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I Morti ai tempi dei vivi

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di Tano Pirrone

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Il mese di ottobre negli anni ’50 e ’60, il periodo in cui ho abitato nel mio paese natio, Francofonte, l’Hidria dei Greci coloni e promotori di civiltà ineguagliata, era il mese più piovoso dell’anno; o almeno così è fissato nei miei ricordi. Poi con l’inizio di novembre il tempo si rimetteva al bello, giornate di sole e temperature miti; solo ogni tanto qualche nuvola e poche stentate pioggerelline.

Nei giorni precedenti il due novembre, ricorrenza dei Morti, dalla finestra della camera da letto dei miei genitori, fermo, immobile dietro la lastra di vetro guardavo incantato il negozio di Frazzetto, che in quei giorni era ricolmo di ogni possibile giocattolo, al punto di riempire in parte anche il marciapiedi antistante. C’erano tutti i giocattoli che un bambino potesse sognare. E fra essi avevo scelto, nella mia letterina ai Morti, quelli che desideravo mi portassero. La letterina era indirizzata ai nonni, morti giovani e mai conosciuti, alla zia, sorella di mio padre morta nel 1950, lasciando nel lutto più stretto tutta la famiglia, e, in blocco, a tutto lo sterminato e indefinito stuolo di zii defunti.
Ripetuti e accurati esami di coscienza mi servivano per sentirmi degno di questi regali e rassicurarmi che come ogni hanno sarebbero arrivati e avrebbero accompagnato tutti i mesi e i giorni che mi dividevano dalla prossima festa dei morti.
Ero stato abbastanza buono ed obbediente per meritarmeli?

La ricorrenza dei Morti era l’unica occasione in cui molti bambini ricevevano regali: ancora assai lontana la frenesia consumistica, che dagli anni ’60, gli anni del Boom, avrebbe segnato il definitivo distacco dalle ristrettezze della guerra e del rapido dopoguerra e, con esso, l’abbandono della nostra età dell’Oro. Non si poteva perdere l’occasione a causa di qualche capriccio o qualche inopportuna, sventata disobbedienza. Un giocattolo allora era per sempre – o quasi – e serviva ad inventare avventure, viaggi, piccoli romanzi conclusi e credibili, ancor più per chi, come me, era esercitato alla lettura perlopiù del Corriere dei Piccoli e dei fumetti. Era un’assicurazione contro il senso di solitudine, malattia impietosa che non risparmia neppure i bambini.

La sera d’Ognissanti si andava a letto presto costretti a dormire subito, e profondamente; preoccupati di non svegliarci, ché si correva il pericolo che i Morti, venuti a portare i regali nottetempo, se qualcuno dei piccoli era sveglio, disturbati, se ne andassero senza lasciar nulla. Il sonno era profondo fino alla mattina, fino all’ora in cui era concesso alzarsi e chiedere il permesso per accedere nel grande salotto, in cui incombeva da mezzo secolo una foto a grandezza d’uomo con una pesante funerea cornice di noce. Era il ritratto di mio nonno paterno Gaetano, di cui avevo, in suo ricordo, preso il nome, nella più familiare versione di Tano, o Tanuzzu come mi chiamava mia madre. Non mi ricordo invece come mi chiamasse mio padre, anzi non mi ricordo che mi abbia mai chiamato. Scherzi della memoria? Non entravamo mai da soli nel ricco salotto arredato con divani e poltrone nel bizzarro stile liberty, impreziosito da un amorino, l’originale divanetto a due posti a forma di S in uso dal 18° secolo, da un pouf e da due grandi étagere, sormontate da uno specchio. Eravamo sempre accompagnati da mio padre, ancora in pigiama e giacca da camera, e da mia madre: per nulla al mondo si sarebbero perso lo spettacolo di esplosiva e frenetica felicità, che ci prendeva non appena vedevamo i nuovi giocattoli da loro, di notte, poggiati con cura su divani e poltrone, ben divisi a seconda dei destinatari, perché non nascessero da subito invidie e gelosie.


Cominciava così una giornata fra le più felici di tutto l’anno, che sarebbe continuata da lì a qualche ora, davanti alla nostra cappella gentilizia, fra le più belle di tutto il cimitero. Costruita agli inizi del novecento, sul modello di un’analoga costruzione presente nel Cimitero monumentale di Genova, era ricoperta sui tre lati a vista da preziose formelle di terracotta opera di artigiani di Caltagirone. Ora quella cappella non c’è più, franata sotto i colpi interclassisti del locale terremoto del 1990. Sorge a suo posto un desolante parallelepipedo di cemento e pietra. Dentro, in bell’ordine, tutti i miei parenti di diverse generazioni. Io me ne terrò lontano: pulvis eram, pulvis ero.


Allora, negli anni mitici della nostra fanciullezza era essa stessa un luogo di particolare fascinazione, di fortissima attrattività: tutt’attorno, e in giro per tutto il cimitero, numerosi bambini e fanciulli, ognuno col suo regalo a giocare o a mostrarlo. E folle di parenti, che per l’occasione dei Morti, venivano dalla città a trovare i loro morti e i tanti vivi cui erano legati da parentela, spesso complessa, o antica amicizia.

Poi si sciamava verso il paese, con mille saluti e abbracci, perché era ora del pranzo; e il pranzo in quelle famiglie era rito, momento sacro irrinunciabile. I giochi continuavano, qualche volta con scambio – provvisorio – di uno dei giocattoli, fino a tarda sera.

Quando scoprimmo che i morti che portavano i regali erano ben vivi, fortunatamente, e che avevano le terrene sembianze dei nostri genitori e dei nonni e dei numerosi zii, ebbe termine l’età dell’innocenza e facemmo ingresso nell’ingrata, interminabile età della malizia.

Della nostra cappella foto non ce ne sono; questa dovrebbe essere la cappella che è servita da campione

Tutte le immagini dal Cimitero di Staglieno, Genova, tranne l’ultima (NdR)

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3 commenti per I Morti ai tempi dei vivi

  • Liliana Madeo

    Bello, caro Tano, il tuo intervento. Riconduce a un tempo, una cultura scomparsi. Quando la morte faceva parte del ciclo della vita, insieme con la gioia, l’immaginazione, le invidie, gli affetti, le rivalità, il gioco, la noia, le sconfitte, il mistero della notte e l’attesa del domani. Oggi della morte non si parla più, il tema è diventato tabù, la ricerca dell’armonia tra il silenzio e il frastuono, fra il nascere e il divenire delle emozioni, fra l’inizio e la conclusione delle esperienze, è diventata una velleità, un’esperienza di pochi, un’esperienza quasi clandestina.
    Bravo, sei stato bravo a dare corpo a tutto questo.
    Grazie
    Liliana

  • Gustavo Imbellone

    Caro Tano,
    non finisci mai di sorprendermi ed anche di accrescere nei tuoi riguardi simpatia, senso dell’amicizia e affetto fraterno.
    La “lettera ai morti” è un’idea bellissima che tu esprimi, sul filo del ricordo, con un linguaggio sereno e laico, pieno di nostalgia e umana comprensione verso il mondo in cui ognuno di noi è stato bambino (un mondo bello, perché aiuta a vedere la morte senza paura…)
    Appena si sveglia, voglio leggerla al mio nipotino adottivo.

  • Giovanni Alfieri

    Ho letto con grande piacere il tuo resoconto fedele del trascorrere di quelle ore piene di trepida aspettativa. Io le ho vissute in maniera pressoché identica nelle varie vigilie di Natale trascorse a Napoli con tutta la famiglia infinitamente allargata e ai suoi numerosi amici. A distanza di tempo e dopo tanti anni di parziale distanza dalle tradizioni familiari non ti nascondo una certa nostalgia man mano che mi addentravo nel tuo racconto. Ti sono grato per quello che ci stai dando con la capacità di fermare i tuoi ricordi in modo così piacevole e, soprattutto, pieno di umanità.

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