non ha allargato il suo discorso che i sistemi di voto per cui di governo i sistemi di potere dei singoli stati sono studiati per esser funzionali all’economia liberista, per cui sottoposti a commissioni e sotto-commissioni sovranazionali.

    Condivido anche il passaggio sui Cinque Stelle, l’unica novità in campo politico. Almeno questa gente ha dimostrato di rinunciare a benefici e metterli a disposizione (STIPENDI RINVESTITI IN ATTIVITA’ PER I GIOVANI) e mettersi a disposizione (SOLO DUE MANDATI). Per quanto riguarda la partecipazione dei cittadini al governo, non ci credo perché l’eletto diventa interprete di idee e di azioni e se in maggioranza ha il potere di metterle in pratica, difficile da controllare e da gestire dal cittadino. Ma l’idea che il candidato debba essere il fido esecutore di un programma stabilito con gli attivisti mi sembra necessario, le iniziative nuove devono essere ridiscusse e votate dalla base.

    Mi è piaciuta LA SINTESI FINALE: “Forse l’unico modo per interrompere tutto questo è proprio mettere davvero in minoranza il sistema politico nel suo complesso. Forse serve un urlo corale: “Io non ti voto più!”. Forse il vero partito, l’unico che merita rispetto, non fosse altro per la coerenza con il proprio dissenso verso l’attuale condizione del Paese, è quello di chi si indigna e smette di svilire il voto così, o di farsi correo di quel che capita e capiterà. Forse l’unico messaggio che non abbiamo ancora dato è disertare le elezioni in massa, il 70% dei cittadini che dice: “non ti voto perché non ti riconosco. Non ti accetto. Non mi rappresenti. Io non sono come te!”, costringendo il presidente della Repubblica a prendere atto del fallimento politico, della necessità di lasciare spazio ad una nuova generazione, con altri pensieri, con altre regole.”

    Queste idee non sono “vagamente hippy”, sono idee mature di società complesse, multietniche per cui piene di minoranze che comunque hanno il diritto di essere ascoltate e rappresentate. Solo queste idee possono smuovere le coscienze ormai assopite, a patto che si esprimano e le si lascino esprimere.

  • Enzo Di Fazio

    Ognuno di noi ha un’idea di come vorrebbe che andasse il mondo e in tanti ritengono che sia la politica l’unica responsabile di come vanno le cose e della costruzione del futuro di questo nostro malandato paese. Senza mai rivolgere il pensiero al proprio ruolo di cittadino e ai propri comportamenti. Personalmente mi sono sempre ritenuto una persona progressista collocata ideologicamente nell’area della sinistra. E non faccio mistero nel dire che soffro non poco nel vedere una sinistra dilaniata da personalismi, dalla difesa strenua delle posizioni acquisite e dall’incapacità di ritrovare i valori socialisti e farsi interprete dei bisogni dei giovani, dei lavoratori precari, di coloro che attendono risposte sui tanti problemi che dilaniano il paese: dalla corruzione alla inefficienza delle istituzioni, dalla crescita delle disuguaglianze alla fragilità del territorio.

    Cionondimeno sono convinto che non sia l’astensionismo la strada da percorrere per far sentire il proprio dissenso ma che serva piuttosto una maggiore consapevolezza di cosa possa fare ognuno di noi. Se si estremizza l’astensionismo e lo associamo alla disaffezione, alla sfiducia e alla rassegnazione di tutti coloro che non credono più nella politica e nei partiti, uno dei rischi più grossi è che da tale pratica alla fine a beneficiarne di più sarà il potenziale partito dei corrotti e dei corruttori, che rimarranno gli unici ad avere interesse a votare.

    Tale concetto è meglio descritto in uno articolo di Gustavo Zagrebelsky pubblicato l’altro giorno su Repubblica.
    Zagrebelsky dice che “…se “i giri del potere” si stringeranno ancora e l’astensione di coloro che ne sono estranei crescerà, verrà il momento in lui l’elettore che fa uso del diritto di voto sarà sospettato di collusione.

    La disamina del problema da parte di Zagrebelsky è molto lucida ed approfondita. Riporto l’intero articolo in f.to pdf in calce all’articolo di base, a beneficio dei lettori. C’è speranza che le cose cambino? “…I partiti che si candidano alle elezioni, così come sono, sono all’altezza del bisogno? Oppure il tempo per correre ai ripari è passato irrimediabilmente? – si chiede Zagrebelsky – e ancora “… È difficile l’innamoramento di ritorno, ma è ancor più difficile il ritorno alla politica di chi ne è stato prima illuso e poi disgustato.
    Di fronte a questo compito, tanto vasto e urgente quanto essenziale per la democrazia, gli slogan, le promesse, le alchimie, le furbizie elettorali, le incoerenze, le menzogne e le recriminazioni reciproche sono contorcimenti nel vuoto che, se possibile, danno ragioni crescenti al popolo degli astenuti che osserva. C’è nell’aria un desiderio di ricominciamento; c’è un sentimento ambiguo di “piazza pulita”. Può essere il preludio a una catastrofe o a una rigenerazione. Se sarà la prima, gli storici daranno tutta la colpa alle inadeguatezze dei partiti e dei loro dirigenti, all’arroccamento nei posti e sulle posizioni acquisite e all’incapacità di cogliere il momento, comprendendo quando i vecchi tempi sono al tramonto e occorre promuoverne di nuovi.

    Si dice che il nostro tempo è quello del populismo ma i populismi sono i regimi della mobilitazione di massa, mentre il non voto è smobilitazione”.

  • Pasquale Scarpati

    Quando andiamo a far compere di qualsiasi genere, penso che ognuno di noi stia attento (sia pur nell’ambito del prodotto che intende comprare) a ciò che compra e poi alla fine prenda una decisione. Potrebbe anche cambiare totalmente genere se nulla si confà alle sue esigenze. Purtroppo questo, in campo elettorale, importantissimo per tutti, non ci è concesso.
    Le ragioni? Qui ci sarebbe da fare una lunga, lunghissima disamina che spazia dalla storia fino all’arroccamento o paura di alcuni poteri. Questo la gente lo sa, per cui, non sapendo che “pesci pigliare”, qualche volta (o spesso) non va a votare.
    Penso però, come ho già scritto, che il partito dell’astensione non giovi a nessuno, perché non vincolante: se ne parlerà per un po’, poi tutto va nel “dimenticatoio”. Anche se, infatti, andasse a votare una piccola parte della popolazione, i risultati rimarrebbero quelli che sono scaturiti dalle urne: i vincitori hanno vinto, i perdenti hanno perso ed iniziano i “giochi” post elettorali che spesso non hanno nulla a che fare con le promesse, gli apparentamenti, i patti fatti pochi giorni addietro. L’eco, infatti, è svanita. Si pone mano, quindi, alla calcolatrice che deve mostrare soltanto numeri ben visibili: persone fidate. Non andare al voto, quindi, potrebbe fare il “ gioco” di chi “ha interessi” e quindi ha interesse a porre la scheda nell’urna.
    Io “mi arrangio” fruendo di quel poco che rimane della mia libertà.
    Farò come quando decidevo di immergermi, in apnea, senza maschera: inalavo quanta più aria possibile e poi, con le gote gonfie, mi immergevo non sapendo però quanto tempo potevo resistere sott’acqua. Nel fare ciò ero spinto dalla curiosità e dalla voglia di vedere e toccare più da vicino qualcosa che dalla superficie del mare mi aveva attirato. Poi se qualche riccio o qualche spuntone di roccia mi avevano… “fatto fesso”, cercavo, la volta successiva, di stare più attento.
    Però alla fine, facendo piacevolmente mille bolle d’aria, sono risalito sempre a galla.

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