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Ponza: la segreta isola italiana da sogno

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proposto e tradotto da Silverio Lamonica

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Questa volta propongo un reportage di un’agente di viaggio di Toronto (Canada) – Clara Power – la quale ha visitato Ponza nell’agosto del 1997 (lasciò l’isola circa una settimana dopo la morte della Principessa Diana, come riferisce) e successivamente vent’anni dopo: l’ha trovata cambiata? Una cosa è certa: afferma di aver scoperto, anzi “distillato” il vero spirito dell’isola.
Buona lettura    

  

Ponza è l’isola italiana più magnificamente retrò, dove in estate si passa più inosservati, con acque incredibilmente turchesi ed un seducente senso di mistero, dove, com’è noto, i Romani trascorrevano le vacanze, dove Ulisse trovò il sesso, la droga, il vino e finì per restarvi un anno.

di Clara Power – Condé Nast Traveller

Vista da una camera da letto di casa Fontana

Quando ordina gli arredi dalla terraferma italiana per il suo hotel, i negozianti sono spesso increduli nel momento in cui Ilia Stile dà loro l’indirizzo dell’hotel, sull’isola di Ponza; guardano la carta geografica e dicono: Dove? Ponza? Non riesco a distinguerla. Non esiste!

Sedendo nell’atrio dell’Hotel Chiaia di Luna di Stile e guardando l’incredibile baia turchese che si dispiega sotto di noi, sono abbastanza sicura che esista. Ho le gambe doloranti per aver salito, quest’oggi, centinaia di gradini da Cala Fonte, una delle spiaggette che dentellano l’isola. Una donna robusta di nome Ortensia, per un euro, non mi ha forse traghettata su uno scoglio giallo, tempestato di sedie a sdraio, mentre i bagnanti si scatenavano nella frescura del mare sottostante? Il proprietario del bar sulla scogliera, vedendomi arrossata in viso mentre salivo, non mi ha forse offerto gratis, un sorso di finocchietto fatto in casa, un dolce al miele e un Green lizard?

All’interno di una grotta, a Ponza

Ero abbastanza sicura che Ponza esistesse. Eppure gli scettici dell’Italia continentale non hanno tutti i torti: spulciando un atlante, potresti essere scusato nel credere che la macchiolina nel Mar Tirreno, più o meno a metà strada tra Roma e Napoli, sia un errore di stampa, non un luogo vero e proprio. Sparpagliate, come se un dio irritato avesse lanciato nel mare una manciata di sassolini, le sei isole pontine per millenni hanno occupato un posto tra la fantasia e la realtà. Ponza, l’isola più grande dell’arcipelago, è stata presentata da Omero, nell’Odissea, come Eèa, dove Ulisse e i suoi uomini si fermarono in cerca di sesso, droghe e “vino fulvo come il miele”. Quando Ulisse sbarca sull’isola, la bella maga Circe fa uso di pozioni per trasformare la sua ciurma in porci, quindi seduce il loro capo. “Bassa cantò con la sua voce seducente, mentre col telaio intrecciava un brillante tessuto d’ambrosia puro, ben noto alle divinità celesti”. Gli incantesimi dell’isola furono talmente efficaci che i Greci finirono per restarci un anno.


Vista da casa Fontana, a Ponza

Il marchio di Circe, fortemente magico, l’avvertii realmente quando andai a Ponza per la prima volta venti anni fa, avendone sentito parlare per decenni dai miei amici romani. Nel college a Roma, dopo le prove finali estive, gli stranieri come me di solito finiscono per visitare le isole più note come Capri, affollata di turisti fin da quando Jackie Kennedy, indossando i sandali, vi mise piede nel 1960. I rampolli delle antiche famiglie italiane, quelli col ciuffo e lo yacht, preferivano andare a Ponza. Quando finalmente mi decisi, prendendo una copia tascabile dell’Odissea e l’uomo che alla fine sarebbe diventato mio marito, mi resi conto del motivo per cui essi preferivano Ponza rispetto alle altre isole più ovvie. Seppure ad un’ora di aliscafo dalla terraferma, si sentiva che era un luogo “all’avanguardia”. Negli spasimi dell’amore giovanile, il mio fidanzato ed io eravamo comunque in un reame per conto nostro, senza dubbio in modo insopportabile. Nuotando in grotte lambite dal mare color acquamarina e tracannando il bianco locale, Il Fieno di Ponza, diventava più intensa la cotta amorosa. Senza un’insegna al neon o un giornale inglese sull’isola, rientrando da Ponza e atterrando sul pianeta Terra, il risveglio era davvero brusco: raggiungendo Napoli, sentimmo la notizia che la principessa Diana era morta la settimana prima.


Una cappella del cimitero di Ponza

Colori per ceramiche nel laboratorio di Guglielmo Tirendi


Sono tornata due decenni più tardi
, volendo verificare se fosse conforme ai miei ricordi. Tornare ai luoghi di svago della propria gioventù è sempre rischioso, ma Ponza si salva.
“Qui nulla cambia” sospirava una residente estiva di lunga data, il suo sollievo si mescolava con l’esasperazione. Ero pienamente d’accordo. Vero, alle trattorie isolane si sono aggiunti ristoranti come L’Acqua Pazza che offre piatti elaborati di delizie: carpaccio di gamberi, tartara di tonno; ha fatto strada, guadagnando una stella Michelin. E sì, la proprietaria del Bar Tripoli ha di recente affittato una casa a “quell’uomo della Pulp Fiction, quello che viene ad aiutare a pulire”, capisco che si tratta di Harvey Keitel. I clienti abituali del bar, possono usufruire di internet per le notizie del giorno in merito all’arrivo in paese di Beyoncé e Jay-Z, ma scrollavano le spalle, stupiti che a tutti dovrebbe interessare. IPhone e strani mega-star sono arrivati a Ponza, ma l’atmosfera del Tripoli è rimasta immutata in modo rassicurante. A metà mattinata la gente del posto ancora si riunisce per un campari e vodka, accompagnati da ciotole di cucunci, capperi sovradimensionati. E quando una voce dolcemente lamentosa irrompe tra il gossip, tutti dicono: Ah è Anna e tutti applaudono l’anziana signora che canticchia vecchie canzoni napoletane, indossando sandali e indumenti per casa, prima di recarsi al lavoro per preparare le pietanze del vicino ristorante.

La marina, casa Feola, Ponza

Sempre più rassicurante, al risveglio di quel primo mattino, fu scoprire che il ricordo del magico viaggetto a Ponza non si era dissolto. Non era solo che Casa Fontana, la residenza bianca e azzurra dove stavo, era posta in cima alla scogliera in modo tale da sembrare che sfidasse la gravità, oppure il cullante sciabordio della fontana che riempiva la piscina sul prato. A riprova che ero stata trasportata su un’isola incantata, bastava aprire le tende della mia camera da letto e ammirare il mare raggiante, come una iridescente conchiglia di abalone all’alba. Più tardi, quella mattina, con una barchetta a motore, ero affascinata dai magici giochi di luce sul mare di Ponza che variavano in pochi minuti dallo smeraldo, al turchese, al lapislazzulo. Nel punto più profondo del Tirreno, a circa 3.000 metri sott’acqua, il mare è di colore blu Marina Reale, per assumere il color verde occhi di gatto soltanto più vicino alla costa.

Esterno dell’hotel Santa Domitilla

Le forme e le sfumature psichedeliche delle falesie e dei faraglioni, si combinano inverosimilmente col colore dell’acqua: il naso aquilino di profilo del grande poeta Dante, un leone marino che allunga il collo, spruzzi di mare scolpiti nell’ossuta pietra bianca, scogli dorati si succedono a falesie rosa e grigio marmorizzato. La Cattedrale grigio-azzurra in una cala della magnifica isola di Palmarola, perfetta con le sue guglie ad organo di pietra che s’innalzano dritte dal mare. La spiaggia di Chiaia di Luna, a Ponza, dove – come narra il mito – Ulisse approdò, è striata di un giallo fulvo, una volta era la spiaggia dell’isola più alla moda, ora è chiusa ai visitatori, nel timore della caduta di massi. Nessuno – compreso l’operatore turistico Maurizio Musella – mi sa dire quando sarà riaperta, “in conclusione, nemmeno l’anno prossimo” dice recisamente. Non è amareggiato. Simile alla maggior parte dei ponzesi, sembra lieto di mantenere l’isola come un cortile per ricreazioni poco chiassoso, ad uso degli intenditori.

Vista dal giardino di casa Fontana, a Ponza

– “E’ un’isola selvaggia, dove la natura non è stata rovinata” – dice Alessandra Ravenna, che disegnava gioielli per Vera Wang e Mikimoto, prima di lasciare New York dopo l’ undici settembre per trasferirsi a Ponza, dove modella creazioni raffinate di corallo, conchiglie, argento e oro per il negozio Cala Corallo.
“Ponza – lei dice – è una pietra rara”. Puoi vedere i romani raffinati fare scorta di uova di pesce spada per la loro alimentazione invernale, ma non roba da ricconi; uomini d’affari dalla chioma argentea e le loro famiglie, che si ciondolano sulla terrazza dell’Hotel Chiaia di Luna, ma non pari a Berlusconi, confrontando la lunghezza dei loro yacht. Si dice che le Fendi della famosa casa di mode, hanno residenze e B&B sulle isole, ma nessuna di loro ha negozi col marchio.

Terrazza dell’hotel Chiaia di Luna

I residenti hanno i brividi di fronte alle folle delle vicine Ischia e Capri, dove, come mi disse un ponzese: Puoi cominciare a vivere soltanto dopo le 6 e mezza del pomeriggio, quando tutti i turisti giornalieri prendono la nave per tornare in continente. L’isola ha solo 13 taxi. Un divieto del 1967 riguardante le nuove costruzioni, implica che non ci siano hotel a cinque stelle. Ai turisti è permesso di prendere in affitto villette, oppure optare per un hotel a quattro stelle e B&B. Con l’eccezione del Grand’Hotel Santa Domitilla, dove gli ospiti possono prenotare un massaggio, o rilassarsi in grotte annesse con l’acqua tiepida della sorgente, poi con acqua di mare; chi cerca delle grandi terme potrebbe rimanere deluso.
A meno che, naturalmente, essi non facciano ciò che feci io un pomeriggio, gettando l’ancora a Cala Felce.
La gente del posto si reca in spiagge sotto falesie di rocce friabili giallo-grigiastre, le mescolano ricavandone una pasta e se la strofinano sulla pelle, come un trattamento di bellezza. Nuotando verso terra dalla mia barca, spavento un banco di pesci blu argentei mentre pinneggiano tra gli scogli sommersi. Prendo qualche manciata di quella roccia soffice, la mescolo con dell’acqua di mare e mi insapono il viso e le braccia. Dopo un’ora mi convinco di essere morbida e liscia al pari della maga Circe.

Questo trattamento di bellezza fai-da-te si scopre che, in linea di massima, è conforme allo stile autosufficiente di Ponza. Non è un’isola per i deboli di cuore. Vivere su un pezzo di roccia vulcanica tutto l’anno, vuol dire essere robusto e capire ciò che lo storico Fernand Braudel definì il gioco d’azzardo della piccola isola. Molti dei 3.500 abitanti stabili dell’isola vivono ancora in case-grotte; i residenti più anziani riescono ancora a ricordare i giorni in cui dovevano aspettare otto mesi per l’arrivo dei viveri dal continente.

L’arcipelago ha una lunga storia come luogo di esilio: l’imperatore Nerone vi esiliò sua moglie Ottavia. Augusto vi mandò sua figlia Giulia in punizione, per una presunta relazione, ma scoprendo le delizie del luogo, vi costruì la sua villa. Nel ventesimo secolo Mussolini confinò qui i suoi avversari, prima che a sua volta vi fosse esiliato, alloggiando in quella che oggi è La Pensione Silvia. http://www.pensionesilvia.it/.
Le difficoltà della vita isolana hanno avuto come conseguenza che durante il ventesimo secolo molti l’hanno lasciata per l’America, fuggendo da una vita incerta di pescatori o contadini.

Dai tavoli a mare della Pensione Silvia

Pensavo a questa forza d’animo quando mi sono diretta ad un ristorante sopra Frontone, una spiaggia alla moda. Quando ti avvii, se non hai fame, l’avrai quando vi arrivi: dopo dieci minuti in barca dal porto di Ponza, altri pochi minuti arrancando sul greto della riva, quindi in punta di piedi su tavole traballanti per attraversare le spume del mare verso i gradini della parete rocciosa e, infine, una scala di pietra che si inerpica sulla ripida collina. Persisti. In cima c’è il piacere della terrazza di una trattoria, senza nome, ma piena di brusio, vi servono piatti locali come zucchine farcite e pesce sciabola alla griglia.
Qui vi è pure il museo etnografico privato: http://www.i-ponza.it/historyandart/ethnographic-museum/?lang=en. Tre amorevoli baracche documentano la cultura di Ponza, con elementi che vanno dalle falci alle culle dei bambini e un dizionario inglese – italiano del 1905, riportato a casa da un ponzese emigrato a New York.


Museo etnografico

Alla fine un figlio di emigranti ponzesi è ritornato: Joe-Taxi, un robusto conducente di tassì nato a New York, che effettua giri dell’isola con un accento del Bronx, così marcato che giuri di aver chiamato il taxi all’angolo della 57^ strada a Broadway. Durante la bassa stagione cura le vigne di sua nonna. Cammina attraverso i filari di vite parlando amorevolmente di uva Sangiovese, Biancolella e Montepulciano, arrampicandosi sui muri a secco per mostrare le innovazioni dei suoi sistemi di irrigazione, le sue ciliegie e albicocche e quindi di nuovo giù a ficcarmi in mano i grappoli d’uva. “Assaggia questi – esorta – il mio orgoglio e la mia gioia”. Si dirige ondeggiando verso sua moglie, la quale, come i suoi cugini e vicini di casa è stata a vendemmiare fin dalle cinque e mezza del mattino. Coglie un fico: “Ecco, prendi questo, è così dolce che non puoi immaginare”.

A Ponza la durezza e la dolcezza s’intrecciano: è nella ripidezza terrificante delle falesie che  si sprofondano giù a cascata nel mare, nella indescrivibile freschezza della granita al melone al Bar Gelateria Panoramica, nelle palme nane che crescono sui fianchi delle colline, perfino nei cocci di mattonelle rotte che Anna Fendi ha usato per decorare Villa Laetitia. Durante una visita al B&B a base di cioccolato fondente, mi fermo vicino ad un fiore di cactus che lei aveva piantato in un vaso: è bello, ma vagamente sinistro, punteggiato com’è con profonde macchie rosse. “Sono belli, ma durano poco – dice Svetlana, la domestica della villa – un giorno e poi finiscono”.

Il fiore di una succulenta (Stapelia variegata) a Villa Laetitia

Forse è questa consapevolezza della precarietà della vita che dà a Ponza il senso di una dolce illegalità, dove ogni giorno le regole sono sospese. Una volta, svoltando l’angolo, vidi un’anziana signora che sedeva tranquilla su una sedia di fronte casa sua, spogliata fino al reggiseno, ma era molto più formale rispetto ad una mia amica che nuotava nuda con un ragazzo, quando capitarono sullo yacht del suo capo a sud di Roma. I due erano saliti in barca coi vestiti del compleanno e vi erano rimasti per un bicchiere di vino.

Sulla costa azzurra una scena del genere potrebbe far apparire la persona molto più volgare. Ma non a Ponza dove l’atmosfera è elementare, non decadente. L’ultimo giorno ho finalmente “distillato” lo spirito dell’isola, andando a cena all’Hotel Ristorante Gennarino a Mare, http://www.gennarinoamare.com/ dove la terrazza tutta imbiancata ha arredi fatti di materiale rustico, una semplice pasta con acciughe, limone, menta e pecorino – grintoso e piccante – in un boccone sentii Ponza. Guardai fuori la falce di luna sul porto e come Ulisse contemplai il piacere dell’esilio.

 

Ponza Italy’s dreamy secret island
http://www.cntraveller.com/recommended/beaches/ponza-italy

 

Note  

Photo creditsStefano Scatà (tutte le foto eccetto “Museo etnografico” e “Pensione Silvia”).

Clara Power –  Sono la madre di due ragazzini abituati ai viaggi, Andrew e Lauren. Sono consulente di viaggi, nella mia Agenzia Clara Power TPI Travel, associata con Travel Professionals International. Da attiva viaggiatrice, ho visitato più di 35 paesi sparsi nei vari continenti (lavorando ancora per Antarctica). Non sono estranea nel capire i desideri unici e i bisogni delle famiglie che viaggiano insieme, che mi scelgono come esperta nel creare quelle speciali esperienze della vacanza in famiglia”.  

(dal blog di Clara Power : http://clarapower.ca/author/clarapower/ )

 

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1 commento per Ponza: la segreta isola italiana da sogno

  • Luisa Guarino

    Secondo me questo è il più bel reportage tra i tanti che finora Silverio Lamonica abbia tradotto per noi. Perché nessuno come Clara Power mi sembra capace di descrivere, non solo dal di fuori, le atmosfere uniche che si respirano a Ponza. E a ragion ancora più veduta, con le sue visite sull’isola a distanza di vent’anni (1997-2017). Mi sembra che Clara sappia cogliere perfettamente, con sensibilità, amore e passione, quelle sensazioni che sempre anche noi nativi proviamo, ma non sempre riusciamo a esternare e condividere. Forse anche per un malcelato e profondo senso di pudore. Grazie dunque a Clara, e grazie a Silverio.

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