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Isola di corsari e pirati (4)

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di Francesco De Luca

 

Nel 1557 (pag. 216 – Apollonj Ghetti) scrive il Muratori – venne a Ponza e a Palmarola l armata navale franzese col principe di Salerno per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee, per portare guerra al Regno di Napoli. Avvenne che i Turchi saccheggiarono i paesi del golfo e se ne tornarono a casa. Anche Braudel scrive che nel maggio 1563 Dragut si servì di Ponza come appoggio per attaccare Napoli.

Nel 1605 le terre del papato, tormentate dagli assalti dei pirati, si pensò di fortificarle con torri d’avvistamento lungo le coste. Ponza doveva essere utilizzata come base della flotta papale. Scrive il Guglielmotti: “i fautori di tale disegno adocchiavano l’isola di Ponza, incolta allora e quasi deserta stazione di pirati, e proponevano come cosa facilissima di cavarne dal Re cattolico (di Spagna) la investitura coll’obbligo di popolarla e fortificarla e di tenerla sotto il governo civile e militare del generale delle galere papali ” (pag. 238 – Apollonj Ghetti).

Nella mancanza di postazioni di osservazione e di porti con flottiglia militare i Corsari e i Pirati la facevano da padrone. Tanto che nel 1629 i Barbareschi ardirono depredare Sperlonga, si inoltrarono nell’entroterra sino a Lenola, anch’essa saccheggiata, così come Fondi e Terracina.

Nel 1646 i corsari – narra il Pacichelli – espugnarono l’abitato e le fortificazioni di Ponza, menando in schiavitù la guarnigione e la popolazione, e rovinando la torre poco prima costruita sul molo (pag. 250 – Apollonj Ghetti).

Nel 1688 una squadra di corsari tripolini fece danni a Nettuno. Sopravvennero le navi papali al comando di Ferretti. Li misero in fuga e recuperarono un piccolo sciabecco abbandonato nelle acque di Ponza.

Nel 1734, 30 ottobre, il re Carlo III di Borbone deliberò l’insediamento nelle isole dell’arcipelago di famiglie con lo scopo di colonizzarle. Nel maggio del 1772 fu colonizzata anche la zona a nord dell’isola di Ponza sì da coprire tutto il territorio.

Carlos III (Palacio Real de Madrid)

Scrive Apollonj Ghetti (pag. 305): la minaccia turca non era ancora eliminata: nel 1757 infatti fra una squadra di dodici galere napoletane, romane e maltesi ormeggiate a Ponza e navi turche che facevano capo invece a Palmarola, si ebbe uno scontro, che si concluse con la vittoria della prima.

Chi comandava il Mediterraneo? Nessuno, nessuno degli Stati, sia occidentali sia orientali, aveva la supremazia. Dal 1748, fine della guerra di successione asburgico-borbonico (pace di Aquisgrana), si ebbe un cinquantennio di pace. E, di conseguenza, di prosperità. Gli stati cercarono di sistemare i problemi interni con azioni di riforma consistenti.

Il Mediterraneo ritornò ad essere il mare che tutti navigano dietro ai propri interessi commerciali.

Ciò dava spunto ai Turchi di scorrere nel Mediterraneo e portare scompiglio. Nel 1795 e nel 1797 si ebbero ancora incidenti causati da incursioni dei Turchi; ai quali, a turbare la pace delle popolazioni, si erano ormai aggiunti, a causa della situazione internazionale, molti corsari di varie nazionalità, ma soprattutto francesi, che si annidavano volentieri nelle varie isole e isolette e tentavano spesso scorrerie e ruberie. Di fronte a tale situazione nel 1795 vennero distribuiti agli abitanti quattrocento fucili e concesse lettere di marca ad alcuni isolani, che si armarono per la corsa. Fra essi furono celebri Antonio Albano, detto ‘lo Gazzatello’, e Tommaso Tanga, i quali arrecarono molto danno alle forze navali nemiche.

Quali erano le forze nemiche? Erano tutti gli Stati con affaccio sul mare. In Italia erano tanti, collegati con gli stati stranieri.

Nel gennaio del 1798 un fortunale indusse una nave ‘corsara’ con equipaggio composto di Genovesi e di Corsi, a cercare rifugio nel porto di Ponza, nel quale si trovavano numerosi legni. I sopravvenuti tentarono di impadronirsi di una nave greca, ma vennero respinti vigorosamente con le armi da fuoco, in modo che quattordici di essi caddero morti a bordo e altri vennero uccisi lungo le coste dell’isola (pag. 306).

Ora un episodio curioso che bene evidenzia come il mare fosse solcato da navi di varia nazionalità. Lo riassumo dalle pagine di Apollonj Ghetti.

Il 22 ottobre del 1798 alle ore 19 a nove miglia circa a ponente dell’isola di Ponza un Pinco (nave mercantile a tre alberi con vela latina), denominato ‘La Madonna Addolorata e l’Arcangelo Raffaele’ veleggia tranquillo alla volta di Livorno con un carico di grano. È comandato da capitan Giuseppe Lauro. Ad un tratto avvista due legni con vele quadre alla maniera barbaresca, un terzo, a forma di sciabecco, che costeggia la terra. Il Pinco si trova al centro fra i tre legni che lo puntano. Il capitano crede trattarsi di legni turchi che intendono predarlo, perciò si consulta con l’equipaggio e decide di ritornare verso Ponza per evitare scontri.

La notte però incombe e i venti gli sono contrari per cui è impossibile la manovra di inversione di rotta. Il capitano cerca di sfuggire ai tre, prima rinforzando le vele e poi, visto l’inutilità della prova, getta il carico a mare. Niente da fare: lo sciabecco gli è vicino e le altre due galee hanno recuperato. Il comandante ricorre ai segni convenzionali: una fumata prima, un colpo di cannone a salve poi. Nessun segno di amicizia da parte dello sciabecco, da cui si cala una lancia con una numerosa ciurma. Così fanno l’arrembaggio i Barbareschi.
L’inferiorità numerica, la sproporzione dell’armamento consigliano allora Capitan Lauro di abbandonare il Pinco per aver salve almeno le vite, scendendo con tutto l’equipaggio nella scialuppa di salvataggio. A forza di remi si raggiunge Gaeta e si redige la testimonianza.
In seguito si viene a sapere che lo sciabecco barbaresco era inglese, comandato da tale capitano Newmann con lettera di corsaro a firma di Nelson.

Negli anni che seguirono non si ebbero segnalazioni di scorrerie di corsari. Di atti pirateschi sì.
A Ponza ancora ci sono persone che ricordano di aver avuto lontani parenti catturati in mare e mai più visti.

Una vecchia donna (1970), zia Veruccella, raccontava che un suo giovane nipote era andato a pesca con un amico. Era aprile e l’intiepidirsi delle acque costiere richiamava le grancevole dai fondali per la deposizione delle uova in quelle acque. Muniti di specchio e della rete col cerchio di ferro si recarono a scovare i grossi granchi fra i sassi della ‘scarrupata’.

La pesca richiede attenzione da colui che guarda con lo specchio, perché deve riconoscere fra i mille colori e disegni del fondo marino la presenza della grancevola; attenzione richiede anche da chi è ai remi, per eseguire correttamente i comandi del compagno, condizione indispensabile per la cattura del crostaceo.

Un paranzello sconosciuto venne silenzioso, accostò e si impadronì della barchetta. Il giovane fu rapito e l’anziano compagno venne lasciato a disperarsi per il poco restante di vita. Morì infatti senza che si seppero più notizie del giovane Tommasino.
Storie senza risvolti né strascichi. Semplici accadimenti di dolore. Naturali per chi vive col mare.

Qualcosa è rimasto nella memoria popolare della frequentazione dei corsari musulmani.
La collina alle spalle della chiesa del Porto in dialetto è detta mangiaracino, versione storpiata di monte saraceno.

Ci sono grotte, discese a mare, c’è la veduta completa dell’ingresso al porto. Non è improbabile che nella denominazione popolare siano rimasti echi di verità.

[Isola di corsari e pirati (4) – Fine]

 

 

 

 

 

 

 

 

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