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Storie di Madri. (14) Una lettera

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segnalato dalla Redazione

 .

Continuiamo il metodico saccheggio degli scritti sulle Madri che appaiono sul sito madrigaleperlucia.org.
Buona lettura

Cara Elena
di Maria Greco

Come sai gli ultimi anni non sono stati facili, i figli si svincolano dalla loro storia infantile con ripetuti “assalti al palazzo”, con rivoluzioni senza armi ma piene di dolori.

Noi genitori diventiamo simboli di tutto ciò che devono conquistare e quindi di tutto ciò che devono distruggere. Resistere alle ondate delle loro sfide richiede un’infinita energia, un’infinita pazienza e grande solidità personale e di genitori. Dovrei dire come sapevano i genitori prima di noi, situazioni difficili e in disuso di cui i ragazzi sentono la mancanza.
Ho vacillato spesso e ho fatto una gran fatica, anche perché le madri rimangono spesso da sole nel cono di luce della critica istintiva e sapiente dell’intimità da cui i padri spesso prendono le distanze. Invece questo ultimo periodo è stato pensieroso, però diverso nella qualità dei pensieri, come quando lentamente emerge una consapevolezza, come quando una nuova condizione diventa prevalente e informa di sé umori, sentimenti, percezioni del vivere e del convivere quotidiano e minuto.
Finora riuscivo a fare solo pensieri arrotolati su se stessi, pensieri in cui i conflitti familiari sembravano non avere più prospettive, con questo viaggio tutto sembra avere preso una nuova direzione.
Quando cominciano problemi di rapporti, spesso si confondono le ragioni, sono i conflitti che mi fanno sentire diversamente le cose o sono io che cambio?
Sono le cause esterne che mi modificano e colorano diversamente il mio sguardo o il motivo è più intimo, più fatto della mia materia sensibile?
Forse perché l’età procede inesorabile e più che un treno che fugge via sembra un treno che ti corre incontro. Più veloce di quanto desideri, più minaccioso di quanto per tutta la vita si è immaginato.

Negli ultimi tempi ho sentito come una possibilità concreta (e non come una tra le tante che ci accompagna come pensiero della vita) che da un momento all’altro io non ci sarò più, che da un momento all’altro questo microcosmo meraviglioso che ognuno può essere, sparirà. Quella che guarda, quella che sente, quella che pensa, quella che nuota, quella che segue i figli, quella che cura gli animali, quella che legge, quella che scrive, quella che crede, quella che pensa al passato e quella che continua a desiderare il futuro. Quella che Merleau-Ponty chiamava il “soggetto che registra”, che Proust avrebbe chiamato vecchia “fanciulla in fiore”, che mia madre chiamava “Tattà”, quella dai capelli rossi.
“Quella” non ci sarà più e di lei non rimarrà traccia.
La vita, diceva Conrad, è come una meteora che illumina il buio per un attimo e in quell’attimo bisogna sapersi sostenere sul nulla per prenderne la luce.
Io in quell’attimo ho cercato di costruire legami, vicinanze, cura, abbracci, comprensione e lascerò un mondo che scioglie ciò che io ho immaginato unito (ho sbagliato?), lascerò un mondo che sembra non custodire nemmeno il legame primario, l’istinto di sopravvivenza che si trasmette tra madre e figlio soprattutto nei primi mesi della vita, attraverso il contatto, la cura, la mediazione che la madre fa per il figlio degli stimoli esterni. Come le mamme uccello che masticano il cibo per renderlo digeribile ai loro piccoli.

“Senza madri”, ho letto in un articolo, è il motivo di una società senza fratellanza La causa è che la corporeità dell’altro è venuta meno nel processo di formazione psichica. “È il corpo della madre che ti insegna a essere fraterno, non la legge del padre”.
Forse perché non si parla abbastanza del dolore delle madri, di quanto devono attraversare e reggere il timone della vita familiare nel modo occulto che le donne conoscono bene, che infastidisce i figli e preserva i padri. Di quanto sono messe alla prova, nella fase che comincia con l’adolescenza, senza il sostegno di un pensiero comune ma come condannate dal pensiero dominante in solitudine ad essere il bersaglio. Ad essere l’origine da cancellare come se il figlio potesse cominciare da zero.
C’è in questa mitologia che oggi si autoalimenta, qualcosa che non mi convince. Mia figlia, nella sua irruenza tagliente, diceva “le mamme devono soffrire perché devono pagare il prezzo di avere messo al mondo i figli”. Non so, ma per quanto abbia frequentato quell’unico sollievo che è la psicoanalisi, non riesco a convincermi che questo ‘differenziarsi’ dei figli debba passare per un taglio radicale. Non dovrebbe essere la madre l’origine simbolica da cui si sviluppa il seme di un mondo che non irride all’amore, alla cura, alla responsabilità come ostacoli alla crescita individuale. Allora come sarà la vita nel mondo che verrà?

Cara Elena ogni volta ti inondo di questi miei pensieri ma, se non posso farlo con te, con chi potrei?

Liliana

 

In condivisione con: www.madrigaleperlucia.org

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