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Isola di pirati e corsari. (3)

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di Francesco De Luca

 

Le isole passarono con atto di infeduazione dal Papa-figlio Alessandro Farnese al padre Pier Luigi Farnese. L’intento era quello di portare gente a rendere fruttuose quelle terre e, di conseguenza, a lottare le incursioni di pirati e corsari, musulmani e cristiani. Ma dei musulmani si temeva di più. Perché? Perché essi davano segni di unità e di efficienza in virtù del fatto che i Turchi avevano preso in mano la bandiera dell’Islam e intorno ad essa andavano organizzando un Impero, quello Ottomano.

Le isole non trovarono abitanti stabili. Le loro acque erano luoghi di pesca, specie dei Gaetani, e solcato da legni di molteplici pirati e corsari, che erano la lunga mano nelle lotte fra la Chiesa e i Signori di Napoli e Gaeta.

Pier Luigi Farnese ritratto da Tiziano (1546 ca), Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

Nel 1542 Pier Luigi Farnese prese possesso dell’arcipelago l’8 luglio. La finalità dell’infeudazione è la seguente (pag. 190 – Apollonj Ghetti): “…affinché, grazie alla riparazione, al restauro e alla fortificazione del Porto della predetta isola di Ponza, che lo stesso Pier Luigi dovrà attuare, l’isola e il porto in parola non siano il ricettacolo e la dimora dei pirati e degli altri ladroni che depredano i lidi marittimi fino alle foci tiberine, bensì vengano da essi anche a pubblico vantaggio della Curia Romana”.

Il Farnese prese possesso dell’isola di Ponza con un intento grandioso, ma le condizioni con cui si andò a scontrare furono molte e difficili:
a) – le presenze dei pirati e dei corsari erano imperanti nelle acque del Mediterraneo;
b) – i traffici, la produttività, la sicurezza dei porti erano fragili, così come i percorsi;
c) – la vita stessa delle città rivierasche era in uno stato di continua allerta.

Fu così che gli Stati con interessi sui mari si imposero di ‘ripulire le isole’ dalla presenza di corsari e pirati.

Il 23 febbraio 1527 Andrea Doria, capitano dell’armata navale di Roma occupò Ponza e da lì partì per impossessarsi delle città costiere. Fu l’antefatto di quello che accadrà di lì a poco: il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi. Perché i Saraceni giocavano un ruolo strategico anche nella guerra fra i due sovrani cristiani Francesco I°, re di Francia e Carlo V, imperatore e re di Spagna. Si alleavano con chi li gratificava.

Nel 1532 arrivarono nell’isola i Turchi. Da Napoli partì una squadra di navi per liberarla.
Di nuovo fu invasa dai Turchi nel 1534, al comando di Kair-ed-Din, volgarmente chiamato Barbarossa, ‘grande conoscitore di tutti i nascondigli dell’Argentario, del Circeo, dell’ Elba, di Ponza e delle altre isole a noi vicine’ (Guglielmotti).

Barbarossa

Di imprese il Barbarossa ne compì numerose e talune rimaste nella storia per audacia e astuzia.

Gli subentrò il suo vice Dragut, ‘la spada implacabile dell’ Islam’, come amava farsi chiamare. Nel 1550, il 6 luglio, Dragut, per alleggerire la pressione della flotta cristiana, impegnata nell’assedio alle città d’Africa, compì scorrerie nel Tirreno. Arrivò a Rapallo e la saccheggiò. Con lui c’erano tre luogotenenti, Cametto, Bagascia, Bollato al comando di due fuste e di un brigantino.

Il corsaro Dragut

“Di notte al primo abbordo – narra il Guglielmotti – presso Napoli catturarono una grossa nave carica di vini, che il viceré don Pedro mandava in Africa a don Garzia suo figlio. Fecero schiavi il capitano e i marinai, e mandarono alle Gerbe marinato il bastimento e il carico. Poi volsero all’isola di Ventotiene per racconciarsi e dividere i guadagni minuti. Dopo cinque giorni alzarono la vela alla volta del Circeo: ma sorpresi da grosso fortunale rifugiaronsi a Ponza, dove stettero dieci giorni a ridosso. Indi ripigliata la via per maestro, presto ebbero l’incontro di una tartana con venti passeggeri, usciti anche essi al buon tempo da Gaeta, e volti cheti cheti alla Fiumara di Roma ed alle indulgenze del giubileo” (pag. 210, Apollonj Ghetti).

Sempre comandata da Dragut il 15 luglio del 1552 l’armata turca giunge a Ponza e la trova deserta. L’anno dopo, 1553, navi turche, al comando di Dragut, incrociarono la flotta di Andrea Doria. Per trarre in inganno il corsaro ed evitare l’impatto, l’ottantaseienne ammiraglio genovese, invece di procedere per la rotta normale lungo le coste, mise la prua al largo e per la notte diede ordine di seguire quel comando. Ma, forse a causa di errore di manovra o di correnti, l’indomani mattina le navi genovesi si trovarono, nelle acque di Ponza, proprio di fronte alle centoventi del nemico. Non si poté che innescare una battaglia. Nel disordine e nella foga Doria prescrisse di procedere in formazione serrata usando i remi ed ammainando le vele. Questo ordine venne interpretato dai suoi come segnale di ritirata. Le navi genovesi si diedero alla fuga con grande rammarico del vecchio ammiraglio. Furono perse alcune navi ma soprattutto fu perso l’onore, perché la battaglia fu ritenuta una sonora sconfitta (Apollonj Ghetti, pag. 215).

 

[Isola di pirati e corsari. (3) – Continua]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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